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ARCHITETTURA NATURALE > Maria Pia Belski, Bio-limiti. I confini dell’abitare bioecologico

 

Quotidianità e sostenibilità

Il titolo si rifà ai contenuti di un libro e una mostra curati da Ezio Manzini e François Jégou, incentrati su proposte e scenari ipotetici per la vita quotidiana in una metropoli sostenibile.

La routine comporta azioni abitudinarie, ripetitive, quasi inconsapevoli, ma, quando mutano il contesto, le motivazioni o gli obiettivi, le stesse azioni si adeguano alla nuova realtà e cambiano. O meglio, siamo noi che, nel momento in cui ci accorgiamo della loro inutilità o insufficienza, le cambiamo: è un atto cosciente, che, una volta definito, porta a nuove forme di quotidianità. L’epoca attuale ha già manifestato la necessità di un cambiamento; il che significa modificare le nostre abitudini e, partendo da qui, «costruire nuove reti di persone, prodotti, servizi e conoscenze». L’analisi di Manzini e Jégou chiarisce il passaggio dal vecchio al nuovo modo di formare una città e accenna ad alcune necessarie dinamiche:

«Quotidianità urbana
Il concetto di
quotidianità urbana si riferisce a come le funzioni quotidiane si presentano agli abitanti di una data città ed emerge dalla combinazione di molteplici fattori di natura diversa. Tra essi, i più rilevanti sono quelli riferibili alla forma della città e, in particolare, alla sua densità, alla distribuzione delle sue funzioni, alla qualità delle sue reti tecniche (energia, acqua, trasporti, rifiuti), dal grado di connettività che offre ai suoi cittadini (capillarità e ampiezza dei canali di comunicazione), alla sua dotazione di servizi (natura, quantità e qualità di servizi accessibili a scala urbana e locale) e, infine, anche alle sue tradizioni costruttive (tipologie edilizie prevalenti, sistemi costruttivi e sistemi tecnici degli edifici).
A questo insieme di fattori fisici e territoriali se ne aggiungono altri che costituiscono ciò che potremmo definire la
forma sociale della città. In particolare: la dimensione e il ruolo dei nuclei familiari (o, più in generale, degli insiemi di persone che condividono un’abitazione e affrontano congiuntamente alcune funzioni quotidiane), l’articolazione locale delle aspettative di benessere (quegli standard di qualità che in quel luogo e in quel momento sono socialmente riconosciute come accettabili) e, ovviamente, la distribuzione della ricchezza e della conoscenza e l’esistenza o meno di organismi di democrazia diffusa e partecipata.
Come si è detto, i fattori ora ricordati sono di natura molto diversa, dipendono da una varietà di fenomeni sociali complessi e da scelte prese da una molteplicità di persone e gruppi in momenti e luoghi anche molto lontani tra loro. Il risultato è che, per il singolo cittadino, essi appaiono come un insieme di condizioni che le scelte individuali non possono sostanzialmente modificare.
Questa percezione è per molti versi corretta: la forma fisica e sociale della città è qualcosa che il singolo cittadino può accettare, non accettare o anche cercare di forzare, ma che da solo e sui tempi brevi non può cambiare. Pertanto, costituisce quello che, per lui, in quel determinato contesto, è il
campo del possibile: il sistema di vincoli e possibilità che definisce quello che si può e quello che non si può fare, la cornice di senso entro cui far maturare i propri obiettivi e l’insieme delle opportunità in base a cui definire le strategie per raggiungerli. E quindi anche, nella misura in cui si proponesse di mettere in atto forme di vita sostenibili, i limiti entro i quali può orientare i propri comportamenti e le proprie scelte di consumo.

«Quotidianità in-sostenibile
La quotidianità urbana, così come oggi si presenta, implica un peso ambientale sostanzialmente insostenibile. In prima approssimazione possiamo dire che questa sostanziale insostenibilità è verificata per ogni città esistente e fino a oggi pensabile. Questa amara constatazione è il punto di partenza di ogni altra considerazione. Tuttavia, nel processo sociale di apprendimento in atto, non tutte le città, non tutte le forme urbane si trovano alla stessa distanza dal traguardo, non tutte si muovono sulle stesse traiettorie. Alcune presentano dinamiche di trasformazione che, a ogni effetto, appaiono come negative e altre invece sperimentano iniziative e politiche che potrebbero essere promettenti. Facciamo alcuni esempi.
Le città a bassa densità sono intrinsecamente peggiori di quelle a densità medio-alta: basti pensare alla differente domanda di mobilità che esse inducono e, più in generale, alla diversa efficienza tecnica, economica e ambientale di ogni possibile idea di servizio. Contrariamente ai luoghi comuni e agli stereotipi pseudo-ecologici in circolazione, in linea generale è più facile pensare a soluzioni sostenibili in città compatte che in situazioni a urbanizzazione rarefatta. Provocatoriamente: Hong Kong potrebbe essere un punto di partenza verso la sostenibilità migliore di Los Angeles.
L’esistenza di alcune infrastrutture (sistemi di raccolta differenziata, reti di distribuzione del gas, reti per la raccolta delle acque grigie) rende praticabili da parte dei cittadini comportamenti “virtuosi” che altrimenti non potrebbero essere agiti nemmeno dai meglio intenzionati. Non serve a nulla separare i rifiuti se poi i rifiuti separati tornano ad essere inceneriti tutti insieme, e quindi non valorizzati nei circuiti di riciclo. Analogamente, l’esistenza di attività commerciali e di servizio decentrate favorisce una vitalità di quartiere, che invece la concentrazione in grandi poli commerciali periferici tende di fatto a indebolire.
La riduzione della dimensione media dei nuclei familiari incide pesantemente sui consumi pro-capite: una persona che vive da sola consuma mediamente più del doppio di quello che consumerebbe se, a parità di standard di benessere, vivesse in un nucleo familiare di quattro persone. La dimensione del nucleo familiare condiziona infatti pesantemente la quota pro capite di spazio domestico attrezzato e climatizzato, l’efficienza nell’uso delle apparecchiature domestiche e nelle modalità della conservazione e preparazione degli alimenti.
Infine, è evidente che gli standard di benessere socialmente riconosciuti, e per questo non così facilmente modificabili, incidono pesantemente sul profilo generale dei consumi. Per esempio, le aspettative in termini di riscaldamento invernale e condizionamento estivo sono il risultato di un processo socio-culturale complesso, i cui esiti possono essere paradossali e drammaticamente negativi in termini ambientali (si considerino, per esempio, le artificiali temperature polari mantenute negli edifici pubblici e nei centri commerciali in numerose città a clima tropicale e, simmetricamente, le temperature tropicali in quelli delle città del nord del mondo).
Considerazioni analoghe possono essere fatte per tanti altri temi riguardo ai quali una malintesa idea di benessere ha portato a situazioni veramente assurde (oltre che drammatiche): come le distorsioni crescenti nella dieta alimentare, che fanno dell’obesità uno dei maggiori problemi (sanitari e sociali) a livello mondiale, mentre contemporaneamente gran parte del mondo soffre di carenze alimentari. E, come se non bastasse, viene promosso lo sviluppo di sistemi alimentari profondamente – e ormai conclamatamente – insostenibili.

