Composizione architettonica e urbana

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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione

SCALE ESTERNE (1)


Disegno di Gio Ponti (in G. Ponti, Cento lettere, Rosellina Archinto, Milano, 1994 II ed., p. 26)

 

Per molti progettisti la scala - generalmente intesa come elemento di collegamento fra dislivelli - è un male indispensabile. Si tende, di conseguenza, a nasconderla perché non risalti in facciata, a relegarla in spazi bui e angusti, tanto - si dice - chi sale sceglie l’ascensore. Questa mentalità, che riconosce alla scala un valore esclusivamente funzionale, utilitario e che le nega, invece, un aspetto più prettamente architettonico, non è di nascita recente, ma si è particolarmente sviluppata con l’espandersi dell’edilizia di tipo economico, nella quale ogni centimetro cubo deve portare reddito.

La tipologia delle scale è vasta, la casistica pressoché infinita, ma ci limiteremo a considerare solo alcuni esempi della storia dell’architettura, quelli che hanno in qualche misura un dialogo con l’esterno, cioè con lo spazio urbano o con la natura vegetale.

Senza risalire ai greci, che per primi considerarono la scala non solo elemento di congiunzione fra l’oggetto architettonico e la linea di terra, tale da coinvolgere e mutare il paesaggio circostante, ma anche elemento che poteva, più di altri, sottolineare visivamente il carattere celebrativo di un edificio, basterebbe ricordare i cinquecenteschi palazzi Farnese a Caprarola, del Vignola, e Doria Tursi (ex-comunale) a Genova, di Rocco Lurago, per capirne la portata compositiva. Infatti, entrambe le soluzioni adottate creano un rapporto diretto tra interno ed esterno, operando quasi un’immedesimazione con la natura. 

Nella composizione complessiva si nota, però, una notevole differenza nel disegno delle scale d’accesso: se nel palazzo vignolesco è ancora ricercata la simmetria assiale (che sviluppa un’idea di emergenza o centralità rispetto al contesto, così come nella coeva Villa Capra - la Rotonda - di Palladio), in quello genovese si mira all’integrazione, alla continuità spaziale, al suggerimento di un percorso visivo e funzionale che diverrà motivo dominante nel barocco, attraverso l’uso di un’assialità longitudinale, parallela allo scoscendimento del terreno.

È, quindi, nell’architettura barocca e rococò che la scala diventa un vero e proprio cardine compositivo, attraverso il quale si può leggere la dinamica degli spazi sia all’interno dell’edificio sia nella scena urbana. La migliore rappresentazione di quest’ultimo intento resta il collegamento tra piazza di Spagna e il Pincio, a Roma, che crea l’allineamento fra via dei Condotti e la chiesa di Trinità dei Monti. Opera di Francesco de Sanctis - che probabilmente si riallacciò per impostazione costruttiva, funzionale e scenografica al progetto dello Specchi per il porto di Ripetta - la scalinata riassume in sé l’estetica urbana del Settecento romano, con l’ideazione di uno spazio unico nel suo genere, sapiente risultato di una sorta di gioco fra elementi fisici concreti ed elementi astratti (la chiesa, la fontana del Bernini, l’ambiente reale, il vuoto, i percorsi, la prospettiva, il verde, l’illusione). Una soluzione che aveva avuto come primo antefatto il giardino del Belvedere, in cui Bramante, ai primi del Cinquecento, aveva usato rampe e scalinate per collegare la più sopraelevata residenza papale estiva (il Belvedere) e il Palazzo Vaticano, distanti tra loro circa trecento metri. Da Bramante in poi, le scalinate diventeranno uno degli effetti architettonici prevalenti dei giardini all’italiana.

Meno scenografico - perché non a scala urbanistica e precedente all’età barocca - ma per noi non meno significativo - perché illustra un diverso porsi dell’elemento scala nello spazio - è il cinquecentesco scalone Francesco I nel Castello di Blois. Non ha un affaccio diretto sulla natura, né le si collega, ma insiste su un cortile piuttosto ampio. Inserito in una torre ottagonale in pietra traforata da balconi (che in occasione di spettacoli all’aperto diventavano comode tribune) e parzialmente sporgente da un fronte dell’edificio, lo scalone è dunque, per il nostro discorso, solo un elemento di facciata, della quale, originariamente, ne segnava il centro. Con la demolizione, voluta da Mansart, di una parte di quel fronte è venuto a mancare l’effetto di simmetria, ma la composizione d’insieme dell’intera facciata, grazie anche alla diversa campitura delle finestre nei due corpi di fabbrica laterali, pare non risentire della mutilazione.

