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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione RAPPRESENTATIVITÀ
Ogni architettura rappresenta o comunica qualcosa, in positivo o in negativo, chiaramente o attraverso metafore. Può essere chiamata a esprimere qualcosa di determinato a priori o può, indipendentemente dalla commessa, disvelare il carattere, il pensiero, gli atteggiamenti, l'origine del progettista. Un'architettura, cioè, può ricordare un avvenimento, esprimere una filosofia, rappresentare una religione o un qualunque potere, manifestare una condizione economica o un'attività, far intendere un disagio, esaltare l'evoluzione tecnologica, essere l'autoritratto dell'architetto e delle sue convinzioni... È un segno sul territorio, lasciato da un personaggio o da una generazione a testimonianza del proprio modo di vivere o di concepire l'esistenza. Può essere o diventare un monumento se è rappresentativo, se simboleggia un momento della storia della città o dell'uomo. Gli archi di trionfo - romani o napoleonici - servivano a ricordare ai posteri un avvenimento o un personaggio e venivano riccamente decorati con sculture e scritte; più emergevano, più era esaltato il documento storico. Al contrario, le porte delle città medioevali fortificate non avevano alcuna ragione d'essere monumentali; c'erano le strade a indicare la direzione d'entrata in città, i bastioni e i caselli del dazio a delimitare l'ambito urbano dalla campagna. Eppure si realizzavano imponenti e ornate; secoli dopo le si costruivano addirittura nello spazio libero, senza alcuna necessità pratica, ma solo simbolica. Come oggi: le nuove Porte di San Marino progettate da Giancarlo De Carlo sono sostanzialmente degli oggetti inutili e immateriali, balconi panoramici su superstrade e paesaggi consueti, ma hanno in sé una fortissima carica simbolica, perché definiscono un confine di Stato avvertendo che differenze politiche e culturali caratterizzano le due repubbliche, celebrano la loro diversità spaziale, si ergono ad avvertimento. Da un certo punto di vista, più un monumento del passato si estranea dalla sua destinazione d'uso (che può variare negli anni), più riesce a imporre la propria solidità nel tempo e sul tempo, indifferente al trascorrere dei secoli e al succedersi degli avvenimenti. E tanto più l'intorno, il contesto, rimane intatto nel tempo, con le sue relazioni spaziali e, se è un edificio collettivo, con la sua vitalità funzionale, tanto più se ne percepisce il valore storico e l'atmosfera del tempo in cui è stato costruito. Perché ogni epoca ha una "tecnica" di rappresentazione caratterizzante: la sorpresa nella città medioevale, la centralità nella città rinascimentale, la prospettiva nella città barocca, la discontinuità nella città moderna. Il monumento è comunque sempre un nodo, un punto focale nella città, un elemento di attrazione e di sviluppo. Di conseguenza, la dimensione ha un ruolo dominante nel trasmettere un qualunque messaggio, così come la preziosità dei materiali e delle decorazioni o l'uso di tecnologie nuove, talvolta eccezionali. Inoltre, il castello, il palazzo comunale, la cattedrale gotica, il teatro, la stazione ferroviaria, certi contenitori plurifunzionali sono grandi interventi che non solo emergono ma si riferiscono a tutta la città, determinando a volte la stessa immagine, contribuendo a stabilire una gerarchia spaziale, costituendo delle mete nel percorso - fisico e mentale - del cittadino (la democrazia, il potere, la giustizia, il culto...). Molto spesso la grandezza dell'architettura è esplicitamente indicativa di un dominio dettato dall'ambizione: del committente, dell'architetto, di una fazione. Riuscire a superare il nemico, il compaesano o quanto di simile è stato realizzato nel passato è, a volte, un obiettivo imprescindibile e da comunicarsi con ogni mezzo. Nelle città di origine medioevale si possono ancora vedere i piani superiori di alcune residenze minori realizzati a sbalzo: un aggetto che serviva a guadagnare spazio all'interno, ma costruirlo era molto costoso e solo pochi agiati potevano permetterselo. Le torri erano sì