«Quotidianità sostenibile?
Considerando gli esempi ora riportati, risulta evidente che l’insostenibilità della vita quotidiana nelle attuali città è il risultato di processi sociali complessi e di scelte politiche ed economiche prese nel passato e ora consolidate. Oppure prese recentemente, ma in ambiti lontani e non facilmente raggiungibili dall’azione individuale e quotidiana. Tutto questo porta a pensare che ciò che può essere fatto alla scala e nelle forme che qui più c’interessano, la scala della quotidianità e le iniziative “dal basso”, non abbia grandi margini di libertà e, a fronte dei problemi sul tappeto, non possa essere veramente incisivo.
Questa impressione è, al tempo stesso, vera e falsa. È vera poiché i comportamentali individuali e le scelte d’acquisto di ciascuno non possono, in quanto tali, modificare la forma fisica e sociale della città. È falsa perché la trasformazione di sistemi complessi come quello di cui stiamo parlando richiede che il sistema esistente, quello che dovrebbe trasformarsi, sia messo in tensione da una molteplicità d’iniziative che, esercitando una sorta di pressione dall’interno e alla scala “micro”, preparino le condizioni per renderne possibile e probabile il cambiamento alla scala “macro”. Ed è proprio questo ciò che i singoli cittadini e le loro comunità possono fare e che, per fortuna, in parte stanno già facendo.
In effetti, osservando attentamente le dinamiche sociali che investono le città, ci si accorge che qualcosa sta avvenendo: i limiti dati dalle scelte pregresse possono essere forzati, l’esistente può essere reinventato immaginandone usi diversi e fino a ora impensati e la tecnologia e le attuali competenze organizzative possono aprire nuove opportunità. Tutto questo può generare le condizioni culturali e operative per inedite – e forse oggi ancora inimmaginabili – soluzioni e forme di vita sostenibili.
Questo “qualcosa che sta avvenendo” emerge da un insieme articolato di ricerche, progetti, iniziative concrete che mostrano strade promettenti e praticabili: promettenti perché, coerentemente con alcune linee guida per la sostenibilità, indicano modi per rompere con le idee dominanti e con i modi di fare consolidati. Praticabili perché le opportunità che presentano sono sostenute anche da dinamiche sociali e trend tecnologici in atto che, se opportunamente orientati, possono facilitarne la realizzabilità. E, nel caso le iniziative in questione corrispondano ad attività imprenditoriali, possono favorirne l’accettabilità da parte del mercato.
Per concludere, si può osservare che tutto questo si traduce anche in un insieme di idee: idee cosmopolite che nascono da qualche parte nel mondo, ma che poi hanno la forza di entrare nella rete mondiale delle comunicazioni, di migrare in altri luoghi, di rigenerarsi in altri contesti e di mettere in movimento altre, autonome esperienze
». (42)

Tuttavia, «rompere con le idee dominanti e con i modi di fare consolidati» — da secoli obiettivo di ogni movimento riformista — diventa «praticabile» solamente quando i soggetti politici ed economici ne riconoscono l’utile, indipendentemente dal cosmopolitismo dell’idea e dall’accertamento della sua validità. Per esempio, si dice che le automobili con l’impianto a gas metano, più conveniente e meno inquinante della benzina, sono poco diffuse in Italia per la scarsa disponibilità delle colonnine di rifornimento, tacendo sul fatto che in Francia è da tempo legalizzata, omologata e fornita un’apparecchiatura che consente di collegarsi all’impianto domestico e, quindi, di fare il pieno nel proprio garage. O ancora, per la pavimentazione delle strade sono stati lungamente sperimentati, anche in Italia, asfalti che sono in grado di trattenere le polveri inquinanti fino al sessanta per cento e il cui maggior costo è compensato dalla durata superiore, ma i Comuni che ne hanno deciso l’impiego si contano sulle dita di una sola mano.

 


Note:
42. E. Manzini, F. Jégou, Quotidiano sostenibile. Scenari di vita urbana, Edizioni Ambiente, Milano 2003, cap. III. La mostra si è tenuta alla Triennale di Milano nel periodo settembre-dicembre 2003.

 

 

 

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