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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione ACQUA (1)
Acqua: è via di trasporto e mezzo di comunicazione, impianto refrigerante e purificante, dispensa pronta (quando non è inquinata), fognatura sempre aperta e pulita, luogo di espansione urbana, ma anche gioco, spettacolo, nota più o meno ornamentale, terapia. Con fuoco, aria e terra è uno degli elementi costitutivi del mondo fisico riconosciuti dagli antichi, fondamento del vivere e, quindi, del credere. Perché, nonostante le gesta poco rassicuranti di Nereo, Forco, Proteo e soprattutto del litigioso Poseidone, la vicinanza dell’acqua è sempre stata di grande importanza per l’insediamento di una comunità: lo testimoniano gli acquedotti romani, che approvvigionavano territori lontani dalle fonti, e i milioni di persone che vivono tuttora in Oriente (per esempio a Shanghai o a Hong Kong) su case galleggianti o su palafitte, non solo per motivi di sopravvivenza o opportunità (mancanza di altri alloggi o conciliazione tra casa e lavoro), ma anche per uno stile di vita, fatto di tradizione e ritmo naturale. In architettura, ambito artificiale e artificioso, la cultura condiziona i popoli nell’uso dell’acqua: cristiani e islamici, anche in climi e latitudini lontani e diversi dai luoghi d’origine, hanno sempre avuto comportamenti differenti. I primi, abituati alle grandi quantità provenienti dalle montagne, consideravano l’acqua una risorsa inesauribile e capace di soddisfare qualunque uso. I secondi, originari di terre aride, la ritenevano un elemento prezioso perché scarso. Così, se i cristiani impiegarono l’acqua anche per adornare con fontane e giochi totalmente inutili i giardini di regge e palazzi (a volte a scapito dei fabbisogni primari della popolazione, come a Caserta), gli islamici si concentrarono sull’aspetto utilitaristico più che decorativo: oltre a realizzare salutari bagni di vapore e fontane purificatrici nei cortili delle moschee, alimentavano grandi specchi o vasche d’acqua per mitigare, attraverso l’evaporazione, il microclima ambientale. Ma la diversità maggiore è che zampilli e cascate accompagnano l’architettura e la completano (come la collana un vestito), mentre gli specchi d’acqua duplicano l’immagine dell’edificio che vi si riflette, arricchendolo di nuovi valori percettivi. Nel corso dei secoli, alla staticità e alla quiete delle vasche d’acqua dell’Alhambra o del Taj-Mahal si sono contrapposti in Occidente complicati sistemi idraulici. Per la rinascimentale Villa d’Este a Tivoli furono inventati singolari congegni meccanici per creare, sfruttando la pressione e la velocità dell’acqua nelle fontane, suoni simili a ocarine e flauti o ad armi da fuoco oppure per far suonare un organo, utilizzando la forza idrica. Ispirato dallo stesso spirito ludico, Pietro il Grande concepì, intorno al 1720, un complesso sistema idraulico per alimentare la monumentale Grande Cascata (64 fontane e 255 statue) e piccoli capolavori, fontane e passaggi a sorpresa, per far divertire - e bagnare - i visitatori della reggia di Petrodvoretz, sul golfo di Finlandia. L’acqua ha invece avuto un’interconnessione più diretta con l’architettura nei castelli francesi di Mortrée (poi modificato) e di Chenonceau: non è contenuta in un fossato (come nei castelli medioevali), non in parterre artificiali (Chantilly, Versailles) né lambisce naturalmente la costruzione (Fontainebleau, Azay-le-Rideau), ma la attraversa, costringendo gli edifici a elevarsi almeno in parte. In seguito alla Rivoluzione francese, gli ingegneri idraulici si dedicarono a opere di pubblica utilità, acquedotti, canali navigabili, bonifiche. Persino le fontane che Napoleone volle nel 1806 per abbellire Parigi vennero ufficialmente