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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione PIAZZA (1)
Tutti gli ambienti a cielo aperto sono parte integrante della città costruita. A tal punto che questa può sembrarci interessante o insignificante secondo la vitalità dei suoi vuoti. Vuoti relativi, poiché il ruolo di vie, piazze o giardini non si limita alla regolazione della viabilità o a dare maggiore aria e luce agli alloggi, ma è mezzo di unione architettonica tra gli edifici, misura di controllo qualitativo e formale del costruito, collegamento percettivo delle singole parti della città, fruizione dei luoghi aperti come proiezione esterna, continuità o stacco della vita interna alle case, invito alla socializzazione, collettori e generatori di energia al tempo stesso. Considerati gli elementi stabili, storici e sociali del controllo qualitativo e formale del costruito, i vuoti urbani costituiscono il luogo dell’immaginario di una comunità, perimetrato fisicamente dagli edifici ma composto anche da prospettive, fughe, concatenazione di altri spazi contigui e dalla vita di relazione che in esso si svolge. La cultura moderna ha negato il rapporto edificio/strada o piazza che si era mantenuto importante fino al secolo scorso, a favore della cosiddetta civiltà dei trasporti, della singolarità delle opere (monumento) o della logica commerciale (il costruito crea profitto, il vuoto no), lasciando a un indeterminato verde il compito connettivo. Ciò ha portato a due conseguenze: la prima, a caricare lo spazio vuoto e aperto, antistante alle opere degli architetti del Movimento Moderno (che richiamano i linguaggi dell’astrazione e del distanziamento metafisico), di un elevato valore simbolico che non corrisponde (allora come ora) all’uso reale di questo spazio e, la seconda conseguenza, alla formazione di zone socialmente dispersive, prive di vita e troppo dilatate, in cui il deserto e il mutismo delle periferie, frantumate da barriere di vuoto (le arterie a rapido scorrimento, il verde incolto, le linee ferroviarie e ora i dismessi industriali), sono diventati tanto intollerabili da spingere la gente ad allontanarsene appena possibile, accentuandone, di conseguenza, l’aspetto alienante. Per questo, ora si cerca di capire prospetti, funzioni, strategie e ruoli di vie e piazze del passato per scoprire, quasi fosse una ricetta alchemica, il perché della piacevolezza delle zone antiche più centrali. È soprattutto sulla piazza, per l’ampiezza delle dimensioni, la molteplicità degli spunti progettuali offerti, l’intrinseca capacità vitale, che l’attenzione si fa ora più marcata. Si riesaminano l’agorà greca e il foro, vero e proprio perno attorno a cui ruotava la vita pubblica romana e che per la molteplicità delle funzioni svolte, risultava talvolta talmente affollato da far suggerire a Catone il Vecchio di pavimentare le piazze non con lastroni lisci, ma con sassolini acuminati e taglienti per scoraggiare le soste inutili. Dal Medioevo, invece, le funzioni si specificano e, davanti agli edifici in cui esse si esplicano, gli spazi si diversificano non perdendo però in vitalità: la piazza della chiesa per le funzioni religiose, la piazza del palazzo comunale per le assemblee civiche e i comizi, la piazza del mercato per i commerci. Alcune volte sono persino affiancate, ma scandite da una fontana o un monumento, come a Firenze; altre volte è un solo edificio a separarle, come la Basilica palladiana a Vicenza. Secondo il prevalere del potere civico o religioso, i grandi spazi aperti connotano a volte la città stessa, come a Siena, Pienza o Vigevano. In particolare, la storia di Vigevano mostra come uno stesso invaso può trasformarsi nel tempo: la piazza porticata, antistante lo scalone d’onore di accesso al castello degli Sforza e creata alla fine del Quattrocento, fu due secoli più tardi modificata per accogliere, al posto dello scalone, la nuova cattedrale di Sant’Ambrogio. La forma sghemba del lotto sembrava impedire un raccordo coerente tra facciata e piazza, ma gli architetti barocchi superarono l’inconveniente costruendo una facciata