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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione MATERIALI (1)
Le case comunicano anche attraverso il loro materiale, da costruzione o di rivestimento. Dicono da dove vengono, a chi si rivolgono, quando sono state costruite, chi le abita e perché. Parlano di politica e di estetica, di tradizione e di sperimentazione, di tecniche industriali e di maestria artigianale, cioè del grado di sviluppo raggiunto da una società. Sono per noi una seconda pelle e, come i vestiti, ci riparano e possono esprimere molto di noi stessi. Oggi come un tempo. La pietra era considerata un materiale pregiato per la sua connotazione di durabilità e usata per rappresentare il potere: religioso nelle piramidi egizie, difensivo nelle fortificazioni, sociale ed economico negli insediamenti antichi in cui si differenziavano le abitazioni dei nobili, costruite appunto in pietra, da quelle del popolo, realizzate invece in fango e paglia, oppure in molti palazzi in cui si affidava alla pietra il compito di sottolineare gli elementi decorativi. In marmo - sempre una pietra, ma con una struttura cristallina che permette la levigatura e la lucidatura - erano costruiti i templi più importanti dell’Acropoli ateniese e rivestiti le facciate e gli interni delle chiese cristiane e bizantine, delle cattedrali gotiche, di moltissimi edifici del Quattrocento italiano (Firenze, Venezia), simboli di un potere che doveva essere riconosciuto, rispettato e ammirato. Il legno proteggeva dal freddo nel grande Nord e, allo stesso tempo, diversificava gli edifici: si usavano le essenze dolci per quelli comuni e i più pregiati legni duri (la quercia, per fare un esempio) per chiese, monasteri e palazzi. Si sono perfezionate, inoltre, altre tecniche costruttive raffinate, sperimentando e sfruttando ogni possibilità d’uso dei tronchi (utilizzate nelle strutture primarie) e delle tavole diritte o flesse (strutture secondarie). In Occidente, soprattutto nel periodo medioevale, conobbe una certa ostilità per i continui incendi e fu relegato al ruolo di materiale povero. Nelle culture orientali, invece, l’architettura lignea raggiunse un così alto grado di maturazione tecnologica che in Giappone si arrivò a realizzare elementi costruttivi standardizzati in legno secoli prima dell’introduzione del balloon frame, struttura comparsa verso il 1870 a Chicago. La terra cruda (2) è senz’altro il materiale da costruzione più antico e diffuso perché semplice, durevole, molto adattabile, localmente abbondante, duttile ma solido, a prova di decomposizione e di termiti, bioclimatico ed economico in termini di energia. Si dice che una casa di terra cruda debba avere un ottimo cappello e buoni stivali, debba cioè proteggersi dalle piogge e dall’umidità del terreno. Per questo, con un tetto sporgente (ma non sempre presente) e un’accurata mano di calce la casa diventa anche impermeabile e, volendo, decorabile. Se la terra è cotta (il tradizionalissimo mattone), offre possibilità statiche maggiori e dà luogo a una notevole variazione tessiturale decorativa. Con il tempo, alle murature possenti, continue e uniformi dell’architettura della Roma imperiale si è teso a preferire murature figurativamente tanto più espressive e variegate, quanto più ci si è liberati da ogni vincolo strutturale. Grana, colore, forme e dimensioni dei prodotti laterizi suggeriscono infatti infinite geometrie, composizioni ricercate, caratterizzazioni chiaroscurali, rapporti cromatici e ritmici, consentendo più studiate relazioni con il luogo e accentuazioni più incisive. In altre parole, permettono texture costruttive, se inscindibili dalla struttura muraria, o texture decorative, se sganciate da vincoli strutturali, oppure l’una e l’altra, se si usano mattoni policromi (ottenuti da diverse argille o differenti condizioni di temperatura della fornace). Dopo la rivoluzione industriale, cioè quando si ebbero attrezzature e conoscenze teoriche sufficienti, a questi materiali si sono affiancati il cemento armato e il precompresso, il ferro, la ghisa e, poi, l’acciaio, il legno lamellare, l’alluminio, le materie plastiche, i vetri speciali in grado di resistere a sollecitazioni sempre maggiori e fornire prestazioni adeguate a requisiti sempre più particolari. Con i nuovi materiali strutturali, lo stretto rapporto tra la conformazione di un edificio e la tecnica costruttiva per esso impiegata - caratteristico dell’epoca industriale - è profondamente cambiato. L’una non dipende più dall’altra e ciò permette una maggiore varietà di soluzioni formali. Tuttavia, le modificazioni che si sono prodotte a livello di applicazione pratica, riferimento teorico e strumenti non intaccano il principio dello studio: la conoscenza e la scelta consapevole del materiale è sempre stata, e dovrà essere, alla base di qualunque sperimentazione e progetto. Ha scritto Adolf Loos: «Anche se per l’artista tutti i materiali sono ugualmente preziosi, non tutti sono ugualmente adatti ai suoi obiettivi». Non si può infatti adattare il progetto ai materiali, che devono accompagnare l’evoluzione dell’idea, in un processo continuo di ricerca, sommando sapienza tecnica e capacità espressiva del progettista, sistemi di progettazione e produzione più appropriati, sfruttamento delle potenzialità