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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione PAVIMENTAZIONE (1)
La visione monumentalistica dell’architettura ci ha abituato a considerare la città nella sua dimensione verticale. Poco sottolineate sono le corrispondenze orizzontali, quali le linee d’altezza costante dei cornicioni o dei portici, che segnano la continuità tra edifici. Ancora meno interessante appare il limite inferiore della spazialità urbana: la pavimentazione. Eppure, questo è un elemento di raccordo importante che può avere ripercussioni percettive straordinarie, potendo arrivare a legare o a discriminare i luoghi, a definire o a dilatare uno spazio aperto. Rappresenta anche il piano più esteso, emergente, caratteristico e, almeno per dare dignità e qualità ad aree edificate degradate, il più duttile a essere manipolato, composto e ricomposto in infinite soluzioni per soddisfare esigenze diverse, funzionali ed estetiche. Le tracce della pavimentazione del passato destinata al passeggio a piedi o in carrozza, sono state, in questo secolo, per lo più coperte da indistinte distese d’asfalto, per consentire maggiori velocità, quindi spostamenti più rapidi e agevoli. Nastri grigi che hanno piegato spesso il paesaggio, talvolta rivalutando aree altrimenti depresse o ponendosi come fatti emergenti e prioritari, ma che hanno irrimediabilmente condizionato o distrutto la memoria di certi luoghi. Un patrimonio perso, poiché le antiche e preziose pavimentazioni in pietra e laterizio hanno caratterizzato molte città e contribuito a esprimere le specifiche culture fisiche e storiche. E a conoscere meglio persino l’aneddotica storica: quando Giuseppe Verdi stava per morire, in segno di rispetto i milanesi coprirono di paglia via Manzoni per attutire l’assordante rumore prodotto dal transito delle carrozze sulla pavimentazione che era ancora il legno. Storicamente, il disegno pavimentale si fa più ricercato nelle piazze, soprattutto quando la loro forma non è regolare. Nella celebre tavoletta di città ideale di Urbino, al motivo geometrico segnato dalle pietre di colore diverso è stato riconosciuto il ruolo di elemento unificante della rarefazione dello spazio. A Pienza le bianche liste che dividono in grandi rettangoli la pavimentazione in mattoni a spina di pesce corrispondono orizzontalmente ai partiti verticali dei palazzi e della cattedrale. Più tardi, Michelangelo definisce piazza del Campidoglio a Roma proprio attraverso la pavimentazione che ha nel monumento centrale il fulcro ideale della stella a dodici punte. Realizzazioni avvenute posteriormente agli edifici circostanti hanno dato agli invasi magnificenza e/o conclusione ottica anche sul piano orizzontale: piazza San Marco a Venezia era pavimentata in mattoni a spina di pesce fino al 1723 quando assunse la fisionomia attuale che sembra voler porre rimedio alla sua irregolarità; un disordinato posteggio interno a uno stabile fatiscente di piazza XX Settembre a Bologna è stato trasformato da Gianfranco Masi (1974-82) in un policromo spazio pubblico; un ambito lungo e stretto di Santa Severina (Catanzaro) ospita un complicato disegno, dal contenuto simbolico, di Alessandro Anselmi e Giuseppe Patanè. Un tempo, le vie si diversificavano per ragioni più funzionali che estetiche. Nell’Impero romano le strade erano differenziate, per materiali e tecniche costruttive, secondo l’uso (percorsi per i pedoni, la cavalleria, la raccolta delle acque) e c’erano pietre e gradini per montare più facilmente a cavallo. Piccole e grandi attenzioni che hanno facilitato la conoscenza dei valori e delle usanze di una civiltà, oltre ai cambiamenti economici, sociali ed estetici. È anche il caso delle vie con rotaie di pietra scalpellata separate dalla fascia centrale di acciottolato: in questo modo si rispondeva contemporaneamente alle esigenze di scorrimento delle ruote dei carri e di aderenza degli zoccoli ferrati degli animali da traino. Un tipo di pavimentazione sfruttato da Ignazio Gardella nel recente progetto di piazza del Duomo a Milano che ha suscitato molte critiche da parte dei cittadini non per la nuova sistemazione architettonica ma proprio per la scelta dei ciottoli di fiume, troppo scomodi e scivolosi. Scivolosi