autonoma rispetto all’interno della chiesa, sconfinando col fronte su un edificio adiacente. La piazza, o più in generale l’immagine dello spazio urbano, è sempre stata oggetto di studio ancora prima dei Greci. In seguito, i trattatisti rinascimentali hanno cercato di definirne le migliori proporzioni affinché né l’invaso né gli edifici attorno prevalessero nell’immagine d’assieme. Nel De re aedificatoria, Leon Battista Alberti definisce i rapporti ottimali tra la larghezza del vuoto di una piazza o area urbana scoperta e l’altezza del bordo a contorno: «La piazza ha delle proporzioni ottimali; l’area è composta di due quadrati, ‘e tali che il loggiato e le altre parti costruite all’intorno corrispondano all’area scoperta secondo determinate proporzioni, di guisa che quest’ultima non appaia troppo bassa se le strutture circostanti sono troppo basse o troppo stretta, se recinta da un ammasso di costruzioni, assai opportuna sarà una altezza dei tetti di misura di un terzo della larghezza del foro o almeno due settimi». Andrea Palladio, nel terzo dei Quattro libri dell’architettura, ne conferma i principi e sottolinea gli elementi indispensabili per comporre e determinare lo spazio di una piazza: «Si ordineranno, come fecero gli Antichi; intorno alle piazze i portici larghi quanto sarà la lunghezza delle lor colonne; l’uso de quali è per fuggir le pioggie, le nevi, & ogni noia della gravezza dell’aere, e del Sole: ma tutti gli edificij che intorno alla piazza si fanno; non debbono essere (secondo l’Alberti) più alti della terza parte della larghezza della piazza, ne meno della sesta: & à i Portichi si salirà per gradi, iquali si faranno alti per la quinta parte della lunghezza delle colonne. Grandissimo ornamento danno alle piazze gli archi, che si fanno in capo delle strade, cioè nell’entrare in piazza». Gli architetti barocchi ne hanno accentuato i contenuti scenografici o rappresentativi; in molte città (come a Nancy) furono impostate sequenze di piazze non in successione aritmetica, ma in progressione ritmica. I neoclassici hanno voluto esprimere il senso dell’illimitato nelle loro immense, vuote piazze, ironicamente battezzate «del solleone». A fine Ottocento, Camillo Sitte ha scritto sul tema della qualità architettonica degli spazi pubblici nella città storica conscio che la civiltà delle macchine stava per soffocarne ogni valore urbano. Oggi, spesso si sente ripetere che «le piazze più belle del mondo sono tutte senza alberi», sottolineandone l’essenzialità, ma negando di fatto l’esistenza di uno o più fulcri trainanti che catalizzano l’interesse, attirano visitatori, producono movimento creando un intreccio tra produzione, commercio, residenza, attività collettive e rappresentative. E anche l’immagine di semplicità è solo apparente, perché gli elementi insiti nella progettazione di una piazza (con o senza monumenti importanti) sono molteplici: la sua localizzazione, il numero e la qualità delle strade che vi si aprono, il tipo di traffico, la posizione dei monumenti e degli arredi giocano un ruolo altrettanto importante degli edifici che la circondano, arrivando a snaturare o alterare lo spazio urbano o, al contrario, a sottolineare ed esaltare le sue qualità. Ne danno prova le numerose piazze che da qualche anno vengono realizzate in piccoli e grandi centri per qualificare contesti senza pregio, così da creare piccole oasi significative sia per l’immagine in sé che per le relazioni a esse legate. Diversa è la loro progettazione: con o senza alberi, chiuse o aperte, piane o sfalsate, con pavimentazioni unite o differenziate (per delimitare le diversità d’uso, ma anche per definire lo spazio, come in piazza del Campidoglio a Roma), arredi, specchi d’acqua o altri elementi decorativi, a volte essi stessi caricati di significato (come l’Obelisco della Fontana in piazza San Pietro, che è orologio solare). Non sempre tutto ciò è frutto di una libera scelta del progettista, perché ai vincoli artificiali o naturali (spesso oggettivamente difficili da superare) se ne aggiungono altri, come quelli economici che talvolta impongono una piazza “dura”, senza