Composizione architettonica e urbana

Architettura naturale

Storia

Pubblicazioni

COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione

BIOCLIMA (1)

 


Schema biologico sulle condizioni di benessere fisiologico
(in A. Arecchi, La casa africana, CittàStudi, Milano, 1992, p. 83)

Percorrendo il Sud tunisino può capitare di veder troneggiare in mezzo a un paesaggio e a un clima desertico un’antenna televisiva e un motorino: sotto, a sette metri di profondità, vivono da due millenni i Matmata. Berberi trogloditi scavatori che non sanno cosa sia l’architettura bioclimatica ma i loro agglomerati ne sono un modello. In condizioni ambientali così difficili - non è un’eccezione che la temperatura superi i 60 gradi - non si potrebbe immaginare un habitat più adatto, integrato ed economico.

Seguendo unicamente l’intuizione, gli antichi costruttori realizzarono, con un esiguo numero di tecniche e materiali disponibili, opere confortevoli e funzionali basate sullo sfruttamento del microclima e delle risorse locali, per il benessere termico e il riparo dagli agenti esterni. E con una gran varietà di soluzioni, perché ogni sito ha proprie caratteristiche, anche a brevi distanze: per esempio, le abitazioni dei Matmata confinano con villaggi, tuttora abitati, scavati nella roccia.

La natura del terreno, l’esposizione al sole e al vento, la presenza di vegetazione, il grado di umidità sono alcuni dei fattori che hanno condizionato gli insediamenti in ogni tempo e luogo. Così, se in Tunisia o in Cina si è sfruttato un sottosuolo tenero,(2) a Mesa Verde nel Colorado diverse centinaia di abitazioni sono scavate nella roccia esposta a sud per ripararsi dal sole. Agglomerati situati in tutto o in parte nelle caverne sono piuttosto diffusi nelle regioni del Mediterraneo: tra questi, i Sassi di Matera, che stupiscono ancora per le abitazioni scavate e murate con gli stessi materiali di scavo e per il complicatissimo sistema di canali e cisterne (che fece definire Matera «città idraulica») per recuperare la scarsa acqua presente. Altrove, in luoghi più riparati, intere città sono sorte sfruttando un pendio, in modo che l’inclinazione del suolo consentisse una costante e adeguata esposizione al sole. Nei paesi islamici, invece, ci si proteggeva dal calore e dall’escursione termica notte-giorno formando comunità dal tessuto complesso continuo, come le casbah, con edifici addossati tra loro, profondi porticati e mura spesse, talvolta culminanti nelle cosiddette torri del vento, specie di camini divisi in più sezioni da setti verticali in mattoni che, opportunamente orientati, forzano verso l’interno delle abitazioni l’aria entrata nella torre e subito raffreddatasi, creando circolarità. In zone particolarmente ventose, come nel Sud francese, la parete più esposta veniva coperta con lastre di piombo.

Il carattere spontaneistico di queste realizzazioni è l’elemento che stupisce di più quando si esamina in quest’ottica la storia degli insediamenti: sia nella costruzione di intere città, sia nell’edificazione di piccoli interventi la domanda di climatizzazione viene sempre soddisfatta al meglio e senza studi specifici, a cominciare dagli igloo esquimesi e dagli agglomerati degli Indiani d’America. È improbabile che le popolazioni pugliesi conoscessero i suggerimenti di Vitruvio quando inventarono il trullo - ancor oggi efficacissimo esempio di regolazione termica, dovuta alla grande massa muraria che restituisce di notte il calore immagazzinato durante il giorno - o scavarono nel tufo, nelle gravine della Murgia, a Massafra, una comunità di circa duemila abitanti, esponendo a sud-est le abitazioni di contadini e artigiani e a nord monasteri, chiese e altri servizi pubblici. Né lo conoscevano i montanari che isolavano con muri di pietra il pianterreno della propria casa e vivevano nella stua, stanza con struttura completamente in legno e una o due pareti rivestite all’esterno da muratura in pietra, riscaldata costantemente da una stufa alimentata da fuoco continuo a bassa temperatura.

Eppure, un progetto bioclimatico è operazione complicata: è necessario poter modificare un edificio, per mantenerlo in condizioni di benessere, al variare delle condizioni esterne, quindi del sito e del tempo. Oltre a rispettare l’ambiente, deve riparare dai venti, garantire negli ambienti interni una perfetta aerazione e una sufficiente luminosità, priva di fenomeni riflettenti o abbacinanti, limitando al massimo i costosi e inquinanti impianti di condizionamento dell’aria. Altrimenti, ammonisce Richard Rogers, «scompariremo come i dinosauri».