dovevano essere anche i viali monumentali che portavano dagli archi trionfali al centro della città rappresentativa: i fiori lanciati dalle ali di folla aiutavano i cavalli a procedere. Ma la pavimentazione - in qualunque pietra - era ed è importante: per eliminare il fango, la polvere, il fetore. Per questo, a Parigi, nel 1184, Filippo Augusto impose, con un editto, di lastricare tutte le strade francesi. Solo da un paio di decenni si è incominciato a sfruttare l’uso di piastrelle e cementi colorati per risolvere situazioni compromesse. A Copacabana, una delle zone turistiche più congestionate di Rio de Janeiro, Roberto Burle Marx, assieme agli architetti Haruyoshi Ono e José Tabacow, ha separato la massiccia espansione edilizia, le trafficose carreggiate stradali e la spiaggia con un intervento basato quasi esclusivamente sul disegno cromatico della pavimentazione delle tre fasce pedonali intermedie. Meno vivace ma non troppo dissimile concettualmente è la più recente realizzazione a Genova in cui Orazio Dagliotti ha trasformato il largo e anonimo marciapiede di corso Italia in una passeggiata litoranea dai disegni pavimentali che ricordano vecchi simboli marinari e le decorazioni a losanghe delle antiche case genovesi. Al Parc de La Villette a Parigi i diversi tipi di percorso sono stati sottolineati dall’uso combinato di lastricati, pavimentazioni con tracciati luminosi, piani in cemento colorato. Alcune proposte italiane hanno sostituito le figure geometriche, di norma usate nei disegni pavimentali, con figure umane in movimento, quasi a considerare lo spazio aperto come una rappresentazione orizzontale della realtà, ma non hanno suscitato interesse, forse perché travalicano i limiti correnti di comprensione simbolica e paiono soggetti a mode passeggere. Approfondire il segno e il significato dei materiali in termini di dimensione, colore e tessitura (oltre, naturalmente, alle loro caratteristiche tecnico-prestazionali) è diventata un’esigenza indispensabile per soddisfare quel bisogno collettivo di riappropriazione dello spazio pubblico, oggi relegato quasi esclusivamente a sedi stradali e posteggi. Alla suddivisione funzionale - piazza interna o esterna, percorso pedonale, pista ciclabile, via di scorrimento - viene sempre più richiesto un supporto percettivo che valorizzi il luogo e protegga l’utente. Nei casi, però, in cui si è assunta la storia come referente sia per riproporre le sensazioni uniche e appaganti di certi ambienti urbani, sia per non disperdere tradizioni peculiari di contesti particolari, l’operazione si è talvolta mostrata artificiosa e fredda. Tra le motivazioni ne spiccano alcune vincolate alla composizione materica (invecchiamento, rispondenza agli agenti atmosferici e all’uso) e altre più legate alla percezione, come le differenze dovute ai valori gerarchici, al rapporto con i volumi circostanti, all’estensione dello spazio e del disegno, alle caratteristiche tattili e cromatiche, alla riflessione della luce, alla quantità di folla e al suo movimento, all’orientamento. Un disegno che combina laterizi o pietre di colore e dimensione diversi può provocare altre sensazioni influenti alla vivibilità dell’ambiente: per esempio, far indulgere alla sosta o accelerare il passo. Sono tutti elementi di riflessione, non per tendere alla giustificazione di sfoghi creativi ed esercitazioni calligrafiche, ma per soddisfare le modeste e imprescindibili esigenze dell’utente che sopra a quei piani deve muoversi e passeggiare per anni. Vero è che qualunque soluzione che sappia superare quell’effetto di appiattimento, persino morale, che dà l’asfalto è sempre ben vista, ma non indiscriminatamente: studi e sperimentazioni hanno senso soltanto se sono accompagnate dalla sensibilità di chi progetta. E dalla stessa convinzione di Nebuchadnezzar, re di Babilonia, che fece apporre il sigillo o incidere un’iscrizione su ogni mattonella e blocco di pietra che componevano la strada processionale dedicata al dio nazionale Marduk. Lo fece per guadagnare per sé e il suo popolo la vita eterna, ma nella piena consapevolezza di rendere ancora più bella la sua città.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Nota:
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