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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione FINESTRE E PORTE IN LEGNO (1)
Vent’anni fa, Louis Kahn, uno degli architetti moderni più attenti al ruolo e al significato che la luce assume nell’opera architettonica in rapporto alla natura e alla materia, scriveva: «Il muro ci ha circondato per lungo tempo, finché l’uomo rinchiuso in esso, avvertendo una nuova libertà, ha voluto guardare fuori. Si diede da fare per aprire un varco. Il muro si lamentò: “Ti ho pur protetto”. E l’uomo replicò: “Apprezzo la tua fedeltà, ma io sento che i tempi sono cambiati”. Il muro era triste ma l’uomo fece qualcosa di buono. Realizzò l’apertura in forma graziosamente arcuata, esaltando così il muro. Il muro fu molto compiaciuto del suo arco e, con cura, si fece stipite. L’apertura divenne parte dell’ordine del muro». Muro e apertura sono contrapposti come pieno e vuoto, ma al tempo stesso si completano dandosi reciprocamente rinnovati significati. Una parete compatta delimita, separa, chiude, ma con la presenza di un’apertura lascia intendere l’esistenza di uno spazio oltre la nostra visuale, ricollega cioè visivamente e fruitivamente lo spazio interno dell’architettura con lo spazio esterno. Non viene negata la solidità del muro, gli è anzi conferito maggior vigore figurativo ed espressivo. L’apertura diventa elemento di transizione o diaframma e assume il duplice ruolo di caratterizzazione dello spazio interno e di qualificazione esterna dell’edificio in termini di facciata, quindi di immagine urbana. Si dà per scontata la sua utilità pratica, nata dalla necessità evidente di illuminare e aerare gli ambienti interni e dal bisogno di proteggersi dagli agenti atmosferici e oggi ridotta a poche e sintetiche norme nei regolamenti edilizi. Queste tre peculiarità sono inscindibili da un punto di vista concettuale e progettuale perché le aperture sono componenti di un unico sistema architettonico, ma possono essere valutate separatamente per capirne le relazioni, il modo e il grado di dipendenza. Per esempio, una finestra di una data dimensione fornisce in un vano racchiuso una quantità di luce diversa a seconda che sia posta su una parete, d’angolo e sul soffitto, che sia quadrata o a tutt’altezza, per cui il risultato deriva non solo dalle misure di quell’apertura, ma anche dal rapporto di posizione che essa ha nel sistema architettonico. Fisicamente, la finestra non è altro che un buco in una parete, un’assenza di materia, ma assolve a un ruolo fondamentale nei confronti dell’uomo (soddisfacimento dei bisogni biologici e psicologici), dell’edificio (espressione formale, grado di illuminazione), della città (rapporti esterno/interno e pubblico/privato, tridimensionalità del contesto). Conoscerne le implicazioni fisico-percettive diventa quindi molto importante. I ritmi biologici dell’uomo sono basati sulla natura, come somma di ritmi ed elementi, che gli danno il senso dell’orientamento temporale e spaziale. La collocazione geoclimatica (latitudine, zona eccetera) e la morfologia del contesto influenzano la durata del soleggiamento e la quantità di illuminazione interna: il grado e il modo di penetrazione della luce solare condizionano la vivibilità di un ambiente sotto l’aspetto visivo e quello termico; le misure dei vani aperti e la loro posizione determinano il ricambio dell’aria, il grado di ventilazione e di raffrescamento estivo. È risaputo che, a parità di dimensioni sia della pianta dell’ambiente che delle aperture, un’illuminazione zenitale offre valori di illuminamento molto superiori a quelli ottenuti con un’illuminazione laterale e non comporta problemi di abbagliamento, ma il cono illuminante esclude ampie fasce laterali e può dar origine a disturbi visivi, oltre al disagio prodotto dalla mancanza di visuale esterna in direzione orizzontale. Inoltre, l’esposizione rispetto al sole fornisce più o meno luce ed energia solare a seconda delle stagioni: l’interno di un ambiente con finestra rivolta a sud è più soleggiato in profondità d’inverno che d’estate e consente notevoli guadagni termici, mentre le superfici esposte a nord ricevono la sola radiazione solare diffusa dall’atmosfera e, per questo, la luce risulta più omogenea e costante, come sanno gli artisti che per i loro ateliers prediligono quest’esposizione. Non solo, la qualità di un’apertura (in particolare di una finestra) è valutata anche in funzione del panorama offerto e della configurazione complessiva costituita dalla scena esterna e dalla finestra nella parete. Se la necessità dell’uomo di vedere il sole è primaria, perché si rende conto dell’alternanza luce/buio e del tempo astronomico e meteorologico (esigenze biologiche e naturali), altrettanto fondamentale è per l’uomo l’essere cosciente della propria localizzazione nello spazio, che è soddisfatta solo vedendo il paesaggio che lo circonda, così come per sentirsi integrato o comunque in rapporto con il mondo sociale esterno l’uomo necessita dell’osservazione dei fatti e delle attività che sono svolte all’esterno. Questi accenni consentono già di capire le complesse finalità delle aperture rivolte verso il cielo, l’orizzonte e la terra: maggiore è l’angolo visuale, maggiore e migliore potrà essere il grado di socializzazione e di inserimento ambientale dell’individuo. Parimenti, si comprende che anche l’attività svolta in un ambiente condiziona posizione e dimensione delle finestre: in un carcere il senso di isolamento totale è dato dalla coercizione unita all’utilizzo di serramenti a tramoggia in cui l’unica visione è il cielo; in un museo, dove la permanenza è limitata e l’interesse ha obiettivi immediati e precisi, sono