Composizione architettonica e urbana

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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione

MODULO (1)

 


L’albero delle proporzioni secondo Luca Pacioli nella seconda metà del Cinquecento
(in J.S. Ackerman, «La storia dell’architettura e l’architettura nella storia» in Spazio e e Società
n. 14, 1981, p. 31)

 

La comune definizione di modulo può facilmente far perdere quella complessità e quelle valenze di fondo che l’hanno reso oggetto di studio e ricerca fin dall’antichità, mettendo in risalto soltanto l’aspetto negativo tipico delle periferie urbane, cioè la ripetizione senza fine, la monotonia dei risultati al limite dell’alienazione. Infatti il modulo (derivato del diminutivo latino di modus, modulus) è generalmente definito come la misura, l’elemento, la dimensione, la base unitaria di un insieme. Occorre invece affrontare, soprattutto in architettura, almeno un primo approfondimento, per mettere in evidenza che il modulo è sì una conveniente unità di misura, ma ha lo scopo di regolare le proporzioni di una costruzione o di un ordine architettonico. Può dunque variare da edificio a edificio e avere con il manufatto una relazione anche molto complessa per offrire la possibilità di dare qualità e senso a una costruzione. Dall’impianto geometrico iniziale, si possono innescare procedimenti di distorsione, taglio, frammentazione, addizione e compenetrazione, che verranno tanto più esaltati quanto meno renderanno illeggibile la scelta di partenza.

Lo stretto rapporto che intercorre tra modulo e proporzione viene dai Romani, che tradussero con proportio il termine greco simmetria, che originariamente significava commensurabilità, cioè la possibilità di misurare più termini con un unico modulo. Si affermava così un metodo di progettazione che coinvolgeva tutte le relazioni spaziali, conferendo ai loro rapporti il carattere di essere rigorosamente deducibili l’uno dall’altro secondo una regola. C’era una conseguenza immediata: una maggiore credibilità delle scelte spaziali operate, dovuta proprio al fatto di poterne dimostrare il procedimento, senza contare la personale sensazione di aver concluso un’opera logicamente. Non è un caso, infatti, che nella ricerca del miglior modulo si sia ricorsi alla conoscenza, affatto superficiale, di altre scienze: in primo luogo la matematica e la geometria, poi l’astronomia, la religione, la simbologia.

Alla ricerca di rapporti generatori di armonia nelle proporzioni ci si rivolse anche alla musica, con l’illusione che la traduzione degli accordi e dei rapporti armonici tra note di lunghezze opportunamente proporzionate potesse essere un buon metodo per ottenere l’armonia anche in architettura. Un esempio di questi studi - iniziati da Pitagora - è offerto dalla descrizione che, nel secolo XIII, Villard de Honnecourt fece della chiesa cistercense: «Questa chiesa è inscritta in un rettangolo 3/2, cioè un triplo quadrato doppio, corrispondente alla quinta... Il coro è una proiezione della quarta 4/3, i transetti materializzano il rapporto dell’ottava 4/2; il transetto nel suo insieme obbedisce alla stessa legge di 8/4; l’incrocio della navata e transetto rappresenta un perfetto quadrato, 4/4, cioè l’unità, principio di ogni armonia... la navata ricorda la terza 5/4. Il coro e la navata congiunti... stanno, rispetto alla navata più il quadrato centrale, nel rapporto del tono di 9/8. Tutti gli intervalli fondamentali della musica si trovano qui». Dal Rinascimento, la ricerca si specificherà ancor più.

Molti e vari tentativi sono stati compiuti per codificare una legge capace di assicurare bellezza ai manufatti architettonici: a seconda dei periodi storici o della sensibilità e cultura dei progettisti, il modulo deriva dall’osservazione della natura o è di tipo simbolico, è semplice o composto, statico o dinamico, assoluto o relativo, lineare o bi-tridimensionale. Infatti racchiude più di un concetto o filosofia, al cui valore e uso si sono dati significati diversi. Il più semplice è di tipo aritmetico, inteso cioè come unità di misura che può essere ripetuta n volte, combinata o abbinata ai suoi multipli e sottomultipli, o che può determinare una regola di semplice proporzionamento dell’oggetto. Per esempio, Vitruvio scrive che la colonna dorica è alta sei volte il proprio diametro e si riferisce al rapporto fra la pianta del piede e l’altezza dell’uomo, mentre il riferimento alla donna rende la colonna ionica più slanciata, alta otto volte il proprio diametro.

Il sistema modulare di Vitruvio venne abbracciato dagli architetti rinascimentali, che consideravano la proporzione metrica come il principio guida dell’ordine, che rivela l’armonia fra le parti e tra le parti e il tutto. Anche Leonardo negli studi sulle proporzioni del corpo umano ha usato esclusivamente proporzioni numeriche semplici; così Albrecht Dürer che assunse l’altezza dell’uomo come unità fondamentale e la suddivise in frazioni, fino a 1/40 h. Più recentemente, Mies van der Rohe ha basato la sua progettazione su un reticolo rigidamente quadrato, mentre Aldo Rossi in una delle opere più discusse, l’edificio lungo 182 metri al quartiere Monte Amiata di Milano, ha adottato come elemento l’interasse dei setti portanti.