Tra gli architetti sensibili al problema viene abitualmente ricordato Raffaello che, nella progettazione di Villa Madama a Roma e delle Logge in Vaticano, si preoccupò dell’orientamento e dell’esposizione dei locali, ma l’effetto cercato fu vanificato da interventi successivi. Lo stesso è avvenuto per Palazzo Bresciano, progettato da Raffaello in direzione est-ovest, con la facciata sud ampiamente finestrata e quella ovest senza aperture, ma in epoca fascista l’edificio fu demolito e ricostruito in altro sito, con l’orientamento ruotato di circa 90 gradi.

Gli architetti razionalisti hanno spesso applicato i principi ottimali di insolazione, fino a disgregare la morfologia storica di una città per realizzare quartieri residenziali rigidamente rispettosi dell’asse eliotermico del luogo.

Nei singoli edifici la ricerca del benessere degli utenti ha dato luogo a invenzioni formali fortemente caratterizzanti. Alvar Aalto, pur non rifacendosi espressamente a studi specifici, dispose a ventaglio gli appartamenti della torre di Brema: gli ambienti di soggiorno sono aperti verso la migliore esposizione, mentre i servizi e le comunicazioni verticali sono chiusi a nord.

Le Corbusier mise a frutto le sue ricerche sul corso del sole in tutte le stagioni a Éveux, nel Convento de la Tourette, dove usò le logge sulle facciate più esposte all’irraggiamento; a Marsiglia, nell’Unité d’habitation, accanto alle logge introdusse i frangisole; a Chandigarh, le chiusure in cemento delle facciate dei palazzi proteggono le superfici vetrate arretrate, esaltando la monumentalità dell’insieme. La Robie House è considerata uno degli esempi migliori di abitazione climatizzata di Frank Lloyd Wright; soluzioni completamente diverse furono invece adottate nell’edificio amministrativo Larkin a New York, dove Wright dovette proteggere gli spazi interni dall’inquinamento. Louis Kahn, lavorando nelle zone torride dell’Angola e del Bangladesh, inventò diverse soluzioni, come il muro forato davanti alla finestra e la doppia copertura, per smorzare l’intensità della luce e del calore solare e ripararsi dalle piogge. La grande serra centrale nella biblioteca della facoltà di Storia dell’Università di Cambridge, progettata da James Stirling, è il suo più potente elemento compositivo (anche se col tempo il microclima interno sembra non abbia risposto sufficientemente a una perfetta vivibilità).

Accanto a esempi che considerano unitariamente il rapporto tra clima, uomo e ambiente, ne esistono molti altri che pongono in primo piano uno soltanto dei problemi connessi al bioclima. Per esempio, la necessità di risparmiare energia non inesauribile ha introdotto l’uso dei pannelli solari, ma raramente è affiancato da altre soluzioni studiate per convivere con gli agenti naturali. Il parametro bioenergetico, cioè, è stato considerato come un ulteriore vincolo alla progettazione. Ma capovolgendo quest’ottica e ripensando in termini globali il rapporto uomo-ambiente, non sarà utopia raggiungere una migliore qualità della vita e una maggiore coerenza ed espressività degli edifici. E anche smentire chi crede che il bene generale sia argomento da furfanti, ipocriti e adulatori.

 

Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde 

 

Note:
1. In Costruire n. 113, ottobre 1992, pp. 311-2, col titolo «A misura di ambiente», rielaborazione.
2. Per la Cina si fa riferimento alle abitazioni-rifugio sotterranee ricavate nel loess - una roccia costituita da fango trasportato e depositato dal vento - che per la sua scarsa durezza e la sua alta porosità può essere facilmente scavato. Visti dall’alto, gli insediamenti hanno un disegno rigoroso, a quadrati alternati, ma non esistono edifici in altezza: le abitazioni sono a una profondità di circa 9 metri e sono accessibili mediante scale a L. I pozzi-cortili, che forniscono aria e luce, hanno un’area di circa 500 mq. Il risultato è che non si scorge alcuna casa, alcun edificio pubblico (scuole, alberghi, uffici), alcuna fabbrica; anche fiumi e strade sono nascosti. tale soluzione garantisce una nomale vivibilità (le case sono pulite, libere da insetti nocivi, calde d’inverno e fresche d’estate) e, dato non trascurabile, non viene sprecato terreno fertile: la terra diventa al tempo stesso abitazione (le case sotto) e luogo di lavoro (i campi sopra).

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it