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ARCHITETTURA NATURALE > Maria Pia Belski, Bio-limiti. I confini dell’abitare bioecologico

 

Complessità italiana

Per cogliere appieno la complessità del nostro Paese, in generale e all’interno di una visione ecologista, si riporta integralmente un noto intervento di Mario Fazio:

«Il caso italiano è caratterizzato dalla quantità e qualità delle città antiche, complessi organismi urbani stratificati nei secoli, che costituiscono il cuore delle città di oggi. Quantità: su 8000 comuni si contano in Italia ben 7750 centri storici, del quali 2284 fondati in epoca romana e pre-romana, 4124 tra il nono secolo e il 1380, gli altri in epoca successiva. Se si aggiungono i nuclei storici isolati, come frazioni, borghi, villaggi, insediamenti di origine religiosa e militare, si arriva a un totale di ventiduemila, secondo una stima approssimata per difetto. Manca però tuttora una catalogazione completa, su scala nazionale. Questo smisurato patrimonio storico va considerato tenendo conto delle diversità esistenti da regione a regione ed anche talvolta all’interno dello stesso comune. Riorganizzare in maniera ecologica la città antica richiede anzitutto la conoscenza aggiornata delle situazioni, e questa conoscenza, oggi, è del tutto inadeguata.
Un primo punto su cui fissare l’attenzione riguarda la qualità dei suoli. Il 45% dei comuni italiani si trova in zona sismica: 3209 comuni sono dunque esposti al rischio di terremoti e di questi almeno un terzo si trovano in area ad alto rischio per frequenza ed intensità, a volte distruttivi come si è recentemente visto in Umbria e Marche, senza dimenticare Irpinia, Friuli, Belice. Per programmare e progettare interventi è dunque indispensabile un’analisi sistematica dei suoli e dei sottosuoli accompagnata dall’analisi delle condizioni strutturali degli edifici (il crollo della Cattedrale di Noto, gioiello barocco siciliano, era prevedibile da quando, nel 1986, fu scoperta un’estesa infiltrazione d’acqua nel sottosuolo). Almeno settemila centri storici e nuclei storici isolati richiedono queste analisi con urgenza, per progettare interventi di consolidamento e di prevenzione tali da almeno limitare i danni nel caso di scosse violente e ripetute. Le tecnologie ed i metodi antisismici sono maturi da decenni, i costi sono sopportabili tanto più in rapporto ai seimila miliardi [di lire, pari a oltre tre miliardi di euro] che gravano annualmente sullo Stato per riparare i danni al patrimonio storico. Riferirsi solamente alla qualità ecologica o alla rispondenza a criteri ecologici può risultare limitativo; occorre prendere in considerazione anche lo spessore documentario del tessuto storico ponendo il giusto accento alla questione estetica. Non è casuale il fatto che siano i centri antichi ad attrarre l’interesse dei visitatori o che susciti nei residenti un forte senso di appartenenza. La città antica, il borgo antico, le costruzioni rurali del passato hanno un altissimo grado di empatia, quella capacità di comunicare sensazioni che manca alle aree di nuova edificazione, trovarsi nella piazza di Vigevano certamente dà un piacere molto differente da quello che si può provare in una piazza moderna o pseudo-moderna. Da queste semplici considerazioni scaturisce l’idea della necessità di attribuire valore primario alla bellezza della città antica o del villaggio storico che si vuole riorganizzare ecologicamente. È questo il caso di non aver pudore ad usare il termine bellezza così, come altri, condannati all’uso turistico o al kitsch postmoderno, quali caratteristico, pittoresco ecc.
Dunque, ecologia comporta anche la conservazione dell’aspetto degli edifici antichi, da quelli più nobili alle case rurali, nel rispetto del contesto cui gli abitanti sono legati da radici fortissime; valga l’esempio delle popolazioni terremotate, dell’Umbria e delle Marche, che vogliono assolutamente rimanere nei loro borghi, vogliono ristrutturarli, ricostruirli.