luoghi di vedetta e rifugio in caso di pericolo, ma esprimevano anche il rango della famiglia: San Gimignano aveva 70 torri (ne sono rimaste 13), ma per poterle costruire i proprietari dovevano certificare i propri redditi su un apposito registro. A tutte le latitudini e in tutti i tempi, avere il primato dell'altezza o l'uso esclusivo del luogo più alto dava e dà prestigio, anche se le ragioni ufficiali erano e sono molto diverse e altrettanto valide, come lo scopo difensivo, l'ottimizzazione dell'uso del suolo o il risparmio di spesa. Altro segno che comunica ricchezza è la decorazione: attraverso la preziosità e la quantità di pitture, sculture e intagli nel legno, il ceto sociale abbiente manifesta la propria superiorità, di rango e di beni. L'ornamentazione ricca è una regola antica e a volte la struttura di un edificio sembra sia stata concepita in funzione della decorazione da ospitare. I capitribù vivevano in capanne dagli altissimi frontoni decorati, tradizione ripresa nel nord Europa dove i frontoni ricavati dal tetto a spioventi si impongono per altezza (contengono fino a quattro piani d'abitazione) e ricercatezza. Se non si ha subito il capitale, si procede nel tempo: nel secondo dopoguerra, nell’area metrolitana a nord di Milano, intere aree sono state edificate spontaneamente dagli immigrati provenienti dal sud e denominate coree, cioè caos, massima confusione, somma di edifici disparati e casuali. La loro costruzione avveniva per gradi a causa delle difficoltà economiche: prima il seminterrato (dove viveva il proprietario), qualche anno dopo il primo piano (che veniva affittato), altri anni e la casa è completata con il secondo piano (dove si trasferirà il proprietario). Man mano che la disponibilità economica aumenta, la casa viene intonacata, poi parzialmente rivestita con pietre, corredata di balaustre, cancellate, aiuole, portici, effetti cromatici..., impreziosita e diversificata rispetto alle case limitrofe per arrivare al modello che il proprietario si è prefissato e che testimonia il nuovo grado sociale raggiunto. Non tutte le costruzioni alte o decorate sono dei monumenti: le torri toscane lo sono diventate secoli dopo, quando è apparso opportuno preservare la memoria di un tempo passato. Sotto il profilo della comunicazione, moltissimi edifici esprimono simbolicamente particolarità legate al rango o alle convinzioni del committente, alla via su cui si affacciano, all'attività che vi si svolge, all'immagine urbana che il potere vuole tramandare.(1) Del resto, «l'architettura è sempre stata anche uno status symbol, essendo ogni linguaggio architettonico, in qualunque tempo e in qualunque società, finalizzato anche a questa forma di espressione/comunicazione» (V.Vercelloni): le fastose residenze in pietra sul Canal Grande a Venezia (sec. XIII-XIV) o lungo la Strada Nova a Genova (sec. XVI) sono state volute dalla ricca borghesia mercantile. Anche se non è una regola generalizzabile, poiché, in certe culture, l’esibizione è considerata offensiva o criticabile. Gli edifici pubblici non sono da meno, soprattutto quelli sacri che assommano rappresentatività e comunicazione. Papa Sisto V, alla fine del Cinquecento, nell'età della Controriforma, trasforma in soli cinque anni la città di Roma, urbanisticamente e architettonicamente, perché si confermi - dati i tempi bui - la capitale della cristianità, oltre che primario centro storico e documentaristico per la presenza di tanti monumenti d'arte. Allora, Roma era una città saccheggiata, economicamente molto debole, non sufficientemente strutturata, popolata da circa 45.000 persone che abitavano le valli tra i colli (non più direttamente approvvigionabili d'acqua dopo l'abbandono degli acquedotti romani). Il piano, voluto da Sisto V ed elaborato da Domenico Fontana, rifornisce d'acqua ogni parte della città, rimettendo in funzione gli acquedotti e costruendo numerose fontane, tenta di stabilire un collegamento fra il territorio e la città attraverso lo sfruttamento delle risorse e crea un sistema di rettilinei facenti capo a S.Maria Maggiore e prospetticamente concentrati sulle grandi basiliche romane