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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione
Architettura e contesto non sono entità autonome che per ragioni diverse si trovano a contatto. Le antiche preesistenze, ancor più se ridotte a ruderi, emanano uno straordinario fascino; si vedono come un tutt'uno col territorio sul quale sorgono e dal quale spesso hanno tratto materia. Non così è per gli edifici moderni: «Perché non sono "concresciuti" con il suolo, non sono il prodotto di un'integrazione tra lavoro artigianale e industriale, non possiedono una sedimentazione di stratificazioni culturali successive, non hanno rispettato le caratteristiche naturali del terreno ma le hanno coartate o brutalizzate» (G.Dorfles). Perché non nascono dalla natura circostante, non si integrano con il paesaggio e non assorbono la cultura popolare, risultano note discordanti. Stonano sui territori cosiddetti turistici, ma stonano anche in città (infatti, da cinquant'anni si parla di perdita del luogo), perché nelle stratificazioni del contesto urbano sono evidenti i segni che hanno determinato "quel" sistema organizzativo e "quelle" configurazioni e se ne possono leggere cronologicamente le continuità e le interruzioni. Bisogna imparare a capire quali sono tali segni, ma è indubbio che anche la sola nostra memoria, ricordando e associando immagini, gioca un ruolo importante. Ce ne accorgiamo quando un pezzo della città reale scompare e/o vi si sovrappone il nuovo: se rimane il vuoto, viene meno la compattezza del tessuto e l'incompiutezza ci disturba, non sappiamo più dargli un senso e, al limite, ci sentiamo menomati di un frammento del nostro passato; se viene ricostruito, il nuovo, per quanto risponda positivamente nella forma e nella funzione, ci sembra sempre peggiore del vecchio. Perché vengono sovvertiti ricordi e relazioni e ci si mette di fronte a un punto di vista diventato improvvisamente statico, da cartolina, che solo dopo un periodo di assuefazione e la verifica di certe rispondenze può - ma non è detto - cambiare. Infatti, quando un edificio è costruito da molto tempo e se ne conoscono bene tutti i particolari, esso non esaurisce la sua comunicazione perché ogni volta che lo si guarda si "scopre" qualcosa e lo si legge in modo diverso: è come se a ogni minimo mutamento di clima, di luce o di umore la costruzione variasse. Ma quando è nuovo non abbiamo punti di riferimento, relazioni o memoria e nella nostra mente si affastellano a pari valore il generale e il particolare, il volume, il colore, la geometria... Il luogo è fatto fisico ma soprattutto è fatto intimo, emozionale e sensoriale, (1) che condiziona un nuovo progetto oltre ogni volere. Il confronto con la storia (ovviamente intesa in senso dinamico e non come repertorio) diventa ineludibile e ineliminabile. Il luogo è stato definito un fenomeno totale, in cui il sito (le condizioni geo-morfologiche e atmosferiche) e il "paesaggio" (il compendio delle azioni umane volte a riplasmare, togliendo ed aggiungendo, l'ambiente naturale o già antropizzato), mettendo in luce il genius loci e cioè l'identità e la vocazione di un luogo, danno origine a suggestioni e condizionamenti: «Ogni architetto deve trasformare un sito in un topos: quando devo fare un progetto vado sul posto, lo studio, lo guardo, lo giro, lo "mangio"» (L.Ricci). Dall'analisi vengono disvelati i significati potenzialmente presenti e viene definito un ambiente costruito che sarà vecchio perché intriso di carattere locale e nuovo perché non rinuncerà ai più recenti apporti tecnici e culturali. Non si tratta, quindi, di proporre un’architettura vernacolare che imiti tipologie o materiali, ma di ascoltare il luogo e valutarne gli elementi alla luce delle nostre conoscenze, della nostra sensibilità e cultura. «Preservare il genius loci non vuol dire, dunque, ricopiare i modelli antichi e fare così come si è sempre fatto, ma intrattenere con il luogo un dialogo ricco e stimolante suscettibile di nuove ed originali interpretazioni nel contesto di una tradizione viva» (G.Sessa). Soltanto all'interno di questo dialogo le variazioni acquisteranno un senso. La convinzione esaltata e approfondita da Christian Norberg Schulz che «fare architettura significa visualizzare il genius loci» è considerata da Bruno Zevi una «assurdità tesa a passivizzare il progetto rispetto all'intorno, anziché spingere a crearlo o almeno a rinnovarlo. Se Wright, nell'anodina foresta di Bear Run, si fosse proposto di rispecchiare il genius