Non esiste invece alcun tipo di suggestione quando si percorrono le periferie urbane odierne e si osservano quelle torri - di cemento o vetrocemento, cieche o parzialmente bucate - che racchiudono i collegamenti verticali. L’impressione, generalizzata, è che si tratti di un corpo aggiunto, appiccicato, quasi sempre al fronte meno importante, secondo una logica distributiva, ma raramente anche compositiva.

Sebbene sia doveroso ricordare i dormitori del Mit a Cambridge (Usa, 1947-48) di Alvar Aalto, le cui scale-corridoio sconvolgono i fronti rompendo l’allineamento tipico del Razionalismo, non occorre fare altri riferimenti ai grandi maestri dell’architettura per trovare esempi rivelatori di attenzione e sensibilità verso questo particolare progettuale. Come il trasparente corpo scala dell’Îlot 127 a Pantin, nella regione parigina, di Paul Chemétov, Christian Devillers, Valentin Fabre, Jean Perrottet e altri, nel quale sono utilizzati i parapetti dei balconi, l’incorniciatura delle finestre e pochissimi altri elementi per dare all’insieme un senso di integrazione e compiutezza. Come nel Quartier generale dei Knights of Columbus a New Haven (Usa, 1965-69) di Kevin Roche e John Dinkeloo, dove i quattro cilindri d’angolo, contenenti le scale (in due torri opposte) e altre strutture di servizio, acquistano e ripropongono l’immagine e la forza dei torrioni delle fortezze medievali, diventando gli elementi caratterizzanti l’intera composizione dell’edificio. Come, a scala più ridotta, nelle opere di Franco Albini, in cui il volume della scala è spesso utilizzato per articolare sia l’interno che l’esterno. O le residenze a Mazzorbo (Venezia) di Giancarlo De Carlo e collaboratori, nelle quali le forme cilindriche delle scale, sovrapposte a forme più tradizionali, unitamente agli altri dettagli architettonici, concorrono a sviluppare un linguaggio più articolato, meno consueto. Un’altra interessante opera di De Carlo è il Collegio del Tridente sul Colle dei Cappuccini a Urbino (1973-83), dove le semplici scalette metalliche di collegamento tra le terrazze a gradoni (ognuna è la copertura dell’attigua unità residenziale per gli studenti) e la scala a chiocciola che ne conclude il percorso incidono sui prospetti significativamente, sia per il dinamismo che generano in facciata e il conseguente gioco chiaroscurale, sia per l’accentuazione della contrapposizione tra colori, pesi e materiali diversi.

Nel complesso residenziale “Il Parco” a Bollate di Henry Dreysse e Giovanni Cittadini, il tema è risolto in due modi: nel primo le scale formano un percorso distributivo attraversando orizzontalmente, ora all’interno ora all’esterno, tutto l’emiciclo, nel secondo sono a torre - tipico collegamento verticale - racchiuse da lamiere di alluminio e scandiscono, con lievi variazioni, porzioni dei lunghi fronti.

L’idea della scala come percorso alternativo appare ovvia da un punto di vista strettamente funzionale: per esempio quelle delle casbah arabe e le scale antincendio che hanno caratterizzato le città americane come Chicago. Meno solito è pensare a una strada-invito, costituita interamente o parzialmente da scale. Un caso tipico è nella Nuova Galleria di Stato a Stoccarda di James Stirling, Michael Wilford e associati (1977-84), dove i sinuosi percorsi interni e di attraversamento alternano tratti a rampe più o meno ripide a seconda dell’uso. Alcuni di essi sono sottolineati da corrimano in grosso tubo, che dopo essere stati colorati vivacemente, evidenziano, anziché nascondere, la presenza dei percorsi e degli spazi che vi si aprono. Un segno importante su una muratura in pietra.

 

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Nota:
1. In Costruire n. 82, marzo 1990, pp. 189-90, col titolo «Su e giù per le scale», rielaborazione.

 

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