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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione


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Il legno è sempre stato un materiale disponibile ovunque, tanto da costituire uno degli elementi di base per la realizzazione degli edifici; per molti secoli ogni regione ha avuto proprie abitazioni caratteristiche e tecniche costruttive che sfruttavano le risorse e l’artigianato locali, arrivando a veri e propri virtuosismi come in Giappone. Spesso il tipo di legno impiegato diversificava gli edifici: si usavano le essenze dolci per quelli comuni e i più pregiati legni duri per chiese, monasteri e palazzi. In Siberia come nell’America settentrionale le case erano costruite e decorate coi legni locali: pini, larici, abeti e betulle. Anche in alcune nostre vallate sono tuttora abitate case prevalentemente in legno: per esempio, gli stadel nelle valli del Lys e del Sesia, realizzati in pietra e legno di conifera dalle comunità Walser, o le abitazioni, metà montane e metà contadine, della Val d’Orba. In quest’ultima, dove il legno è ancora oggi usato in abbondanza, tra le latifoglie del posto si preferiva il rovere al castagno per motivi economici (la produzione di castagne era una risorsa importante) nella realizzazione delle travi dei solai, del tavolame, degli architravi di porte e finestre. Il più duraturo castagno era comunque utilizzato per le scandole della copertura del tetto e per i serramenti esterni che, per risparmiare calore, erano piuttosto piccoli. Per sopperire all’inconveniente della scarsa luce interna venivano imbiancate le spallette esterne perché la luce si riflettesse all’interno.

Il contorno delle aperture ha un ruolo importante per molti aspetti: costruttivo, termico, percettivo... Infatti, la risoluzione tecnologica del contorno dell’apertura, gli elementi di finitura o di protezione del vano (stipiti, davanzali, cornici...) e tutti quei particolari, formali o cromatici, che definiscono figurativamente l’apertura si uniscono alla posizione del serramento (arretrato o a filo facciata, il quale permette, a scapito di una diminuzione delle dimensioni delle zone soleggiate interne, un guadagno termico pressoché totale), all’uso di sguanci o geometrie curve per attenuare l’ostruzione solare determinata da contorni profondi. È noto che quando il contorno di un’apertura è dello stesso materiale della parete prevale l’immagine della parete; quando invece il contorno usa materiali diversi, viene evidenziato o marcato: è l’apertura a proporsi come elemento di spicco. Fin dall’antichità, si sono fortemente contornate le aperture per caratterizzare la costruzione: la grande profondità dei muri perimetrali era spesso opportunamente accentuata, sagomata, strombata e/o decorata a smalto o con bassorilievi. Nel Rinascimento, soprattutto a opera di Michelangelo, l’aspetto formale delle aperture si innova significativamente con l’interpretazione delle sagome classiche per giungere a dinamicizzare le superfici attraverso decisi contrasti chiaroscurali; le cornici di porte e finestre perdono così il loro carattere “applicato” per diventare elementi essenziali alla qualificazione formale di tutto l’edificio. Una portata simile di innovazione si avrà solo alla fine del secolo XIX quando si elaborano tipi di serramenti originali che aggiornano, spesso radicalmente, il repertorio morfologico tradizionale.

Nell’architettura minore è soltanto la decorazione scultorea dei portali di legno duro che dà lustro e riconoscibilità all’edificio: temi sacri, stemmi, iscrizioni, epigrafi testimoniavano la destinazione del palazzo, l’occupazione degli abitanti, l’importanza dei notabili e degli aristocratici locali o gli avvenimenti politici. In mancanza di pietra, per ragioni presumibilmente economiche, un disegno fatto sull’anta con grossi chiodi forniva le stesse informazioni. Col tempo, questo tipo di comunicazione si è completamente perso; le aperture si sono via via ingigantite fino alle grandi pareti vetrate razionaliste, esaltate nella loro trasparenza dalla sottigliezza dei serramenti metallici, o hanno risposto alle sole leggi della prefabbricazione e dell’industrializzazione edilizia che, nei primi anni di applicazione, le avevano ridotte a una serie di bucature subordinate ai sistemi di chiusura del telaio portante.