accettate finestrate poste molto in alto o addirittura assenti; in un edificio scolastico, nel quale la durata dell’attività e il grado di coinvolgimento sono analoghi ma c’è uno stato di coercizione, test di memoria e di espressione sugli allievi fanno preferire ampie finestre verso l’esterno; in una camera d’ospedale, in cui la permanenza può essere lunga, l’attività priva di interesse e lo stato di coercizione massimo, l’assenza di una visione esterna, che aiuta a far trascorrere il tempo più velocemente, è sentita come una limitazione intollerabile. All’esterno, il contesto ambientale ha una sua importante funzione: la quantità di luce riflessa dalle superfici a terra può condizionare notevolmente il grado di illuminazione, soprattutto quello dei piani bassi dell’edificio. Infatti, da un’apertura che si affaccia su un lago o su un campo innevato entra molta più luce di una che prospetta su una via cittadina o su un bosco. All’interno, l’illuminazione naturale dà luogo a fenomeni percettivi diversi a seconda delle condizioni di illuminazione, del tipo di riflessione della luce sulla superficie dell’ambiente e della posizione dell’osservatore: una fonte luminosa unica e laterale esalta la tridimensionalità degli oggetti e la texture delle superfici murarie, un oggetto visto in controluce appare di dimensioni minori di quelle percepite con una luce posta alle spalle, così una parete fortemente illuminata rispetto al resto dell’ambiente sembra prospetticamente più lontana (effetto che fu sfruttato nell’architettura barocca). In ultima analisi, quindi, viene dimostrato che le finestre non assolvono soltanto a un compito funzionale, ma sono in grado di condizionare la percezione di un ambiente e quindi la vita stessa dell’uomo. Molto più delle porte, ma non esclusivamente, le finestre consentono al progettista di caratterizzare, valorizzare e vivacizzare una superficie muraria. La quantità dei vuoti, la loro dimensione e disposizione, il loro essere diaframma (separazione) o elemento di transizione (filtro e passaggio dalla luce al buio) possono aggiungere o negare espressione a un muro, proponendosi come elementi forti e dominanti o semplici fori, e arrivare a qualificare in modo netto lo spazio circostante, interno ed esterno. Le aperture d’ingresso (porte, portoncini, portali) sono elementi di distribuzione, passaggio, filtro e collegamento fisico tra ambienti, tra interno ed esterno, costruito e natura, privato e sociale. La dimensione, il disegno e la loro ricercatezza, la maggiore o minore trasparenza rivestono anche un ruolo comunicativo importante, che comprende la visione percettiva dell’intorno e i rapporti di relazione tra le persone. In sostanza, le aperture - tutte le aperture - insistendo nello spazio, assumono molteplici valenze e si pongono in rapporto dialettico con lo sfondo o ciò che le circonda. Assumono cioè un ruolo morfologico, architettonico e urbano, sottolineato dagli elementi che le costituiscono. Il contorno-spessore (cerniera tra il vano vuoto e lo sviluppo della parete muraria), gli schermi (tende, frangisole, persiane), il materiale del serramento, la dimensione e il tipo di apertura (che modificano disegno ed effetti chiaroscurali) e il vetro utilizzato sono i principali elementi che concorrono alla definizione formale di un’apertura. Elementi relativi e non assoluti, perché non si può prescindere dalla morfologia dell’edificio, dal contesto ambientale con il suo clima, dal rapporto con le preesistenze architettoniche, dalla disponibilità d’uso di certi materiali, dalle tradizioni autoctone, dalla cultura del progettista, nonché da ciò che si vuol trasmettere all’osservatore. In questo senso, una lettura storica del tema della facciata è utile per capire le trasformazioni funzionali, tecnologiche, semantiche, morfologiche del componente apertura, mentre leggere l’oggetto in se stesso (finestra/porta) rischia di negare importanti nessi progettuali e si riduce al modo di assemblare i singoli elementi costitutivi. Anche l’occasione, i riferimenti e le memorie personali, la conoscenza materiale, la sapienza artigianale e l’evolversi delle esigenze e del gusto concorrono alla definizione di un’apertura; per cui un’analisi sui soli serramenti in legno non può che essere parziale: interi periodi o momenti artistici, come il Gotico e il Razionalismo, dovrebbero essere presi in considerazione in misura molto limitata rispetto alla loro importanza storica effettiva. Da qui la scelta di soffermarsi in queste note soltanto su alcuni aspetti e di fornire degli esempi, per lo più legati alle nostre tradizioni, che, lungi dall’essere esaustivi, richiamino un uso particolare del componente apertura. In ogni caso, è utile ricordare che nell’antichità gli uomini civilizzati utilizzavano materiali traslucidi (sottili lastre di marmo, alabastro, mica, corno, tessuti oleati, pergamena, carta di riso, a seconda delle disponibilità e del clima locali) per proteggere dalle intemperie i vani delle finestre e, opportunamente scelti, per dosare la luminosità e caricare di suggestioni coloristiche gli ambienti interni. I primi pannelli di vetro cominciarono a essere applicati solo durante l’Impero romano su serramenti in bronzo (come testimoniano i ritrovamenti a Pompei) che erano utilizzati nei grandi edifici civili e nelle ville patrizie per sostituire le griglie o le tende. Le abitazioni comuni erano principalmente in legno (che alimentavano i numerosi incendi di Roma capitale) con aperture piccole e mal protette dato l’elevato costo del vetro, il quale poté avere una discreta diffusione nelle residenze solo dal Rinascimento.
Nota:
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