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COMPOSIZIONE
ARCHITETTONICA E URBANA >
Alberto Ferrari, Le azioni del costruire, 1998
Alberto
Ferrari (1939-2006) è stato architetto e professore di Progettazione,
Composizione Architettonica e Teoria della progettazione a Venezia,
Milano, Pavia e Mantova. Le sue analisi di singole opere, di progettisti
e di ambiti teorici riguardanti l’architettura, l’ambiente e il paesaggio
sono state oggetto di libri e saggi sulle più importanti riviste
di settore (Zodiac, Casabella, Costruire, Domus, Storia urbana, Edilizia
Popolare), oltre che di un’attività didattica svolta con grande
passione e particolarmente attenta a fornire stimoli a studenti e collaboratori.
Il breve saggio qui riportato è un inedito, scritto, nel settembre
1998, come proposta per una serie di articoli dedicata a un pubblico
attento al formarsi dell’architettura. La proposta ebbe fortunatamente
seguito non sulle pagine di un mensile, dove si sarebbero disperse,
ma nel libro che ha mantenuto identico titolo: Le azioni del costruire
(Mantova 2003). In esso, moltissime illustrazioni supportano la trattazione
su quei «pochi passaggi operativi, sempre gli stessi» che
un architetto deve compiere nella realizzazione di un’opera, ma che
non daranno mai uguali risultati perché «sono infinite
le situazioni che i progetti affrontano». Di quei passaggi viene
qui abbozzato il primo e più importante – Collocare e fondare
– che è anche quello al quale il viandante presta meno attenzione.
Premessa
Le considerazioni qui esposte si propongono di essere un contributo
alla comprensione dell’architettura come costruzione, e, per usare un’espressione
illustre, come “arte tecnica e tettonica”.
Esse nascono da un’occasione didattica. In quella sede, il loro scopo
era quello di convincere i futuri architetti che il progetto è
qualcosa di più di una serie di disegni, di plastici, di calcoli
e di descrizioni, e che le simulazioni grafiche e tridimensionali devono
essere considerate non solo come una rappresentazione ma soprattutto
come un programma.
Il fatto di considerare il progetto come un programma di costruzione
corrisponde ad un modo di vedere le cose che non esaurisce il suo interesse
nell’ambito didattico. Costruire significa modificare la forma del mondo
(nella duplice veste di “coerentia” e “spectaculum” di cui parla Cicerone),
e progettare vuol dire compiere questa operazione in modo consapevole,
avendo ben chiaro le azioni fondamentali in cui essa consiste, le scelte
che governano tali azioni e le motivazioni che inducono a scegliere
un modo di agire anziché un altro.
Le scelte di progetto nel momento pratico della realizzazione sono esposte
al contrasto di circostanze esterne avverse, come la scarsità
delle risorse, l’incomprensione dei committenti, i limiti imposti dalla
società attraverso le normative e le commissioni edilizie. Ma
nel momento in cui il progetto nasce esso non deve cercare giustificazioni
esterne, al contrario deve fondarsi su solide e profonde motivazioni,
connesse con modi di sentire e di pensare ben radicati nella realtà
esistenziale del progettista. Solo così questi potrà sperare
di trovare un terreno d’incontro con il proprio pubblico.
Le ragioni delle scelte che si compiono in un progetto di architettura
sono sempre complesse perché di solito contengono esigenze contrastanti,
o almeno tali da poter sembrare contraddittorie se considerate troppo
semplicisticamente.
Ad esempio, progettare una casa significa immaginare una serie di accorgimenti
per separare e proteggere gli abitanti dal mondo esterno, ma anche per
metterli in comunicazione con esso. La casa si appoggia sul suolo, ma
al tempo stesso se ne solleva; i suoi abitanti desiderano che essa abbia
una propria identità, ma anche che sia affine e non estranea
alla città che la ospita. E così via, in una continua
ricerca di equilibri infinitamente differenziati.
I trattatisti si sono interrogati proprio sulle ragioni prime che, al
di sopra di tanta complessità, e al di là delle infinite
possibili contraddizioni, giustificano l’architettura come attività
di modifica e riordino del mondo. Così Gottfried Semper con i
suoi “Quattro elementi”: il focolare, il terrapieno, il tetto, il recinto.
Prima di lui l’abate Laugier con la sua capanna originaria, su su fino
al vecchio Vitruvio e alla sua teoria della scoperta del fuoco come
motore originario della vita sociale e quindi del costruire. Non sembri
fuori luogo accostare i grandi trattatisti del passato ai compiti che
la contemporaneità assegna al progetto, e alle incertezze che
ne derivano, anche nelle più minute e modeste occasioni. Naturalmente,
non importa sapere se i primi gesti dell’uomo-architetto, nella notte
dei tempi, siano stati proprio quelli di costruire un focolare, un terrapieno,
ecc. È invece importante riconoscere in questi elementi altrettante
metafore delle idee generatrici che sono alla base di ogni architettura
che abbia qualche valore.
Questo modo di pensare ci difende da un atteggiamento passivo; ci aiuta
a pensare l’architettura non come qualcosa che è, ma come qualcosa
che si fa; non come un catalogo di parti, ma come un procedere di azioni:
appunto, le azioni del costruire.
Per quanto la pratica del costruire sia complessa, le azioni elementari,
fondamentali, che il progetto di una qualsiasi costruzione deve mettere
in conto, sono poche, e sono sempre le stesse. Tutti le conoscono e
ognuno le comprende immediatamente, anche se può sussistere qualche
difficoltà lessicale nel trovare i termini esatti per definirle.
Possiamo tranquillamente accettare l’idea che ogni definizione sia provvisoria,
e che ogni elenco sia incompleto. Ciò che più conta è
la consapevolezza che ogni azione fondamentale del costruire si attua
attraverso una scelta, e che ogni scelta acquista senso dalla motivazione
di chi la compie. Senza motivazione (o con motivazioni deboli, agnostiche,
incerte) nessuna scelta può essere condivisa e ogni azione è
vana.

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