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ARCHITETTURA NATURALE > Maria Pia Belski, Bio-limiti. I confini dell’abitare bioecologico

 

Ruolo del progettista

Molto si è scritto a giustificazione di un ruolo che sembra onnipotente, mentre è poco più che marginale nella formazione di habitat qualificati e qualificanti per la popolazione. Oltre trent’anni fa, l’americano James Marston Fitch annotava che l’architetto non costruisce prevalentemente per l’individuo che riposa, ma per l’uomo al lavoro, cioè mentre sta svolgendo un’attività non biologica, quindi innaturale. Questa prima contraddizione si somma ad altre incongruenze — o, peggio, leggerezze — che investono tutti i temi, ambientali e non:

«Per gli architetti, la situazione è piena di paradossi. Dal punto di vista sociale, essi sono parti in causa nell’azione di inquinamento, dato che la maggior parte degli scarichi inquinanti è prodotta in edifici progettati da membri della sua professione. E tuttavia l’architetto, in quanto architetto, è usualmente impotente a intervenire a una scala maggiore di quella del singolo progetto. [...] Anche dal punto di vista puramente tecnico, il dilemma dell’architetto è pieno di paradossi. Ci si rivolge a lui per correggere delle condizioni atmosferiche che, in gran parte o interamente, egli stesso contribuisce collettivamente a produrre. A differenza degli ambienti termico o luminoso, che l’architetto deve manipolare per mezzo di impianti di riscaldamento/raffrescamento, di illuminazione e così via per correggere deficienze naturali di ogni genere, l’ambiente naturale atmosferico, come abbiamo visto, ha di per sé ben poco di “sbagliato”. Teoricamente, l’architetto deve solo lasciare che esso riempia il suo edificio come l’acqua riempie una vasca. Al contrario, egli è invece costretto a spendere sempre più denaro per elaborati impianti destinati semplicemente a riportare l’aria al suo stato normale. Il risultato è un’altra di quelle applicazioni sbagliate del virtuosismo tecnico di cui è piena l’America. In ultima analisi, non è possibile nessuna soluzione architettonica isolata dal problema: ce ne può essere soltanto una a scala urbanistica o regionale». (43)

In altre occasioni, Fitch insiste sulla responsabilità dei progettisti nei confronti dell’ambiente e dell’utente:

«Qualsiasi complesso moderno, con le sue masse murarie, le sue strade asfaltate e le sue aree di parcheggio, assorbe e reirradia enormi quantità di energia solare. Questo effetto da solo è sufficiente a creare forti correnti convettive; ma a questo si somma l’effetto delle grandi superfici verticali, che creano potenti correnti ascendenti e discendenti. Se queste superfici si trovano a distanza ravvicinata come avviene usualmente nei quartieri del centro delle città, queste correnti raggiungono spesso la velocità di un vento di burrasca. Come risultato di questi fattori accumulati, il microambiente della maggior parte delle aree urbane è radicalmente alterato rispetto al suo stato naturale. E, poiché di ciò non si tiene mai conto nella progettazione del singolo edificio o del complesso di cui questo fa parte, l’alterazione è usualmente in peggio. C’è un’imprevista caduta dei livelli di comodità, di comfort e di sicurezza che i progetti si supponeva avrebbero elevato e rinforzato». (44)

«Quanti più libri e riviste legge, quanto più guarda la televisione e il cinematografo, tanto più l’architetto è incline a basarsi in gran parte o interamente su dati acquisiti visivamente, scissi dalla loro matrice di realtà sensoriale multidimensionale. Questa incapacità di riconoscere l’enorme importanza dell’impatto non visivo dell’architettura porta a un impoverimento di tutta l’esperienza percettiva — compresa, ironicamente, quella della vista stessa. Perché, se la soddisfazione delle nostre complesse esigenze sensoriali deve essere volgarmente semplificata, in questo modo, interi settori della manipolazione ambientale, con tutte le loro importanti conseguenze visive, verranno esclusi dal processo di progettazione. Avendo così abbandonata l’unica vera fonte di originalità, l’architetto è ridotto alla mera invenzione di nuove forme; e queste, come nella pittura e nella scultura moderne, tendono a diventare sempre più idiosincratiche, soggettive, frivole. In realtà, come dimostra tutta la storia e la preistoria dell’architettura, la ricchezza visiva è il sottoprodotto quasi automatico della corretta soluzione della maggior parte dei problemi ambientali. Ciò è assicurato dalla loro stessa complessità. Come è dimostrato sia dalla pratica primitiva, sia dalla ricerca più avanzata, l’adeguato controllo della luce del sole, con il suo enorme numero di variabili luminose e termiche, produrrà superfici molto più fotogeniche di qualsiasi quantità di invenzione formalistica. E proprio perché le forme saranno state desunte in risposta a una necessità ambientale, esse sono destinate a essere stilisticamente più durature. Il paradosso è che, nonostante l’ossessione dell’architetto contemporaneo per gli aspetti visivi del suo lavoro, egli spesso dimostra una grave incomprensione perfino dei più elementari fenomeni ottici. Nonostante tutti i nuovi mezzi a disposizione, il suo uso del colore — sia come pigmento o come luce — è più timido e meno esperto che in molti periodi precedenti. Malgrado tutto il suo stravagante uso del vetro, raramente si rende conto del fatto ottico elementare che il vetro è trasparente solo in certe condizioni oggettive. Malgrado tutto il suo grande uso dell’illuminazione artificiale pochi edifici sono veramente ben illuminati, mentre gli impianti di illuminazione ben progettati sono quasi inesistenti. E nonostante le nuove conoscenze in materia di insolazione e di orientazione, molti edifici nuovi presentano gravi disfunzioni, che si manifestano nell’abbagliamento, surriscaldamento e cattiva integrazione delle fonti di illuminazione naturali e artificiali. In breve, l’architetto presta allo stesso tempo troppa o troppo poca attenzione al mondo visivo, troppa alle sue sovrastrutture formali, troppo poca alle sue basi esperienziali». (45)