In questo modo le caratteristiche del luogo erano appiattite - più spesso annullate - e l’abilità artigianale nella scelta e nella lavorazione dei materiali tradizionali, come il legno, estromessa dalla scena urbana dominante. Solo in pochi casi i serramenti in legno non furono completamente abbandonati: quando resisteva una forte tradizione autoctona (nelle civiltà montane e contadine, ma anche in alcuni importanti centri del Nord Europa, dove le finestre in legno laccato di bianco spiccano sull’uniforme tessitura muraria in mattoni o klinker e formano esse stesse, nella loro semplicità e ripetitività, la decorazione degli edifici, talvolta accentuata dalla presenza dei bow-window) e quando gli architetti non rinunciarono alle peculiarità del legno recuperando la sapienza dei falegnami e la continuità storica locale.

Giovanni Muzio usò nelle sue opere diverse essenze - soprattutto pitch-pine - ma nel Palazzo del Governo e della Provincia di Sondrio (1935) adottò per tutti i serramenti (sia quelli con telaio a doppia vetrata indipendente nell’ala nord-est, sia quelli a unica vetrata con doppia anta chiudibile a libro) il larice e per gli avvolgibili esterni il pino, essenze tipiche della Valtellina. All’interno i serramenti delle porte sono in rovere quelli dei locali di rappresentanza a due ante e in legno compensato quelle a un’anta degli uffici.

Nella casa per gli impiegati della Borsalino ad Alessandria (1951), Ignazio Gardella ha affidato la caratterizzazione “verticale” dell’edificio ai serramenti a tutt’altezza e a filo facciata in legno douglas-fire verniciato di bianco, chiusi da persiane scorrevoli tinte di verde. Bianchi sono anche i serramenti in legno della precedente casa per un viticultore a Castana (1946) e della villa Baletti a Lesa sul Lago Maggiore (1952); in entrambe, Gardella ha usato per gli antoni di oscuramento il pitch-pine lucidato naturale.

Negli anni sessanta, Vico Magistretti ha usato il legno nei serramenti di due ville famose: pitch-pine della casa Arosio ad Arenzano e douglas naturale nella villa Bassetti ad Azzate (Varese). Quest’ultima, che si inserisce con molto equilibrio nel contesto naturale accanto al vecchio edificio preesistente, è caratterizzata dalle finestre d’angolo, di dimensioni normali e a tutt’altezza. Oltre all’evidente risultato formale di alleggerimento della massa muraria e all’ampliamento della visuale esterna, la finestra d’angolo è spesso usata perché presenta anche vantaggi pratici: l’illuminazione bilaterale è, in generale, qualitativamente migliore sia per l’omogeneità della distribuzione che per l’assenza dei fenomeni di abbagliamento dovuti al contrasto.

Gino Valle ha impiegato nella Torre di Trieste il legno di abete per i serramenti che si alzano fino al soffitto e si dividono in due parti separate dal cassone degli avvolgibili, anch’essi in legno; nella lunga e stretta casa Nicoletti a Udine, ha intervallato serramenti fissi in cemento verniciati di bianco e parti mobili in legno nelle grandi vetrate continue che creano suggestive trasparenze da una stanza all’altra.

Quercia ed altre essenze dure sono state usate da Frank Lloyd Wright che preferiva non verniciarle ma soltanto preservarle con una mano di olio resinoso trasparente. Di Wright, singolare ma significativa, è l’affermazione: «Spesso ero solito pregustare i begli edifici che avrei potuto costruire se soltanto non fosse stato necessario tagliarci dentro le finestre»: un’avversione che richiama alla mente l’episodio della mitologia canaanita che racconta la disputa tra Baal, dio della fertilità e della vita, e Kothar-e-Hasis, un artigiano incaricato dal dio di costruire un palazzo dalla superficie di quasi diecimila ettari. Baal non vuole finestre, ma Kothar-e-Hasis cede alla nuova moda del tempo e ne apre una, col risultato che Mot, dio della sterilità e della morte, entra nel palazzo.