alberi e con pochi elementi aggiuntivi, per risparmiare sui costi di realizzazione e manutenzione. Inoltre, poiché la rivitalizzazione di una piazza coinvolge necessariamente il piano terreno degli edifici, non sempre gli amministratori pubblici favoriscono la plurifunzionalità nelle zone e i privati, gestori dei muri e delle vetrine su strada, si sentono coinvolti in questo processo. A Barcellona, all’interno del piano di ricostruzione della città della fine degli anni ottanta, si è operato per recuperare le piazze storiche centrali e dotare la periferia di nuovi spazi all’aperto, tentando di dare risposta, attraverso soluzioni molto differenziate tra loro, ai problemi della ricomposizione urbana, della razionalizzazione viaria, della rivitalizzazione di aree anonime, dell’incentramento sociale dei nuovi quartieri. A Parigi, dove la casistica di piazze antiche e moderne è molto vasta, si è optato alla Défense per uno spazio che al passante sembra illimitato e indefinito poiché è leggibile solo urbanisticamente; al contrario della centrale, affollata piazza dalla colorata vasca d’acqua che completa l’area tra due opere di Renzo Piano: l’Ircam (Istituto per la ricerca e il coordinamento acustico-musicale) e il Beaubourg. In Giappone, davanti al centro civico di Tsukuba, in un limite urbano che sembra non possedere storia alcuna, Arata Isozaki ha progettato in un grande spazio aperto una piazza ipogea su cui si apre un piccolo anfiteatro, citando piazza del Campidoglio a Roma. In Italia, tra i tanti che si sono misurati con il tema della piazza, c’è Adolfo Natalini: a Firenze, Fidenza (con Vittorio Savi), Palazzuolo sul Senio, San Giovanni Valdarno. A Gibellina, Franco Purini e Laura Thermes (con Vittorio Bitti e Mario Trimarchi) hanno progettato cinque rarefatte piazze contigue, una sorta di privilegiato percorso urbano all’interno del nuovo nucleo costruito dopo il terremoto. Tuttavia, alcune piazze di recente progetto o risistemazione sono esteticamente splendide ma emozionalmente raggelanti, perché lo spazio risulta piattamente grafico e decorativo, mancando forse di quella sedimentazione storica di usi e tradizioni, cambiamenti, aggiustamenti e rafforzamenti che tutte le piazze della città consolidata hanno subìto nel tempo. Poiché è ovviamente impossibile proporre una storia che non c’è o rinunciare a nuove piazze, al progettista occorre una capacità inventiva in più: scoprire o creare il momento di centralità vitale, cucire o ricucire il sistema delle relazioni che si instaurano tra costruito e spazi aperti, suggerire percorsi, funzioni e alternative, oltre a produrre scorci interessanti. Molte piazze sono squallide proprio perché si aprono su paesaggi inesistenti, o sono isole in mezzo al traffico, o non offrono niente alla sosta. O presentano, al limite, pochi particolari negativi, come funzioni banali o distanze eccessive che, alterando l’equilibrio tra le inscindibili esigenze materiale-funzionale ed estetico-formale, trasformano in povertà la ricchezza di esperienze. Progettare una piazza, quindi, impone un sottile gioco tra composizione architettonica e disposizione urbanistica, altrimenti anche i rapporti umani e interpersonali ne risentono, diventando impossibili. Per superare questa soglia si realizzano più facilmente spazi pubblici chiusi e interni anziché aperti ed esterni, come nella città tradizionale: grandi centri commerciali, alberghi, aeroporti, musei ospitano o addirittura vengono configurati come parti di città, con vie e piazze pedonali, bar, negozi, spazi gioco per i bambini all’interno. Il risultato raggiunge lo scopo prettamente commerciale che li sostiene, ma di fatto vengono negate quelle libere occasioni di socializzazione (basandosi più sul passeggio che sulla sosta) o di contatto con l’intorno (a volte indispensabile per ritrovare la dimensione umana) che solo uno spazio aperto, giardino o piazza che sia, può spesso dare a chi è solo. Uno spettacolo teatrale dove attore e spettatore sono protagonisti.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Nota:
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