giustificate come necessarie a purificare e rinfrescare l’aria, ad alimentare i servizi privati, a coprire il fabbisogno pubblico, a lavare le strade. Questo senso dell’utile contribuì non poco a eliminare l’uso dell’acqua nell’architettura moderna. Se si escludono le piscine, infatti, pochi progetti fanno eccezione: lo specchio d’acqua davanti al municipio a Hilversum di Dudok (1928-30), la cascata integrata nella celeberrima casa Kaufmann a Bear Run di Wright (1936-39) e non molti altri. Solo venti-trent’anni più tardi, in contesti straordinari e condizioni atipiche, si riaffaccia l’acqua intesa come elemento di progetto, pensato cioè insieme all’edificio, privilegiandone ora l’uso formale, ora la funzionalità. All’intervento delicato di Mies van der Rohe sulla piazzetta antistante al Seagram Building si contrappone più efficacemente l’impiego di laghi artificiali e grandi vasche d’acqua alla maniera islamica: non è un caso, perché proprio tra gli anni cinquanta e sessanta si pongono le basi di tre capitali. A Chandigarh, Dacca e Brasilia l’acqua riflettente dei bacini artificiali carica la monumentalità e la rappresentatività degli edifici di Le Corbusier, Louis Kahn e Oscar Niemeyer. Quest’ultimo utilizzerà lo stesso artificio molti anni dopo, progettando la sede della Mondadori a Segrate, vicino a Milano. In Giappone, invece, è il mare che diventa protagonista, non già come suggeritore di spazio di forme, ma come spazio edificabile. Intorno al 1960, Kenzo Tange prevede che lo sviluppo di Tokyo avvenga sul mare e prolunga il centro di diciotto chilometri sulla baia. Seguendo gli stessi principi, il gruppo Metabolism elabora diversi progetti per Tokyo e per nuove città galleggianti (per esempio, Sea City, Marine City, Ocean City proposte da Kiyonoru Kikutake). Come per la capitale nipponica, anche per New York, nel concorso del 1986-87 per lo sviluppo sull’East River, sono state presentate proposte di strutture a ponte sull’acqua, di sapore chiaramente utopistico. Ovviamente, in queste megastrutture non è rintracciabile, né del resto era cercato, quell’intimo rapporto con l’acqua - vincolo non solo fisico ma anche concettuale, perché concorre direttamente alla formazione di un dato ambiente e a certe suggestioni - presente in più delicati interventi o in contesti particolari, come avevano dimostrato i progetti per Venezia, di Wright per il Manieri Memorial e di Le Corbusier per l’ospedale. Rapporto che si ha, soprattutto, quando gli affacci sono a piombo sull’acqua; tra gli ultimi esempi è il nuovo centro congressi di Reims (1990-94), in cui Claude Vasconi usa il canale dell’Aisne come specchio e limite del suo intervento. Oggi, per una serie di ragioni non sempre giustificabili, l’attenzione sensibile verso l’integrazione tra artificiale (edificio) e naturale (acqua) nell’unire uso ed effetto sembra limitata a un certo tipo di casa privata, soprattutto americana, mentre negli edifici pubblici relativi a esposizioni o a sistemazioni urbane (come a Palma di Majorca, Barcellona, Kiev) si assiste a un ritorno spesso inespressivo, anche se spettacolare, di vasche, fontane, giochi d’acqua. Forse sarebbe meglio rivedere daccapo il problema, magari eliminandolo del tutto, se questo portasse a soluzioni più vitali per l’ambiente quotidiano, o riprendendo un’iniziativa già lanciata, con originalità e spirito, dagli artisti degli anni venti, i quali, sulla spinta dell’Art Déco che non rinunciava all’iconologia della fontana, sostituirono i fasci di acque zampillanti con tubi al neon e canali di vetro. La fontana viveva dunque di notte, quando il buio inghiottiva tutto ciò che era intorno, edifici (e noi) compresi.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Nota:
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