o sugli obelischi (anch'essi grandi simboli pagani del passato) che furono tutti riconsacrati e alla cui sommità venne posta una croce. Le strade costituiscono una sorta di percorso obbligato per i pellegrini che giungono in città e giustificano gli imponenti investimenti richiesti perché ne rafforzano l'immagine religiosa, consolidano culturalmente la città e la rilanciano turisticamente. Questi interventi riescono a determinare la rinascita di Roma: in pochi anni la popolazione raggiunge i 100.000 abitanti. L'esigenza sentita da una religione di rappresentarsi con forza per comunicare i propri principi, ma soprattutto il potere temporale e la supremazia culturale, non è tipica soltanto della Chiesa cattolica nel periodo della Controriforma, ma attraversa tutte le epoche, le morali e le filosofie. Lo conferma Franco Cimmino: «Gli artisti egizi furono sempre fortemente vincolati a canoni dai quali non era facile derogare. In genere l'arte egizia fu quindi impersonale e, per così dire, utilitaria, cioè tesa a fare immagini che durassero per l'eternità. Per l'artista egizio avrebbero potuto essere validi i princìpi espressi dai Padri della Chiesa nel concilio di Nicea del 787: "La composizione delle immagini religiose non è lasciata all'ispirazione degli artisti; essa dipende dalle regole poste dalla Chiesa cattolica e dalla tradizione religiosa. Solo l'arte appartiene al pittore, la composizione appartiene ai Padri"». Il rigore conciliare è comprensibile se si considera che il potere religioso si basa su un mondo immaginario e, quindi, soltanto una dimensione fantastica controllata riesce a evocarlo. E, per arrivare a ciò, la Chiesa ha elaborato tipologie e utilizzato simboli suoi propri e altri derivati da credenze pagane e superstizioni ma che erano, per la maggioranza, riconosciute dalla collettività. Per questo, gli edifici sacri sono stati per secoli al centro della vita dei popoli sancendone i ritmi, fornendo rassicurazioni, proteggendo nei momenti di meditazione, di speranza o di paura e diventando un sicuro punto di riferimento. Di questa certezza, molto spesso ne ha approfittato la classe al potere consentendo costruzioni particolarmente fastose perché "servivano" alla causa politica: l'abate Suger poté fare dell'abbazia di Saint Denis il maggior monumento di Francia perché con essa si celebrava, oltre alla grandezza divina e alle spoglie dell'apostolo delle Gallie ivi sepolto, la gloria della monarchia essendo, l'abbazia, il luogo dove erano stati seppelliti i primi re della dinastia dei Capetingi, vi venivano incoronati i re di Francia e Luigi VI (amico di Suger) l'aveva definita «caput regni nostri». L'aspirazione a rappresentare al meglio lo spirito religioso ha invece letteralmente "preso" alcuni architetti: August Welby Northmore Pugin (morto pazzo nel 1852 a quarant'anni) fu il protagonista del revival gotico in Inghilterra e, per penetrare nell'intimo dello spirito medioevale che lo ispirava, si convertì al cattolicesimo. Luigi Figini e Luigi Pollini, sinceramente credenti, si sforzarono, nella chiesa di S.Maria dei Poveri realizzata a Milano nel 1952-54, di interpretare il tema della basilica paleocristiana, povera all'esterno e ricca di valori chiaroscurali all'interno, concentrandosi sulla luce che penetra dalle alte finestre e piove all'altezza del presbiterio, aumentando il senso di religiosità. Ma, dell'opera, vi è un'altra valutazione: poiché la fede in Dio implica di seguire le direttive del suo rappresentante, «non [si] può tacere la sua corrispondenza con la chiusura e l'arroccamento su posizioni oltranziste che caratterizzava il pontificato di Pio XII» (G.Denti), le quali sono state viste proprio nella priorità della zona del culto interna e nella negazione dell'ambiente urbano, a significare che la religione è al di fuori di ogni possibile rapporto con il mondo. Un architetto che non fa mistero della propria laicità e accetta le regole della tradizione senza particolare coinvolgimento è Ignazio Gardella che ha progettato diverse chiese tipologicamente differenziate: «A me interessa fare un'architettura, che poi sia un carcere o una