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| ARCHITETTURA NATURALE > Maria Pia Belski, Bio-limiti. I confini dellabitare bioecologico
Quantità tecnologica Il contesto spaziale, cui si è accennato in precedenza, è spesso inquadrato riferendosi, più che alla localizzazione, alla tipologia e alla quantità di tecnologia impiegata, tra low-tech e hight-tech. Questo tipo di lettura evita i comparti geografici e approfondisce i diversi modi di affrontare la progettazione ecologica, evidenziandone alcuni limiti. Nata sullonda della contestazione del maggio 1968 e sulla crisi petrolifera dei primi anni settanta, la corrente low-tech ha teso a contrapporsi alla rigidità e alla freddezza delle costruzioni moderniste, realizzando case popolari, scuole e centri sociali in autocostruzione, utilizzando materiali naturali, quali la terra cruda e il legno, e vegetalizzando le facciate e le coperture. I luoghi di sviluppo si sono concentrati nel Nord Europa (Germania, Danimarca, Belgio, Norvegia e Francia), ma hanno raggiunto gli Stati Uniti grazie a Paolo Soleri, allievo di Frank Lloyd Wright, e alla sua Arcosanti, dove sono bandite tecniche e tecnologie industriali. (17) Simboleggiata dalle spettacolari costruzioni in metallo e vetro, larchitettura hight-tech detta anche eco-tech si è imposta dal 1993, quando, dopo la Conferenza internazionale di Firenze sullenergia solare nellarchitettura e nellurbanistica, la Comunità europea ha dato il proprio sostegno allassociazione Read, fondata da progettisti famosi (quali Foster, Piano, Rogers, Herzog, Jourda e Perraudin) per far riflettere sullutilizzo delle energie rinnovabili in architettura. Gli edifici caratterizzanti puntano sullimpiego della tecnologia e dellinformatica per risolvere i problemi ecologici, ma larchitettura internazionalizzata e gli eccessivi consumi per riscaldare in inverno e raffrescare destate (come nella cupola del Reichstag di Foster a Berlino) non convincono gli ecologisti. Tuttavia, grazie alla popolarità degli autori, queste realizzazioni hanno prodotto un effetto trainante, perché molte innovazioni, come la facciata a doppio involucro (o pelle), sono state applicate su edifici di minori dimensioni con risultati efficaci. Tra low-tech e hight-tech esiste una terza via, molto seguita in Europa, che unisce tradizione e innovazione, tecnologia e umanesimo, informatica e rispetto del luogo, comfort moderno e regole della natura. In questo ambito, si è fatto strada quello che Dominique Gauzin-Müller definisce minimalismo ecologico: «Una nuova generazione di architetti e di ingegneri, meno militanti e più pragmatici dei pionieri degli anni settanta, a partire da circa dieci anni fa si è progressivamente imposta. Avvalendosi dei più moderni strumenti di progettazione e simulazione, questi ideatori di unarchitettura minimalista realizzano con tecniche e prodotti innovativi degli edifici che esprimono, attraverso un linguaggio minimalista, una decisa appartenenza al moderno. Senza esibire i coefficienti di risparmio energetico e le patenti di ecologicità, le loro costruzioni integrano questi parametri come elementi costitutivi del progetto. Questi progettisti sposano unidea forte e rigorosa del disegno per offrire una risposta adeguata ai vincoli del luogo e del programma. Si sottraggono con maestria dai principi e dalle tecniche convenzionali, associano con essenzialità materiali grezzi e preziosi e si avvalgono volentieri della prefabbricazione per ridurre la durata del cantiere e limitare i costi». (18) Il difficile controllo climatico ed energetico allinterno degli edifici ad alta tecnologia suscita spesso clamore e interventi correttivi, mostrando come, in ogni tipo di indagine sullarchitettura, sia ecologica che tradizionale, manchi un importante elemento di giudizio: la verifica nel tempo.
Note: 18. D. Gauzin-Müller, Architettura sostenibile. 29 esempi europei di urbanistica, qualità ambientale, sviluppo sostenibile, Edizioni Ambiente, Milano 2003 (Princeton 2002), cap. I.
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