L’uso dei serramenti in legno non è però prerogativa delle ville private: Louis Kahn li ha utilizzati per porte e finestre nella Biblioteca e mensa dell’Accademia di Exeter (New Hampshire, 1972); Mario Ridolfi e Wolfang Frankl nell’Asilo d’infanzia del quartiere Canton Vesco a Ivrea (1963) hanno inserito dei serramenti in legno che, accostati agli altri materiali impiegati (laterizio, cemento, pietra e ferro) contribuiscono a caratterizzare il complesso anche dal punto di vista cromatico.

Già nel 1940 Mario Ridolfi aveva scritto il Contributo allo studio della normalizzazione degli elementi di fabbrica; proposta di un sistema per la normalizzazione degli infissi in legno in cui aveva individuato nella facilità al compromesso, nell’irrazionalità e nella mancanza di coordinamento tra i diversi settori dell’edilizia alcuni dei mali dell’architettura italiana. Secondo Ridolfi, la costruzione di una casa, patrimonio di tutti, doveva nascere anche da una logica processualità di ordine costruttivo ed economico. L’arbitrio grafico ed inventivo degli architetti non poteva coinvolgere il “linguaggio tecnico”; ogni dettaglio esecutivo doveva essere frutto di una profonda elaborazione ed essere redatto con dettagli al vero perché «un vero architetto... non può ingannare se stesso e gli altri». Con la normalizzazione degli elementi di fabbrica da una parte (produzione) e studio e precisione dall’altra sarebbe stato possibile far fronte e controllare la forte espansione dell’edilizia popolare e di massa che stava per avvenire. Ma avvertiva Ridolfi: «Noi giovani architetti moderni dobbiamo amare i materiali che usiamo, ma per conoscerli, assecondare le loro qualità tecniche ed estetiche, trarne il massimo rendimento, favorire le loro tendenze di accoppiamento, le loro simpatie e correggere i loro difetti, come fossero nostre creature. Mai usare con loro la maniera forte con la presunzione di essere i loro dominatori. I materiali che noi usiamo sono i nostri mezzi di espressione più efficaci, e non è vero che siano cosa morta. Se usati intelligentemente, affinati dalla nostra sensibilità artistica diventano cosa viva (come viva!) e ripagano ampiamente ad opera compiuta. Se male lavorati e impiegati, trovano sempre il modo, il loro modo a volte severo di vendicarsi». Lezione non ascoltata quando, durante il periodo della ricostruzione, è stata prodotta una massa enorme di edifici economici e, soprattutto, popolari dalle scelte discutibili, dove organizzazione di cantiere e tradizione artigiana, standardizzazione edilizia e capacità progettuale sono state considerate questioni disgiunte. Le misure di una porta non bastano da sole per definirla: «Le porte siano limite al mondo esterno, non ostacolo; si aprano tutte al di fuori; si chiudano; occhi con palpebre e ciglia o pori che l’universo respirano e gli umori nocivi trasudino» precisava Ernesto Nathan Rogers. E, poiché gli occhi sono diversi da persona a persona, sembra aver ragione l’architetto anseatico Fritz Höger che per evitare un’eccessiva uniformità nella Siedlung Siebethsburg (un gruppo di centoventuno appartamenti realizzato nel 1935) diversificò i portoncini d’ingresso e le fasce ornamentali delle finestre. È la stessa ricerca di riconoscibilità della propria casa che si trova nell’isola di Burano, dove le imposte delle finestre, inserite in una cornice di colore contrastante (spesso bianca) alla tonalità della casa, sono disegnate con pirotecniche e fantasiose geometrie. In fondo, è la stessa necessità sentita da chi, nella propria abitazione, ripete l’uso delle porte fortemente colorate, tipica di certi edifici pubblici (scuole e ospedali).

In conclusione, qualcosa di più dovrebbe essere scritto nei capitolati accanto ai tipi di legname e alle caratteristiche tecnologiche, soprattutto nel caso di recupero e ristrutturazione dell’esistente che troppo spesso non rispetta i caratteri precipui della costruzioni ma risponde a logiche completamente estranee all’architettura.

 

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