chiesa non ha importanza. [...] Lo stesso marxismo non è che una derivazione del cristianesimo, quindi c'è una certa civiltà che si può riconoscere in questo. [...] Forse, progettare una chiesa è un problema che può portare avanti chi crede che la chiesa debba dare significati. Siccome io credo che l'unico significato che può avere una chiesa sia quello di essere una tradizione storica e debba essere accettata come una festa, come un simbolo, per me non c'è differenza tra il palio di Siena e una messa: sono tutt'e due rappresentazioni tradizionali». Costretti alla diversità e, quindi, allo spaesamento, alla disidentificazione, alla mancanza di topos e di dimora, allo sgretolamento di ideali, sono gli ebrei, che per molti secoli sfruttano tipologie e morfologie correnti, elaborate da altre culture, ma che non sono rappresentative dei loro assunti. Il pensiero ebraico è infatti dominato dal movimento, dal coinvolgimento totale dell'essere nel costruire e fruire qualunque luogo chiuso: «è un'architettura organica, vivente, modulata secondo le esigenze degli utenti, capace di crescere e svilupparsi, libera da ogni tabù formalistico, dalla simmetria, dagli allineamenti, dai rapporti tra pieni e vuoti, dalle regole prospettiche, insomma un'architettura la cui unica legge, il cui unico ordine è quello del mutamento», come ha scritto Bruno Zevi in un'analisi appassionata sul rapporto tra ebraismo e architettura. È con l'espressionista Erich Mendelsohn (nella cui Torre Einstein si può leggere una parafrasi della teoria della relatività) che «In questo momento, l'ebraismo trova un architetto ebreo», anche se «il messaggio ebraico culmina nell'opera del massimo genio della storia architettonica, non-ebreo: Frank Lloyd Wright», che a Chicago, nello studio di Louis Henry Sullivan e Dankmar Adler (ingegnere ebreo), poté incontrare numerosi ebrei. Tra gli architetti ebrei che hanno operato proficuamente, Zevi cita Richard Neutra, Louis Kahn, Albert Kahn, Frederick Kiesler, Serge Chermayeff, Lawrence Halprin, il paesaggista Bertrand Golberg, Myron Goldsmith (strutturalista della Skidmore, Owings & Merrill), Robert Stern, Moshe Safdie, Richard Rogers, Ionel Schein, Harry Seidler, Daniel Liebermann e, per l'Italia, Ernesto Nathan Rogers, Angelo Di Castro, Eugenio Gentili Tedeschi, Mario Fiorentino. E, sopra tutti, nel panorama internazionale contemporaneo, Richard Meier, Peter Eisenman, Daniel Libeskind, Zvi Hecker e Frank Owen Gehry: «I percorsi sono ben differenziati, tra l'ossessivo perfezionismo di Meier e lo sfrontato "casual" di Gehry sembra non esserci nulla in comune. Ma, sotto la divergenza dei propositi, traspare un'autentica urgenza di spezzare le catene della schiavitù classicista, con i suoi feticci di dogmi, principi, regole, simmetrie, assonanze, accordi armonici, monumentalismi repressivi». Tra i movimenti che più si sono adoperati per autorappresentarsi è quello antroposofico fondato da Rudolf Steiner all'inizio del secolo. Secondo la sua filosofia, per mezzo dell'opera artistica (architettura, pittura, danza, musica, teatro e altro) l'uomo può estraniarsi dalle proprie esperienze, svelare i misteri della natura e accedere al mondo spirituale fino a liberarsi del proprio attuale destino. Nel primo (distrutto in un incendio) e nel secondo Goetheanum realizzati a Dornach, presso Basilea, gli elementi che guidano e manifestano la metamorfosi dell'uomo sono attinti non soltanto dall'architettura, ma da cosmologia, simbologia, allegoria, magia, religioni, esoterismo, numerologia. Tuttavia, Steiner - che crea e controlla di persona l'organicità del risultato complessivo - scivola spesso in un simbolismo a volte paradossale (come l'imitazione di parti del corpo umano), che non ha aiutato la comunicabilità ai profani, ma consapevolmente: "Ora le forme del Goetheanum non possono essere interpretate, ma solo percepite". Infatti, la sua eredità (che oggi vive soprattutto negli edifici scolastici che seguono i suoi metodi pedagogici) è continuamente sperimentata e approfondita poiché un'esposizione sistematica dell'estetica di Steiner non c'è, né potrebbe esistere dato che essa