La rispondenza degli insediamenti antichi ai criteri ecologici è argomento che merita trattamento speciale in quanto la casistica è molto varia. Piccoli centri storici situati su alture, colline, montagne hanno spesso un’ottima esposizione al sole, ma esistono anche insediamenti, sorti per ragioni di difesa o altri motivi obbligati, che si trovano in gole strette e buie, oppure su pendici rivolte a nord con conseguenti difficoltà di adeguamento a criteri di corretta esposizione. Nei comuni storici “maggiori” si osservano situazioni molto complesse, dove il tessuto antico è stato saturato da aggiunte e sopraelevazioni (spesso a scopo speculativo, già dal Sette-Ottocento), vi sono vicoli molto stretti e bui su cui incombono edifici troppo alti. Sono estremamente esemplificativi di tali situazioni i vicoli di Napoli, Genova, Palermo, Taranto ed altre città ancora. Come riorganizzare in maniera ecologica centri e nuclei storici tanto differenziati?
L’esperienza, riportata nel testo Antico è bello, del Laboratorio di quartiere gestito da Renzo Piano nel centro storico di Otranto, fornisce esempi concreti di uso di tecnologie e di metodi dolci per interventi di restauro-ammodernamento su edifici antichi. Quell’esperienza va aggiornata con criteri ecologici, ma restano fermi alcuni principi, già fissati nel documento di indirizzi approntato per il centro storico di Genova (1994-95):
- no alle demolizioni, facendo eccezione per superfetazioni, aggiunte precarie (tipiche del dopoguerra) che aggravino la densità e i problemi igienici;
- rifacimento delle linee sotterranee, acquedotti, fognature, ripristinando il manto di copertura originale, i suoli permeabili, i rivi scoperti;
- restauro degli spazi pubblici, piazze, porticati e del loro arredo tradizionale;
- creazione di giardini dove esistono spazi vuoti, secondo progetti ecologicamente orientati e con scelta di tipi di vegetazione idonei;
- restauro di monumenti e di edifici monumentali, contenendo l’invadenza del terziario e fissando regole che impediscano la diffusione del façadismo in voga a Parigi che consiste nel conservare la pelle del palazzo storico, svuotandone l’interno per nuovi usi;
- intervenire con i metodi del recupero-restauro sull’edilizia abitativa “povera”.
L’adozione di criteri ecologici e l’adeguamento alle esigenze del vivere contemporaneo non sono affatto in contrasto con la conservazione (o addirittura il ripristino, nel caso di crolli e di forzate demolizioni parziali) di questa edilizia abitativa cosiddetta “povera”. Un discorso analogo vale per interventi antismici quali cuciture, legamenti, ingabbiamenti, micropalificazioni ecc.
Un’esigenza fondamentale è l’informazione corretta, attraverso laboratori e consultori di quartiere o mobili (più utili nel caso di villaggi sparsi) con formazione di operai specializzati. Informare sui metodi di intervento e sui materiali da usare, dall’esterno all’interno, fino all’arredo, le finestre in anodizzato, le facciate spalmate di cemento e coperte di vernici sintetiche, le aggiunte di travature in cemento armato, sono prodotti della disinformazione come l’uso della moquette per coprire pavimenti antichi. L’opera di informazione-consulenza è tanto più necessaria nei centri storici “minori”.
Dove mancano indirizzi e contesti sta mutando la faccia di interi villaggi carichi di storia. In questo senso semplici manuali, chiari e di facile consultazione, con indicazioni progettuali ed esempi, riuscirebbero là dove le Soprintendenze non arrivano.
Dove i vicoli sono molto stretti e bui, sovrastati da case troppo alte con inevitabili problemi di illuminazione e di arieggiamento, si propone di spostare gradualmente le abitazioni ai piani più elevati, dove esistono riserve di alloggi vuoti, destinando i piani bassi a magazzini, depositi, negozi. Sembra interessante anche la prospettiva dell’uso di fibre ottiche e di camini solari per portare ai piani bassi la luce naturale.
