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| COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Umberto Galimberti, LArchitettura e le figure del tempo 1.
Il tempo ciclico Nel ciclo ogni epoca non ha una finalità, ma semplicemente una fine. Il finito è perfectum, perché è compiuto, perché non lascia nulla fuori di sé. Con la sua fine raggiunge il suo fine. I due significati trovano la loro identità nel télos, la cui radice tel significa girare intorno, compiere per intero il proprio giro, donde teléo che vuoi dire «portare a compimento», tradotto dai latini con perficere, da cui perfectum, ossia compiuto, finito. Non cè sporgenza nel ciclo che, come ha ben visto Nietzsche, non ospita né desideri né dinieghi. In esso le eterne figure «governano a turno mentre il ciclo si svolge, e gli uni negli altri finiscono e crescono secondo il turno che spetta» (3). Nel ciclo raggiungere il télos significa raggiungere la propria fine, e nella fine la propria forma. Se la forma è il fine dellopera, questo fine è raggiunto solo alla fine. A questo alludono le parole aristoteliche enérgheia ed entelécheia; tra loro non cè contrapposizione, quasi che lenergia appartenga al mondo meccanicistico della natura e lentelechia a quello finalistico della progettualità umana. Nel ciclo non cè finalità ma solo compimento, e lopera (érgon) appare quando è compiuta, quando lattività (enérgheia) che, prendendo avvio (árcho), lha promossa, è giunta alla fine (entelécheia). Entelés écho significa infatti: ho compimento, sono compiuto, perciò Aristotele può dire: «In realtà è fine lopera, e latto si identifica con lopera e perciò anche il nome stesso di atto (enérgheia) deriva da opera (érgon) e tende verso latto perfetto (entelécheia)» (4). Nel tempo ciclico cè dunque identità tra il fine e la fine. A sancirla è la morte che, conducendo le singole forme alla loro distruzione per consentire la riproduzione di nuove forme, appare come il giudice implacabile che amministra il ciclo, non nel senso che lo destina a qualcosa, ma nel senso che lo ribadisce come eterno ritorno, permettendogli così di durare eternamente come ciclo. Nel ciclo non cè rimpianto e non cè attesa. Il télos che lo percorre non ha aspettative né pentimenti, la temporalità che esprime è la pura e semplice regolarità del ciclo, dove nulla può accadere che non sia già accaduto e nulla può avvenire se non con-formandosi al già avvenuto. Nel tempo ciclico non cè futuro che non sia la pura e semplice ripresa del passato che il presente ribadisce. Non cè nulla da attendere, se non ciò che deve ritornare. Dal tempo ciclico nascono alcune figure della temporalità che condizioneranno lantropologia delluomo occidentale. Tra esse ricordiamo: lirreversibilità del tempo rispetto ai singoli individui che nel ciclo sono destinati a perire; luniformità del tempo rispetto allidentica riproduzione delle forme e delle specie. Inoltre, se ciò che deve accadere è già accaduto, organo del tempo sarà la memoria. Questo spiega da un lato la vera essenza del mito che non è favola o leggenda, ma deposito di memoria, dallaltro il sorgere della filosofia come contemplazione, perché, se ciò che avverrà in certo modo è già avvenuto, per «sapere» sarà sufficiente «guardare». Infine la verità come s-velamento (a-létheia) sarà alla base sia della filosofia sia dellarte che avrà come compito quello di svelare ciò che nel ciclo della natura è già contenuto, quello di liberare le sue qualità segrete. Archi-tetto sarà colui che con la tecnica (téchne) darà inizio (árcho) a questa liberazione. Ciò che si tratta di liberare sono innanzitutto le misure segrete della natura di cui il temp(i)o è la prima figura.
2. F. Nietzsche, «Lamento di Arianna», in Ditirambi di Dioniso, 1882-1884. 3. Empedocle, fr. 26. 4. Aristotele, Metafisica, IX, 1050 a, 21-24.
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