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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione LOGGIA E PORTICATO (1)
Si dice che nel giro di pochi decenni la Terra avrà un clima più torrido e inabitabile di quello attuale: i deserti diverranno ancor più infuocati, i cicloni saranno oltremodo devastanti e immani alluvioni allagheranno almeno trenta delle maggiori città del mondo (New York compresa) a causa del sollevamento dei mari dovuto allo scioglimento del pak. Ancora da comprovare, certo, ma pur sempre notizie catastrofiche che hanno messo all’erta un po’ tutti, dagli scienziati - che hanno pubblicizzato questi studi affermando che già nel Duemila saremo in mezzo a uno sconvolgimento generale - agli uomini politici e di governo, che vi devono far fronte con opportune leggi, nelle quali sarà compreso, necessariamente, il settore edilizio. In questo campo è logico prevedere che, se non si saprà intervenire contro l’effetto serra, saranno irrigidite le norme tecniche che regolano le costruzioni riguardo alle fondazioni, all’isolamento termico, all’impermeabilizzazione delle coperture eccetera, lasciando - come sempre è successo - alla creatività dei professionisti scoprire, inventare o recuperare dal passato quelle soluzioni architettoniche che possano concorrere a rendere l’habitat un po’ più sopportabile. Se da una parte otterremo interni maggiormente isolati dalla furia degli elementi atmosferici, dall’altra parte ci si dovrà preoccupare anche dell’ambiente esterno, visto che è ancora lontana la realizzazione delle utopistiche “città-edificio” nelle quali non occorrerà uscire all’aperto per raggiungere i luoghi di lavoro, le scuole, i negozi...; così come remota è rimasta l’estensione generalizzata dei pilotis secondo il modello lecorbusieriano. Per questi motivi risulterà interessante ripensare ad almeno due tra gli elementi più usati in quei paesi dove da sempre si combatte, su vasti territori e con ogni mezzo, l’eccesso di caldo e di acqua, elementi che invece sono stati un po’ dimenticati dalla nostra cultura: la loggia e il porticato. La mitezza del nostro clima, il decadere di alcune funzioni significative per la città, nonché l’assenza di richieste specifiche e coordinate da parte degli strumenti legislativi comunali (regolamenti edilizi e norme di piani regolatori generali) hanno finito per declassare queste strutture al ruolo di elementi accessori, graditi ma non indispensabili, di decoro ma non di necessità. Rispetto all’antichità, le logge non sono del tutto scomparse nell’architettura contemporanea, ma hanno subìto un processo di trasformazione del loro originario significato: da edificio aperto e luogo importante e significativo politicamente e socialmente della città (si pensi, per esempio, alla Loggia della Signoria a Firenze) a percorso coperto interno agli edifici (ballatoi), o, nei casi minimi, a balcone chiuso su tre lati. È un mutamento, questo, che interessa non solo la sua estensione e profondità, ma propriamente l’uso e il suo rapporto con la città. Infatti, la loggia mantiene tuttora la mediazione tra l’interno e l’esterno dell’edificio, divenendo in molti casi un accorgimento compositivo di grande valore formale e funzionale ma, venendo a mancare l’accesso alla loggia dal piano stradale, essa ha perduto quel rapporto di integrazione/separazione tra pubblico e privato che la caratterizzava nel passato e che, invece, è divenuto prerogativa assoluta del portico, pur con altri significati. Più complesso è parlare dei porticati, strutture antichissime impiegate per necessità religiose (templi), politiche (fori), commerciali (mercati), portuali, civili (soprattutto teatri) come elementi di integrazione tra architettura e giardino (per esempio, le ville italiane rinascimentali) e come insieme di portici delimitanti uno spazio concluso (chiostri, piazze). Da ciò risulta evidente che la funzione dei porticati va al di là dell’essere un riparo dal clima, una protezione dal traffico, un piacevole luogo di sosta e passeggio, ma acquista anche valore formale non solo riguardo al singolo edificio ma