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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione FINESTRA (1)
La finestra è un importantissimo elemento di espressione oggi spesso tristemente appiattito nei suoi valori e significati. Eppure, nella storia, epoche e architetti si riconoscono dal suo uso e dalla forma scelta. Spesso in architettura si formulano triadi per sintetizzare concetti più ampi, da “firmitas-utilitas-venustas” di Vitruvio a “costruire-abitare-pensare” di Heidegger, da “luogo-tipo-forma” a “luogo-architettura-memoria”, perché interpretano bene quel processo di concatenazione sempre presente in campo progettuale, un processo che si innesca nel momento stesso in cui si affronta uno qualsiasi dei tanti elementi che compongono un edificio. Così, parlando di finestre (semplici buchi o complesse forature) non si può non prendere in considerazione la facciata e, da questa, il contesto (se si ritiene prioritario lo spazio urbano) o la memoria (se interessa ritrovare citazioni, punti di contatto con il passato) o la geometria. Queste triadi, in sostanza, evidenziano con poche parole l’essenza di un problema che, se non approfondito, rischierebbe di diventare inesistente, sicuramente banale. La finestra, ma in generale qualsiasi apertura, è in questo senso un elemento ancor più significativo: rispondendo a necessità reali, tangibili (la vista verso l’esterno, l’illuminazione e l’aerazione di un ambiente) sembra invitare semplicisticamente a un postulato del tipo pianta-finestra-facciata. Ma questo è impreciso perché non si tiene nel dovuto conto la complessità del pensare in termini di architettura, riducendo la questione a un processo meccanico di distribuzione. La finestra infatti non solo deve rispondere - come è facilmente intuibile - al tipo, al volume, all’impianto distributivo e alle esigenze produttive di un edificio, alla tecnologia usata, ma può qualificare uno spazio interno, suggerire un modo di abitare, impreziosire una facciata, giocare con altri elementi, rapportarsi all’ambiente esterno, evocare un’immagine: e questo sia rispettando i canoni classici, sia dandole una forma inconsueta, o una consueta trattata però in modo inatteso. Inoltre, l’abitudine di attribuire a materiali differenti (pietra, mattone, acciaio, legno) diversi effetti e significati viene meno quando questi si devono individuare nelle forme e nelle dimensioni, salvo che siano solidamente storicizzate. Così, se pure conosciamo alcune finestre romaniche e gotiche (per esempio, lanceolata, bifora o polifora, policentrica), o talune rinascimentali (palladiana, serliana), o ancora le più diffuse del periodo barocco (ovale, a semicerchio), non sempre siamo in grado di valutarne appieno le proporzioni, il rapporto tra pieno e vuoto, l’importanza della struttura adottata. In epoca contemporanea, poi, il discorso si amplia: la forma della finestra - naturalmente letta assieme al ritmo delle aperture, all’uso di certi elementi architettonici, alla verità plastica della facciata - può farci risalire all’autore e alla sua ricerca espressiva. Si pensi a quella quadrata o rettangolare di Adolf Loos, che sottolinea la grande semplicità e il rigore compositivo delle sue opere; quella a nastro e al pan de verre di Le Corbusier che, introducendo la struttura con pilastri arretrati, ha consentito di liberare la facciata e gli angoli dalle funzioni portanti e di avere aperture dalle illimitate disposizioni e forme. Si pensi, poi, alla parete interamente vetrata (che è poi la totale negazione della finestra tradizionalmente intesa come buco in una muratura) di Mies van der Rohe, diffusasi grazie alla struttura in acciaio e all’adozione su larga scala del curtain-wall; alla finestra parzialmente vetrata della nuova sede del Bauhaus a Dessau di Walter Gropius, la cui caratteristica è la smaterializzazione del diaframma fisico tra interno ed esterno, ripresa in molte ville da Richard Neutra;(2) alle finestre a nastro in senso verticale dei grattacieli a slab newyorkesi di Raymond Hood; alle finestre a tutt’altezza di Ignazio Gardella e di Franco Albini; a quella quadrata e ripetitiva di Aldo Rossi; alle grandi aperture circolari impiegate da Louis Kahn, oggi, rimpicciolite e moltiplicate, largamente utilizzate dagli architetti giapponesi. Proprio nell’architettura giapponese contemporanea si trovano alcuni modi curiosi di giocare