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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione FILTRI E RACCORDI
Che cosa fa dell’edificio un frammento vivo del tessuto urbano? Si può rispondere: tutto ciò che il progettista ha studiato e definito per quell’edificio sito in quel luogo e per quella utenza. Non basta, c’è dell’altro. Infatti, la rispondenza con l’intorno (poco importa se per mimesi, contrasto o elaborazione, dato il tipo di discorso che si vuole affrontare), lo studio tipomorfologico, il soddisfacimento di tutte le esigenze che committenza e utenza reclamano, l’impegno e la creatività del progettista non sempre sono sufficienti a garantire un perfetto inserimento dell’oggetto architettonico nella realtà quotidiana del contesto. Perché se da un lato manca il cosiddetto vissuto, composto di gente che usa l’edificio e gli si muove attorno, di vetrine, percorsi, vasi di fiori alle finestre, tende, scritte e insegne pubblicitarie, tavolini, segnali stradali, aiuole; dall’altro mancano, talvolta, quegli essenziali elementi di filtro che coinvolgono l’uomo nella combinazione fra i livelli fisico ed emotivo. L’ambiente fisico, infatti, pur non possedendo un’influenza diretta sul contenuto e sull’intensità dei contatti sociali, può essere manipolato dall’architetto per sviluppare o addirittura inibire le occasioni di incontro e relazione fra la gente. Così com’è possibile creare una piccola o grande varietà nella composizione urbana attraverso la scelta di forme, materiali o tinte, allo stesso modo tramite le decisioni progettuali è possibile influenzare le attività che vi si svolgono, determinare migliori o peggiori condizioni per le azioni all’aperto, qualunque esse siano, anche il semplice osservare. È possibile indirizzare gli utenti da una zona all’altra creando opportuni passaggi, valorizzando certe aree o suggerendo risposte alternative alla tradizione, poiché dal progresso è derivata la completa trasformazione del nostro modo di vivere gli spazi dentro e fuori gli edifici. Se, per esempio, si considerano i confini esterni, è facilmente dimostrabile che le alte mura di cinta, che con pesanti portoni separavano il privato dal pubblico, sono state progressivamente sostituite da recinzioni sottili, cancelli sempre meno sbalzati, da quinte architettoniche trasparenti o addirittura dal niente, dove il cortile o il giardino diventano di tutti. Se separazione sussiste è per difendersi: non da occhi indiscreti, ma dagli animali, dai malintenzionati, dal pericolo e dal rumore della strada, da un panorama per nulla invitante, dalla vastità stessa del luogo che spesso può disorientare. La mancanza di chiusure, che può far ricordare i telefilm nordamericani in cui le relazioni di vicinato sono proprio per questo accentuate (facendo dimenticare il diverso concetto di privacy e che nella realtà esiste anche l’opposto: città costituite prevalentemente da ville-bunker), è riscontrabile facilmente nei nostri paesi montani. Il palo in legno sorretto da due bassi montanti che dividono le proprietà viene asportato nella stagione invernale, raggiungendo un triplice scopo: il riutilizzo del divisorio (che non può marcire), la massima protezione (gli animali sono rintanati e le orme sulla neve troppo visibili), un’economia di percorsi con gli sci. L’intervento del progettista non si ferma qui, ma avvalendosi di tutti gli strumenti legati alle leggi della percezione ottica può regolare o esagerare le differenze metriche, avvicinare o allontanare una conclusione prospettica, ingrandire o rimpicciolire un particolare. Ciò ha antecedenti famosissimi: nel Medioevo si accresceva l’effetto di profondità delle chiese convergendo i lati verso il coro e accorciando gradualmente gli intercolumni; a Roma, in piazza San Pietro, si è adottato l’espediente opposto, si è teso cioè a mantenere regolare la forma dell’invaso contro l’influenza deformante della prospettiva e ad accorciare le distanze apparenti; a Firenze, la breve distanza che separa la rocca di San Miniato dagli insediamenti circostanti sembra molto maggiore perché la strada in salita è faticosa, rallenta la marcia e pare allungarsi, come, a Roma, la Cordonata (l’ampia rampa a gradoni bassi e inclinati che unisce piazza del Campidoglio alla città) costringe a un’ascesa lenta e ritmata; i giardini dei castelli sono chiusi prospetticamente da una quinta architettonica che non ha altra funzione se non dare conclusione allo sguardo. Un dislivello, un cambiamento di direzione, una presenza arborea, un porticato, una scalinata (che può, se di misura adeguata, essere luogo di sosta e di passaggio assieme, come Trinità dei Monti), uno spazio verde interposto tra muri pieni sono elementi che costringono a modificare il passo o il punto di vista, mediano il rapporto tra spazi diversi (pubblico-privato, ma anche pubblico-pubblico, privato-privato, semipubblico o semiprivato), assumono la funzione di filtro, raccordo o chiarificazione tra situazioni non omogenee, di pausa. Però esistono anche particolari più o meno consistenti che non sempre sono direttamente gestibili dal progettista, anzi talvolta gli sono completamente estranei, ma di estrema importanza per la qualità e la vivacità del luogo. In epoca antica, molti di quegli elementi che oggi etichettiamo come arredo urbano erano pensati in conformità all’architettura: per esempio, a Roma le croci o i tabernacoli che segnano gli incroci delle strade sono riconducibili all’attiva opera di propaganda svolta dalla Chiesa, ma non nascondono né si impongono all’edificio che li accoglie. Stesso discorso per le fontanelle, le targhe stradali, i numeri civici, le insegne dei negozi. È un parlare sommesso, che contrasta non poco con l’odierno gridare dei manifesti pubblicitari, degli accecanti neon, degli striscioni che più che annunciare una manifestazione sembrano voler rispondere al bisogno (neanche tanto inconscio) di mascherare la realtà che li circonda. Comunque, è un genere di comunicazione che si è messo particolarmente in evidenza dopo la caduta dei regimi totalitari dell’Est europeo, quando anche i Paesi ex-comunisti hanno scoperto queste forme di dialogo. E, per logica reazione, è parso che il processo di democratizzazione dovesse soddisfare con urgenza anche questo aspetto. In queste e altre simili manifestazioni esteriori, contenente e contenuto sono strettamente interdipendenti: un vaso di fiori, una finestra illuminata, una tenda scostata rivelano presenze vive in una casa, i tavolini di un bar all’aperto invitano a stringere relazioni con l’intorno, le vetrine ben composte o la merce esposta sulla strada invogliano a rallentare il passo e a soffermarsi, le scritte o i disegni sui muri testimoniano un passaggio, un pensiero, un tipo di società. Così come coinvolgono e suscitano reazioni i teloni colorati che nascondono i cantieri, le insegne dei negozi che spesso ostentano la loro impertinenza (nel duplice senso di invadenza o irriverenza nei confronti dell’ambiente e di non corrispondenza alla merce venduta), la pubblicità che si fa sempre più aggressiva per luogo, tema e misura: quanti tengono conto delle dimensioni della strada o della distanza necessaria per una corretta lettura? La città, in qualunque parte, è anche questo, non soltanto una summa di edifici e strade. Ha detto Renzo Piano: «Le cose più belle sono quelle senza progetto. Vivere in una città è godere del miscuglio che essa crea. Urbano è sinonimo di civile, proprio perché chi vive dove c’è scambio continuo è il solo degno del nome di essere civile». La città intesa come un libro bianco sotto l’aspetto dell’arredo urbano, come frutto di creazione spontanea, è suggestiva. Purché non manchi il gusto.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Nota:
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