Il modulo può essere inteso anche come fattore geometrico, cioè basato su una serie di numeri in progressione geometrica, o su rapporti matematici come la sezione aurea. La scoperta della sezione aurea è attribuita a Pitagora, che la considerava il fondamento delle proporzioni dell’architettura, ma una prima enunciazione si trova negli Elementi di Euclide: «un segmento è diviso in media ed estrema ragione quando l’intero segmento sta alla sua parte maggiore, come quest’ultima sta alla minore». L’interesse per la sezione aurea fu molto vivo agli inizi del Cinquecento, quando Luca Pacioli, nel De Divina Proportione (1509), la definì come il rapporto proporzionale secondo cui la figura umana si rapporta alla realtà naturale. E Andrea Palladio riuscì a elaborare un metodo progettuale che coinvolgeva le tre dimensioni e fondeva relazioni metriche, formule geometriche e rapporti armonici.

La sezione aurea è il rapporto che meglio rappresenta il concetto di unità nella diversità, permettendo, per esempio, di tagliare una dimensione - una facciata, una piazza, una stanza - in due parti che sono molto diverse tra loro, ma non troppo. Il metodo geometrico consente, quindi, proporzioni dinamiche - non statiche, proprie del tipo aritmetico - fissando una regola che serve a coordinare numeri o dimensioni e, nel caso della serie geometrica, rappresenta la ragione stessa della proporzione. Secondo ricerche convalidate dal calcolo, la maggior parte degli edifici classici si lascia scomporre secondo la sezione aurea, che ha naturali affinità anche con il pentagono, figura geometrica molto usata nell’antichità per il suo valore simbolico di armonia universale.

Le Corbusier ha cercato per tutta la vita di «scoprire la ricetta alchemica dell’architettura, un sistema di comporre così sicuro e obiettivo da risultare quasi inevitabile» (B.Zevi), cominciando dai rapporti di sezione aurea nelle prime opere ai tracciati regolatori (L-C soleva dire: «un tracciato regolatore è una assicurazione contro l’arbitrario: è l’operazione di verifica che approva tutto il lavoro creato, la prova del nove dello scolaro, il c.v.d. del matematico»), fino al Modulor e alle griglie urbanistiche. Nel Modulor, ricavato dalla figura umana divisa secondo la sezione aurea e la serie di Fibonacci, i valori ottenuti, riportati linearmente e sovrapposti, determinano non una griglia a maglie regolari ma un insieme di dimensioni preferenziali, consentendo infinite combinazioni. Le Corbusier si è servito del Modulor negli studi sullo spazio minimo come nel grande edificio, nel disegno alla scala massima dell’intervento e nella decorazione, offrendo di volta in volta caratteristiche tipiche. L’Unité d’habitation di Marsiglia costituisce uno tra gli esempi più significativi: 15 misure modulari regolano l’intero disegno, dalla sagoma generale allo spessore dei tramezzi interni.

Ma l’Unité ha un’altra particolarità; gli appartamenti in duplex incastrati fra loro intorno alle strade interne vengono considerati un modulo essi stessi, elementi ripetibili, prefabbricati e da inserire tra le maglie della struttura fissa a grande scala come cassetti in un armadio. Moduli-oggetto erano anche quelli che Moshe Safdie ha presentato, con David, Barrot e Boulva, all’Esposizione universale di Montreal nell’Habitat ‘67, una macrostruttura costituita da un’aggregazione informale di cellule residenziali prefabbricate e incastrate a grappoli. Questi esempi, però, non offrono la precisione e le alte possibilità combinatorie richieste dall’industrializzazione - che infatti predilige il modulo aritmetico - per limitare costi e tempi di esecuzione.

Anche le dimensioni modulari dettate dalla produzione, per i pannelli o i serramenti, non limitano le libertà creative del progettista e, soprattutto, «le formule non possono mai essere la base della creazione. Per la creazione, ci vuole l’intenzione e un’analisi cosciente», diceva, nel 1929, László Moholy-Nagy. E a chi ancora non ci crede si può controbattere con le stesse parole che Le Corbusier pronunciava riferendosi al Modulor, estendendone il concetto a qualunque tipo di modulo: «È uno strumento di lavoro, uno strumento preciso... non infonde il talento e tanto meno il genio. Non rende intelligenti gli ottusi: offre loro la facilità che può risultare dall’impiego di misure sicure. Ma siete voi che scegliete sulla scorta illimitata delle combinazioni». E qualora risultasse un impiccio alla creatività, si potrebbe citare ancora Le Corbusier: «Le Modulor? Je m’en fiche». O ricordare Paul Valéry: «L’ordine è il piacere della ragione, il disordine è la delizia dell’immaginazione».

Il termine modulo è indicativo di ordine, è l’elemento base dell’architettura che non determina l’aspetto dell’edificio, ma procura soltanto un’intelaiatura per progettare sulla carta, cioè un supporto alle relazioni bidimensionali (pianta-prospetto). Da solo non costruisce un’architettura, che, non va dimenticato, esiste nello spazio e non sulla superficie. Va percorsa e vissuta, non soltanto misurata.

Gli Atrii Rettangolari di Cesare Cesariano databile prima metà del Cinquecento (in G. Simoncini, Gli architetti nella cultura del Rinascimento, Il Mulino, Bologna, 1967, p. 264)

 

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Nota:
1. In Costruire n. 107, aprile 1992, pp. 169-70, col titolo «Io sono la regola», rielaborazione.

 

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