loci, invece della leggendaria Casa sulla Cascata avrebbe costruito un'immonda baracca. Inoltre, in che consiste un "luogo"? Si risponde con disarmante vaghezza: nel suo "carattere", nella sua "atmosfera". Sotto sotto, i patiti del genius loci, anche se lo negano, sono deterministi e prescrittivi, vorrebbero imporre forme assonanti all'ambiente (...) Invero, bisognerebbe raccomandare di preoccuparsi del "genio" trascurando il "loci" poiché, se il genio opera, crea i luoghi». La provocazione di Zevi - che tralascia di proseguire la citazione («il compito dell'architetto è quello di creare luoghi significativi per aiutare l'uomo ad abitare») e di citare l'attenzione di Wright nel realizzare la casa sopra la cascata, nel mantenere intatta la scogliera, nel lasciare gli alberi più grossi, nell'abbondante uso della pietra locale, nei rivestimenti in legno... - suggerisce una serie di interrogativi a cui difficilmente si può dare risposta. Marginale sarebbe soffermarsi su quanti genî alla Wright operano nelle città contemporanee, sull'eccezionalità del posto o sull’elevatezza del costo di realizzazione e di manutenzione. Più sostanziale appare cercare di capire cosa si intende per continuità e chiedersi come si presenterebbe una città composta soltanto da pezzi unici e realizzata esclusivamente da committenti privati, come sarebbe vissuto lo spazio urbano pubblico, come verrebbe superata la perdita di identità dei luoghi (ammesso di riconoscerne l’esistenza), come, creando tanti nuovi luoghi sostitutivi, si eviterebbe lo sconcerto relazionale nelle persone o come potrebbe essere sublimata la molteplicità di interpretazioni che uno stesso luogo suscita. Sicuramente, questi interrogativi nascono dal fatto di appartenere a un continente che ha sempre esaltato la propria storia: «Nelle città islamiche, invece, i quartieri dei clan erano separati da larghe pause di terra nuda cui nessuno pretendeva di attribuire un significato urbano, informe campagna disponibile in futuro per altri clan fino a costituire un tessuto cellulare compatto come il favo delle api» (M.Romano). Il problema di fondo sta forse nel fatto che destinatario, edificio (e architetto) e luogo non si confrontano attraverso rapporti semplici. Una villa isolata in un bosco o un centro sociale in un popoloso quartiere periferico possono uscire dalla stessa metodologia progettuale, ma differenti saranno l’approccio e molti degli obiettivi fondamentali. Inoltre, se l'esistenza di un edificio in uno spazio è spesso una condizione necessaria a identificare un luogo, quasi mai è sufficiente a determinare la qualità del luogo stesso. Oggi, concorrenza e rapidità d’informazione aumentano la competitività e il bisogno di essere riconoscibili e rappresentati, cosa che coinvolge sempre più l’architettura.(2) Di conseguenza, il concetto di luogo si estende a comprendere gli interni delle grandi infrastrutture (aeroporti, stazioni, terminal), dei grossi centri per il commercio, lo spettacolo o lo sport, di alcune strutture ricettive (alberghi e uffici): sono luoghi per gli incontri, per lo scambio, per il consumo, per la cultura... Sono proposti come unità sostitutive dei luoghi della tradizione: il dialogo con l’intorno è solo funzionale (ingressi e parcheggi; la preziosità di facciata serve da richiamo), e assomigliano a una piccola città in negativo: all’esterno, strade e piazze, affacci e corrispondenze perdono ogni valore comunicativo e relazionale, mentre all’interno l'articolazione dei percorsi e gli spazi di sosta - prima sfuggente a un'analisi morfologica - balzano in primo piano. L'artificio è evidente e la logica commerciale che lo presiede risulta quasi sempre vincente. Si è detto che sono l'emblema della città moderna e che la gente li affolla perché non ricerca più una rappresentazione dell'identità culturale, etnica o sociale, bensì persegue una legittimazione nel suo appartenere a una comunità internazionale che questi nuovi luoghi sembrano esprimere. Certo è che, se la città moderna continuerà a produrre non-luoghi come sono le periferie, a non riconoscere il valore di segni e spazi, a impedire le relazioni estranee al consumismo, questi nuovi contenitori non si porranno né come una scelta sull'esistente, né come un'alternativa al tradizionale e neppure verranno vissuti in senso dinamico e, quindi, evolutivo, ma saranno subìti come l'ultima spiaggia cui approdare.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Note:
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