all’intera città. Famose erano le strade a portici, spesso alte due piani, di Bisanzio. Altri casi tipici sono la città di Bologna, le cui strade sono accompagnate da quasi trenta chilometri di portici, e di Torino, con circa undici chilometri coperti. Col Rinascimento si incomincia a considerare anche l’immagine urbana: prima ogni casa possedeva i portici, ma non erano ancora pensati in modo unitario; in seguito, strade e piazze vengono concepite globalmente e circondate da arcate continue e uniformi che non si interrompono agli incroci, anche se non è infrequente il caso di demolizione per allargare le vie allo scopo di renderle “decorose”. Tra i teorici che hanno affrontato specificamente la questione formale dei porticati è Camillo Sitte, che, nel suo L’arte di costruire la città, rilevava che una delle cause dell’effetto monotono e poco gradevole delle città moderne è dovuto all’insufficiente chiusura dei lati delle vie e delle piazze. Sitte si riferiva alla città ottocentesca, ma la sua analisi può essere ancora oggi valida: «L’antico portico, spesso magnifico per i particolari architettonici, si presenta sotto vari aspetti: ora accompagna, senza soluzione di continuità, il tracciato di una via a perdita d’occhio, ora contorna ininterrottamente la piazza, ora occupa almeno uno dei suoi lati. Appunto su questa continuità riposa l’effetto d’insieme, perché essa sola permette di dare unità alla fuga degli archi. La situazione è affatto differente nel caso delle realizzazioni moderne [...nelle quali] si stenta a riconoscere l’antico modello, perché l’effetto prodotto è del tutto diverso. Le arcate sono molto più grandi e di una esecuzione più ricca che nella maggior parte delle arcate d’una volta e tuttavia non è stato ottenuto l’effetto desiderato. Perché? Ogni arcata è legata al proprio blocco di case e il taglio delle larghe strade trasversali impedisce l’effetto d’insieme per ottenere una unità che produca sicuramente un effetto piacevole, bisognerebbe mascherare lo sbocco delle strade prolungando le arcate tutt’intorno alla piazza, altrimenti il motivo resterà sempre incompleto». Le condizioni essenziali per raggiungere una composizione omogenea sono principalmente due: l’unità e la qualità del rapporto altezza-larghezza-profondità delle campate del portico. Entrambe soggiacciono all’individuazione di una legge geometrica generatrice che equilibri l’insieme architettonico e urbano, l’esistente e il nuovo, soddisfacendo appieno il carattere di permeabilità fisica e visiva del portico. Con un’attenzione: «Oggi la struttura sociale e produttiva è totalmente cambiata. I portici più recenti, ottocenteschi ed oltre (vedi ad esempio Bologna via Indipendenza, o Roma piazza Vittorio o piazza Augusto Imperatore o zona Eur, o Torino via Roma) sono tutt’altro che luoghi urbani gratificanti. Essi sono soltanto protezioni per lo shopping più brutale e consumistico nel migliore dei casi, luoghi di nessuna socializzazione, brutture urbane, luoghi di celebrazione di quello stesso consumismo che è una delle malattie della nostra epoca ed una delle cause di quel degrado urbano e di quella incapacità a costruire uno scenario urbano stabile e dignitoso quanto quelli del passato. Non li supereremo celebrandone le irripetibili forme vuote e non comprendendone le cause» (S.Lenci). Di conseguenza, se le logge, i portici, i pergolati, le coperture permanenti o temporanee più o meno traforate saranno nel prossimo futuro espedienti sempre più diffusi per la difesa dalle intemperie, tanto vale pensarli fin d’ora in termini di architettura, non usando, per la loro progettazione, soltanto il metro economico (volumetrie concesse, maggior prestigio eccetera) o quello viabilistico (creazione di marciapiedi). Non solo, forse si recupererebbe quel discorso interpersonale - costituito da scambi di notizie, opinioni, denaro, merci ecc. - che è alla base di ogni democrazia e che, all’epoca dei Comuni, teneva alto l’onore cittadino, la coesione e la tolleranza.
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Nota:
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