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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Umberto Galimberti, L’Architettura e le figure del tempo (*)

 
Il filosofo Umberto Galimberti (1942) è professore ordinario di Filosofia della Storia e Psicologia generale all’università Ca’ Foscari di Venezia e collaboratore del quotidiano “la Repubblica”. Notissimi i suoi studi di filosofia, antropologia culturale e psicologia e le traduzioni di molte opere di Karl Jaspers (di cui Galimberti è stato allievo in Germania) e di Martin Heidegger. Il saggio qui proposto mette a fuoco le relazioni tra l’architettura, il nostro modo di abitarla e il tempo (**) e le complessità connesse.


Solo se abbiamo la capacità di abitare il tempo, possiamo costruire.
Finora l’architettura s’è pensata in relazione allo spazio, quasi ignorando che lo spazio che stava occupando, disponendo, ordinando, edificando era uno spazio storico, per cui oggi non costruiamo come costruivano gli antichi anche se continuiamo ad abitare come abitavano gli antichi. Dunque ciò che è mutato è il modo di abitare, e questo mutamento è figura del tempo. Occorre quindi che l’architettura si pensi in relazione al tempo.

Pensarsi in relazione al tempo non significa pensarsi figli del tempo, adeguati al tempo, come richiede il nostro tempo. Non ci sono gli uomini e poi il tempo. Il tempo non è fuori di noi o dentro di noi. Il tempo è la prima architettura che l’uomo s’è dato per poter abitare. Di questa architettura gli architetti non sono inconsapevoli, ma la loro consapevolezza non si rivela quando costruiscono secondo il loro tempo o contro il loro tempo. Tutte le novità rispetto alla moda del tempo dicono solo che il tempo è stato rattrappito nel breve respiro dell’epoca.

Non c’è più scenario. Cielo e terra si sono fatti lontani. La tirannide dell’attualità ha contratto a tal punto la dilatazione del tempo da rendere impossibile l’abitare. Con la casa, che più non ospita passato e futuro, ma solo l’attualità del presente, la sua fungibilità e fruibilità, ne va dell’essenza dell’uomo, della sua memoria e del suo orizzonte. Disabitando il tempo non possiamo più abitare; non è questione di alloggi, ma di radici. L’attualità ci sradica.

Tempo è parola latina, i greci non avevano una parola per dire «tempo», ma molte. Per loro il tempo era una complessità.

Architettura è una parola greca, e quindi non ignora la complessità. Essa rinvia al tecnico (técton) che dà avvio, dà inizio, incomincia (árcho) qualcosa. La temporalità è già nella radice della parola. Dare inizio a qualcosa significa infatti immettersi nella trama del tempo. Questo è possibile se il tempo è qualcosa di cui si dispone. Pensare di poter disporre del tempo significa averlo sottratto all’eternità degli dèi. Questa sottrazione, questo furto i greci l’hanno raffigurato nel grandioso scenario delle montagne del Caucaso dove stagliati, l’uno contro l’altro, sono il risentimento di Zeus e la passione di Prometeo.

Consegnando agli uomini la tecnica, Prometeo dona loro una temporalità assolutamente nuova rispetto a quella che regolava cielo e terra secondo destino e necessità. Dopo il dono di Prometeo il corso del tempo ha una finalità (télos) che non è più il suo compiersi nel ciclo (kúklos), ma è il suo ancorarsi a uno scopo (skopós). In vista di questo scopo si dà inizio (árcho) a qualcosa. L’architettura nasce con questo tempo. Prima non era possibile, perché non c’è inizio e non c’è scopo dove il tempo è ciclico, dov’è immutabile ripetizione dell’identico, secondo necessità.

 


Note
:
*. U. Galimberti, L’Architettura e le figure del tempo, in “Tema Celeste”, n. 10, gennaio-marzo 1987, pp. 36-40. Le note nel testo sono dell’Autore.

**. Sotto un’altra angolazione il rapporto tra tempo e architettura è stato affrontato da M.P. Belski nei Particolari di progettazione.

 

 

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