stessa respinge l'ideale della completezza. Tra gli esponenti attuali è l'ungherese Makona Group, un gruppo di architetti fondato da Imre Makovecz, il cui Padiglione ungherese per l'Expo '92 a Siviglia rappresenta una sorta di manifesto della sensibilità antroposofica portato nel cuore della cultura internazionale. È proprio nella continua ricerca di significati e accostamenti che si rivela l'appartenenza alla Massoneria di Steiner, accomunato in questo e nella ricerca filosofica ad architetti e artisti molto noti a lui contemporanei: Victor Horta, Piet Mondrian, Walter Gropius, Hendrik Petrus Berlage, Joseph Maria Olbrich, Frank Lloyd Wright e, probabilmente, Peter Behrens. Per esprimersi, la Massoneria adotta un sistema complesso di simboli che abbraccia sia l'edificio singolo che l'intera città: Washington ne è forse l'esempio più eclatante. Il progetto della capitale federale fu elaborato nel 1791 dall'urbanista francese P.C.L'Enfant e rispecchia l'ideologia massonica in ogni particolare, come la pianta a scacchiera, il sistema di strade radiali, le piazze stellari, le corrispondenze geometriche, gli edifici principali come il Capitol e la Casa Bianca. Un caso isolato e anomalo, ma emblematico di un'architettura monumentale rappresentativa è il Walhalla: il nome del paradiso delle antiche saghe germaniche è stato attribuito a un tempio, situato nei boschi presso Ratisbona, che non celebra il sole o le forze della natura, ma una sola unica forza di origine naturale, l'intelligenza umana. Realizzato nella prima metà dell'Ottocento da Leo von Klenze per volere del re Ludwig Erste di Baviera al fine di raccogliere e onorare i genî dell'umanità (artisti, filosofi, scrittori, comandanti militari, scienziati, statisti eccetera), il Walhalla è una copia quasi perfetta del Partenone. Ne riproduce le dimensioni, le proporzioni generali, il numero di colonne, ma non i dettagli illusionistici.(2) All'interno, è policromo come doveva essere il massimo tempio greco, ma all'esterno è assolutamente bianco: non si sa se è un'opera incompiuta o se, come si presume, sia stato voluto monocromo per esaltare maggiormente il suo essere tempio e la sua completa estraneità allo spazio e al tempo. Se Sisto V deve recuperare nell'immaginario collettivo la certezza della religione cattolica, Vittorio Amedeo II di Savoia pone in primo piano il disegno rappresentativo di Torino, divenuta capitale di uno Stato di due milioni di abitanti destinato ad assumere sempre più importanza europea per la sua posizione nella strategia politico-militare del tempo. Per questo, affida a Filippo Juvara, ai primi del Settecento, la costruzione di alcuni edifici che di fatto rompono il reticolo romano aprendo la città verso il territorio, tra i quali i quartieri militari nei pressi della cittadella, il castello di Rivoli ai piedi delle Alpi, la città di Venaria Reale a nord (al centro di una riserva di caccia, destinata agli incontri diplomatici che in quel particolare momento politico avevano assunto notevole rilevanza); la Palazzina di caccia di Stupinigi a sud (circondata da aziende agricole e da un parco dal quale si dipartono importanti assi territoriali); la basilica di Superga sulla collina. Strutturare la città con magniloquenza, perché i posteri ricordino a lungo il governante, attraversa la Francia già dal Re Sole, Luigi XIV, che costruì, su terreni liberi di sua proprietà situati di fronte al Louvre, le facciate di una nuova place royale (l'odierna place Vendôme), che rimasero solo dei muri per molti anni poiché alle loro spalle non si realizzarono edifici pubblici e nessun privato volle costruire la propria casa. Anche
i recenti interventi del presidente francese Mitterand sono stati interpretati
in modo ambivalente (ma uno non esclude l'altro): da una parte s'è vista
l'ambizione di lasciare un segno di sé, dall'altra la lungimiranza di
dotare Parigi di una serie di attrezzature collettive di grande importanza
e di spettacolare richiamo per rivitalizzare le parti meno pregiate
della città e rimettere in moto diversi settori economici.
Note:
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