con le finestre, che dimostrano una volta di più come tutti gli elementi non strettamente strutturali possono oggigiorno essere manipolati con relativa disinvoltura, sia nell’edificio pubblico sia nella casa privata. Tra gli esempi più significativi spiccano l’edificio di Kazuhiro Jshii a Hiratsuka City, in cui sono riunite cinquantaquattro finestre della stessa dimensione quadrata ma di forme interne diverse, e il Marutake Building di Hiromi Fuji, in cui è evidente la negazione dell’utilizzazione della finestra bidimensionale, quella, cioè, limitata al piano del muro. Fuji, infatti, taglia nel muro quadrati che rivelano un muro retrostante dove altre finestre di misure diverse si aprono a loro volta su un altro muro, in cui sono ricavate altre finestre. Progettare una finestra non è, dunque, un fatto secondario in architettura: non può essere meccanicamente risolto attraverso la proiezione verticale della pianta, l’uso di misure standard e l’allineamento per un senso, spesso illusorio, di ordine. Riveste, invece, un ruolo importante con valori storici, simbolici, percettivi e sensoriali. Fuori e dentro, nel contesto e nella stanza, le aperture - nel loro insieme e singolarmente - devono rispondere a ogni esigenza funzionale ed estetica con precisione e significato. Ciò vuol dire, per esempio, soffermarsi non solo sulla collocazione utile e sulla forma, ma anche sull’uso o meno degli elementi di riquadratura (architrave, davanzale e montanti) o, più in generale, sul nostro stesso rapporto fisico e percettivo con lo spazio, persino su ciò che con quel buco andiamo a scoprire. La finestra è uno di quei pochi elementi che ha una doppia importanza: dall’esterno per chi guarda la facciata, di cui abbiamo scritto finora, e dall’interno per chi, oltre all’aria e alla luce, ha bisogno di particolari affacci per non sentirsi emarginato dal mondo esterno (per esempio, in alcuni reparti ospedalieri) o di tante finestre piccole piuttosto che una sola grande. Quindi, lo spettro della ricerca si amplia, da una parte relazionandosi con geografia, orientamento, clima, contesto ambientale, vegetazione eccetera; dall’altro dovendo valutare tipo di pianta e disposizione della stanza, quantità e qualità della luce necessaria, attività svolta... Su quest’ultimo punto ha insistito Bruno Zevi secondo cui l’architetto moderno deve impegnarsi in un lavoro di risemantizzazione: «Ogni finestra è una parola che vale per sé, per quel che dice, per quanto serve; non va affatto allineata, né proporzionata. Può assumere qualsiasi forma: rettangolare, quadrata, circolare, ellittica, triangolare, composita, a profilo libero». Poiché ogni ambiente ha una funzione e a ciascuna funzione corrisponde una forma diversa di apertura, l’assemblaggio di tale varietà di finestre determinerà una facciata disarticolata, scevra da ogni forma di classicismo antico o pseudo-moderno. Non tutti, però, sono convinti che una facciata possa essere realizzata da un architetto. Ha infatti scritto lo scultore Pietro Consagra: «Gli architetti viventi sono tutti educati al coordinamento di volumetrie organiche, alla funzionalità dello spazio minimo, all’uso appropriato dei materiali, ai canoni industriali della prefabbricazione e nessuno perciò può esibirsi nel mondo plastico di una facciata senza cadere nell’improvvisazione» e ha proposto, per coprire l’«insopportabile» Palazzo Comunale di Mazara del Vallo (suo paese natale), una grande parete traforata da ventuno sculture, ventun forme diverse, divise in tre ordini sovrapposti di grandezza, «tante finestre insieme come una mostra verticale di sculture». È stato scritto che le facciate degli edifici nella storia sono un po’ gli autoritratti di intere società, hanno cioè una funzione rappresentativa. Se in una faccia sono gli occhi a essere la fonte maggiore di espressione, in una facciata («Quella che... fa l’uffizio che fa il viso tra le molte membra del corpo» scrisse Tommaseo) le finestre non sono da meno. Rinunciare all’espressione di una faccia-facciata può significare quindi chiudere gli occhi o rivoltarli all’insù: creare, cioè, muri ciechi o finestre a tramoggia - tanto usate nelle carceri di tutto il mondo. Ma può voler dire anche rendere anonimo, impersonale non solo l’edificio ma l’intera città.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Note:
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