«Ogni volta che un architetto o un urbanista erige un muro o pavimenta una strada, egli interviene nei modi di comportamento della popolazione di quello spazio. Le conseguenze del suo intervento possono essere di maggiore o minore importanza, positive o negative, ma sono sempre reali. Il malfunzionamento si manifesterà in incidenti o accidenti tra la popolazione — in altre parole, per il loro non comportarsi nel modo che si era previsto. Convenzionalmente, la colpa viene sempre attribuita all’individuo, «non guardava dove stava andando», «è scivolato sul pavimento», «è ruzzolato per le scale», «è inciampato sulla sedia», «è stato colto dalle vertigini ed è caduto dalla finestra» eccetera. Ma le statistiche degli incidenti bastano a indicare che questa è una spiegazione semplicistica degli eventi, dato che differenti tipi di incidenti sono associati a specifici insiemi di configurazioni spaziali. [...] In altre parole, l’elemento architettonico non è riuscito né a sostenere né a suscitare la sequenza di movimenti che era nominalmente destinato a facilitare. Il progettista ambientale deve quindi comprendere, molto meglio di quanto faccia attualmente, quali saranno le conseguenze delle sue decisioni progettuali». (46)

«Il mantenimento della comodità negli spazi esterni è perciò molto complesso, implicando dozzine di fenomeni meteorologici la cui intensità varia nel tempo e nello spazio. La riuscita manipolazione di questi fenomeni costituisce uno degli aspetti più difficili e meno esplorati della progettazione paesaggistica. Forse a causa della sua stessa complessità, il problema è eluso, invece di progettare gli spazi esterni in modo da far fronte almeno all’effetto delle stagioni, gli architetti li concepiscono come se fossero destinati a un ideale clima platonico: è sempre estate e con il sole; non c’è pioggia o neve, né polvere o fango; non ci sono estremi di caldo o di freddo, non c’è mai vento né giornate nuvolose o notti di tempesta; non c’è rumore né gas di scarico del traffico automobilistico che sia previsto nel progetto. Questa tendenza a considerare gli spazi esterni come costruzioni puramente estetiche, prive di realtà microclimatica, è più evidente che mai nelle grandi piazze urbane, che sono sempre più una caratteristica della ristrutturazione urbana. Questo errore concettuale risulta in modo evidente non solo dal loro cattivo funzionamento nella vita reale, ma anche dai disegni e dai modelli plastici degli architetti, che presuppongono sempre condizioni climatiche ottimali. Non c’è nulla di sbagliato nel presentare il progetto nelle condizioni ideali, l’errore sta nel pensare che tali condizioni siano quelle tipiche. [...] Eppure, tecnicamente è perfettamente possibile minimizzare o eliminare questi fenomeni al livello microclimatico». (47)

Qualche anno dopo, alcune ricerche hanno posto l’accento sul fatto che, sebbene l’ambiente fisico non possieda un’influenza diretta sul contenuto e sull’intensità dei contatti sociali, l’architetto e l’urbanista sono in grado di influire sulle occasioni di incontrare, di vedere e sentire gli altri: occasioni che assumono una qualità loro propria e diventano punto di partenza per altre forme di contatti ulteriori. (48)

Le condizioni fisiche di un ambiente (piazze, vie, cortili, aree a verde ecc.) possono favorire o inibire lo sviluppo e il mantenimento di contatti umani e ciò è dimostrato dal fatto che, quando lo spazio risulta di qualità scadente, esso finisce per ospitare solamente le attività necessarie, indispensabili o obbligatorie (percorsi scuola, lavoro, spesa, piccole incombenze quotidiane con brevi spostamenti a piedi ecc.) che si svolgono durante tutto l’anno e in ogni condizione. Viceversa, quando lo spazio si dimostra di qualità elevata e fornisce una vasta gamma di opportunità e appropriati stimoli, le attività necessarie vi si svolgono con la stessa frequenza (anche se con la tendenza a prolungarsi nel tempo per le migliori condizioni ambientali), ma, in aggiunta, si sviluppano altre attività: le volontarie (quelle cui ci si dedica soltanto se lo si desidera e il luogo le invoglia: passeggiare, fare shopping o sport, sedere ecc.) e le sociali (quelle che, svolte anch’esse fuori delle mura domestiche, esigono la presenza di più persone nei medesimi spazi: parlare, ascoltare, giocare, osservare ecc.). Va sottolineato, però, che non si sta parlando di equazioni matematiche: se tutte le attività non riescono a combinarsi tra loro e se le nuove esperienze restano limitate, gli spazi pubblici, per quanto belli e curati siano, non riusciranno a diventare vivaci e attraenti.




Note:
43. J.M. Fitch, La progettazione ambientale, op.cit., p. 72. L’edizione originale del libro risale al 1972, lo stesso anno del primo rapporto mondiale sui limiti delle risorse naturali.

44. Ibidem, p. 76.

45. Ibidem, p. 84-86.

46. Ibidem, p. 153. Sul “cattivo design” si veda anche il piacevole libro di D.A. Norman, La caffettiera del masochista. Psicopatologia degli oggetti quotidiani, Giunti, Firenze 1990 (New York 1988).

47. Ibidem, pp. 164-165.

48. Tra i libri sull’argomento si ricorda: J. Gehl, Vita in città. Spazio urbano e relazioni sociali, Maggioli, Rimini 1991 (Danish 1980).

 

 

 

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