Per riorganizzare ecologicamente la città antica di grandi dimensioni va affrontato e risolto il problema del trasporto di cose e persone fornendo alternative valide: mezzi elettrici di dimensioni ridotte, ascensore dove esistono forti dislivelli, scale mobili (vedi il caso di Perugia), nastri trasportatori ove compatibili col contesto. Nei piccoli centri storici la dimensione pedonale è naturale e i residenti possono agevolmente lasciare il mezzo privato ai bordi. L’installazione di pannelli solari su edifici antichi pone problemi che è facile immaginare. Non insuperabili nel caso di case rurali o di edifici con ampie terrazze. Le costruzioni in pietra si prestano invece ad accorgimenti di isolamento termico con metodi e materiali idonei, soprattutto sotto i tetti. Migliaia di centri storici “minori” costruiti su alture e monti battuti dal vento offrono condizioni ideali per lo sfruttamento dell’energia eolica. Lo stesso discorso vale per le frazioni e i nuclei staccati, per le case isolate. Batterie di generatori eolici, collocati nei siti idonei anche dal punto di vista paesaggistico, potrebbero fornire elettricità a costi competitivi con quella trasportata dagli elettrodotti. Occorre inoltre aggiungere che le case rurali ed i nuclei antichi isolati offrono la possibilità di creare sistemi di accumulo di energia, principalmente di acque calde, integrati negli edifici stessi e nei terreni in pendio. Quasi ogni casa antica, anche nelle grandi città, conserva almeno le tracce di cisterne che dovrebbero essere recuperate. L’argomento relativo alle cisterne è doppiamente interessante nelle regioni caratterizzate da clima con lunghi periodi secchi cui seguono piogge molto intense. Il ritorno al sistema antico dell’accumulo d’acqua piovana in cisterne sotterranee sarebbe altamente benefico per l’agricoltura. Dove l’irrigazione nei mesi asciutti viene fatta ricorrendo agli acquedotti, si osservano malattie delle piante dovute al cloro.
Mentre nelle città antiche di grandi dimensioni la raccolta differenziata dei rifiuti solidi e la ricostruzione delle vecchie fognature sembrano soluzioni inevitabili, nei nuclei isolati dovrebbe essere sviluppato il sistema del compostaggio (ancora il tema dell’informazione, sorretta da incentivi fiscali e creditizi, nonché dell’offerta di atttrezzature idonee a costi sopportabili) ed incoraggiato il ricorso alla fitodepurazione in versione tecnologicamente avanzata, contro la tendenza ingegneristica a costruire lunghi e costosi allacciamenti alle condotte fognarie di fondovalle e costiere che aggravano il peso inquinante su torrenti, fiumi, mari.
Riorganizzare, riqualificare sono temi che non devono coinvolgere solo architetti ed altri addetti ai lavori, ai quali delegare le scelte che i cittadini devono accettare nella loro qualità di utenti disinformati e privi di voce. Tutti, nella nostra veste di osservatori delle vicende architettoniche recenti abbiamo toccato con mano i disastrosi progetti di tanti architetti celebri, che hanno inventato a tavolino ciò che sarebbe stato il meglio per i futuri abitanti.
Guardiamoci dal ripetere simili errori nella riqualificazione delle periferie e negli interventi sulla storia»
. (35)

 




Note:
35. Il giornalista Mario Fazio (1924-2004) è stato uno dei fondatori di Italia Nostra e suo presidente dal 1986. Il testo qui riportato è stato presentato a Bologna nel 1999, all’interno di Europa Symposium, il vertice europeo per un’edilizia sostenibile ed ecocompatibile nato nei primi anni novanta ad Aachen nel quadro dell’IBA Emscher Park e tradizionalmente ospitato, per l’Italia, all’interno del Salone internazionale dell’industrializzazione edilizia (Saie).

 

 

 

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