del materiale, strutturali o espressive, e sperimentare soluzioni alternative che possano migliorare la resa o l’aspetto. Ciò avviene indipendentemente dal ruolo del materiale nel contesto, sia che lo si ritenga l’attore principale e trainante dell’opera, sia che lo si releghi a comparsa strumentale. Nell’una e nell’altra circostanza gli edifici ci parlano rivelando se stessi: in maniera più plateale e tattile nel primo caso, in cui il materiale è evidenziato mettendo in luce la ricerca tecnico-strutturale o formale-espressiva del progettista, in modo più intimistico ed estetizzante nel secondo caso, in cui il materiale sembra pressoché indifferente perché si sono preferiti altri elementi o strumenti (per esempio simmetria, proporzione, modulo, rapporto ritmico tra vuoti e pieni) per manifestare i propri canoni di bellezza. Ma anche in questo frangente, in cui si suole considerarlo come il complemento finale della costruzione, perché ne definisce il volto senza mutare le proprie caratteristiche geometriche (quindi operando una scala gerarchica nelle scelte progettuali), il materiale è comunque parte integrante del progetto e concorre alla definizione formale dell’edificio al pari di altri elementi. Anzi, spesso l’innovazione formale deriva dall’innovazione tecnologica, dalla sperimentazione e anche da nuove possibilità dell’organizzazione produttiva. La storia di tutte le attività artigiane è caratterizzata dalla volontà di sperimentare i limiti estremi dei materiali e «di mettere alla prova la capacità di vittoria della mente sulla materia» (E.H.Gombrich), perché più difficile è la ricerca, maggiore sarà il trionfo. La sedia di faggio curvato progettata da Michael Thonet nel 1925 o quelle in tubolare d’acciaio piegato e continuo di Mart Stam, Mies van der Rohe e Marcel Breuer del 1927 sono state opere innovative proprio perché trasgressive rispetto a un modo di procedere consolidato. Il materiale (legno e acciaio) è stato portato alle estreme sollecitazioni, fisiche e meccaniche, per ottenere nuove soluzioni, senza per questo alterarne la natura, lasciandolo riconoscibile. Lo stesso si è verificato anche in campo architettonico, per esempio nelle opere di Pier Luigi Nervi, Riccardo Morandi o Le Corbusier. Tutti i grandi maestri dell’architettura moderna e contemporanea ci hanno trasmesso una sapiente conoscenza delle proprietà dei materiali, la ricerca costante delle loro possibilità, della migliore lavorazione e posa in opera, del colore, della conservazione, dell’invecchiamento e dell’eventuale abbinamento con altri materiali. E sono riusciti a esprimere attraverso e nonostante questi “vincoli” le proprie convinzioni ideologiche, il loro personale senso dello spazio e dell’uomo. Qualcuno si è preoccupato anche di rispettare il genius loci, sottolineando il fatto che i materiali tradizionali sono tutti legati e rapportabili alla scala del corpo umano, dato che i mattoni hanno una misura tale da permetterne la posa a mano, mentre per i pannelli prefabbricati si deve ricorrere a una gru, e facendo propria la massima che ha accompagnato la costruzione della Grande Muraglia cinese: «Adeguati alla natura del terreno, utilizza i materiali che la natura ti offre». Ma occorre avere consapevolezza e cultura. Molto spesso si è sconfinati nell’architettura vernacolare pensando che, imitando i modi e i materiali della cultura popolare, la si potesse salvaguardare: a torto, perché, per esempio, si sa che non necessariamente la materia prima dominante un luogo è stata selezionata perché era poco distante o rappresentava meglio l’espressività locale, ma ciò poteva dipendere da altre convenienze, anche economiche, o da cause storico-politiche contingenti. Inoltre, altrettanto spesso, si sono realizzati edifici con materiali nuovi ma dal linguaggio architettonico fondato sul materiale vecchio, in apparente e sostanziale contraddizione. La validità del materiale nuovo può essere misurata dalla sua capacità di sostituire nell’uso comune il materiale vecchio riflettendone il comportamento consolidato e sempre che possa consentire facilità d’esecuzione, economia e durata maggiori, cioè un maggior rendimento. O al limite una diversa e ricercata figuratività: la Tour Eiffel venne realizzata in ferro per mostrare sì il nuovo materiale ma anche per essere velocemente smontata e sostituita! Questa contrapposizione tra vecchio-duraturo e nuovo-effimero è spesso sottolineata, comparando le pietre dei monumenti dell’antica Roma, recuperate frantumate e trasportate più volte, al cemento armato (materiale irrecuperabile) delle opere moderne che non ha retto all’usura del tempo e del clima. In questo caso, però, non è al progettista e al materiale che vanno ascritte tutte le colpe, ma alla diversa concezione del tempo - più statico e lento nel passato, più veloce e incalzante oggi - e del ruolo dato agli edifici nella città sempre più spesso legati alle soluzioni di urgenti problemi. È del trascendentalista ottocentesco Ralph W. Emerson la massima: «La pietra cosciente a bellezza crebbe». Possiamo sostituire al sostantivo pietra qualunque altro materiale, tanto la chiave del concetto sta nell’aggettivo che la segue: cosciente, appunto.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Note:
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