Composizione architettonica e urbana

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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione

SIMBOLO E ALLEGORIA (1)

 

La città ideale elaborata da Fra’ Giocondo (Giovanni da Verona) nella prima metà del Cinquecento (in G. Simoncini, Gli architetti nella cultura del Rinascimento, Il Mulino, Bologna, 1967, p. 157)

Un simbolo parla per allusione, dice una cosa e ne intende un’altra, ha in sé un nucleo oscuro che respinge un’analisi razionale e, quindi, impedisce una definizione chiara, semplice. È nel campo delle arti ciò che la metafora è nel linguaggio: entrambi rappresentano la contrazione di un’immagine più complessa o di un pensiero più lungo da esprimere, sono più immediati e facili da ricordare, e, allo stesso tempo e nello stesso modo, devono saper evitare l’inintelligibilità del messaggio o il suo esatto contrario, il luogo comune.

I simboli e le allegorie che meglio conosciamo provengono dal mondo animale e da quello vegetale: la saggezza e il potere sono rappresentati dal leone, la pace e la speranza dalla colomba, l’evoluzione e l’ascensione verso il divino dalla spirale, a sua volta derivata dalla chiocciola e dai viticci di felci e viti, la verginità dai fiori d’arancio. Anche il lavoro, l’ambiente, il tempo hanno fornito materia preziosa: il simbolismo è da sempre legato alla vita dell’uomo. Ma questi simboli raramente hanno governato l’architettura, a volte l’hanno suggerita, più spesso decorata e significata. La forma degli edifici è stata influenzata più profondamente dal mistero, dal trascendente, dalla vita eterna, dalla perfezione divina, dal fascino enigmatico del cosmo, uniti alla matematica e alla geometria.

Gli Egizi consideravano la geometria parte della scienza sacra, i Greci ne erano affascinati: Talete di Mileto diceva che «nelle forme geometriche c’è un aspetto magico». Lo stesso credevano gli Assiri e i Babilonesi, che sceglievano un appezzamento di terreno a seconda del numero di angoli che aveva: maggiore era, minore era la sua fertilità. Le stesse convinzioni si riflettevano nella progettazione della città che, secondo le tradizioni del luogo e dei significati attribuiti, assumeva forme diverse. Secondo Vitruvio, la città ideale era a pianta ottagonale, perché l’ottagono è simbolo di rinascita, simile a un paradiso terrestre. Secondo Ippòdamo, invece, la città doveva avere una pianta quadrata, arricchita da un sistema ortogonale a reticolo. Platone sosteneva che le abitazioni dovessero essere disposte lungo cerchi concentrici mentre il perimetro esterno della città avrebbe dovuto essere quadrato, per rispondere ai principi pitagorici secondo i quali il quadrato simboleggia la Terra e il cerchio il cielo. Leon Battista Alberti elencava nove geometrie possibili: il cerchio («La forma favorita dalla natura»), cinque poligoni (quadrato, esagono, ottagono, decagono, dodecagono) e tre rettangoli (un doppio quadrato, un quadrato e mezzo, un quadrato e un terzo).

Tuttavia, non era solo il sincronismo delle forme, delle simmetrie, delle vibrazioni esoteriche dei numeri, delle forze geomantiche a essere preso in considerazione nel progetto di una città. Diventavano importanti anche l’aspetto astrologico e gli influssi del luogo prescelto per la costruzione: si sa che i Greci mandavano a pascolare un gregge nella zona individuata, ma se dopo qualche mese le pecore davano segno di inquietudine o scarso adattamento, l’area veniva abbandonata perché ritenuta dimora di uno spirito maligno. Anche secoli dopo si trova in architettura la stessa esigenza di associare forme geometriche e simboli, derivanti dall’esoterismo o dall’astrologia, dall’alchimia o dalla religione. I costruttori delle cattedrali romaniche e gotiche, per esempio, non lasciavano nulla al caso: ogni forma, posizione o accostamento di piante, superfici, altezze e decorazioni avevano un preciso significato e i sistemi di costruzione adottati - ad quadratum e ad triangulum - rispondevano a esigenze tecniche ed estetiche e trasmettevano un che di magico e divino. I più recenti studi hanno dimostrato infatti che le cattedrali costituivano sì le bibbie dei poveri, ma erano anche vere e proprie summae enciclopediche e teologiche che rivelavano tutte le conoscenze umane e riproducevano la divina armonia dell’universo. Si è pure constatato che i monasteri benedettini boemi sono disposti tra loro secondo relazioni geometriche ben determinate e che le distanze non sono casuali, ma risalgono, tramite multipli e sottomultipli, all’antica misura raste, pari a circa 44 chilometri. Le cattedrali offrono comunque le interconnessioni più curiose: le figure dei ventiquattro bassorilievi scolpite sul portale del Giudizio Universale di Nôtre Dame, a Parigi, non hanno riferimenti biblici, ma alchimistici; le cattedrali di Chartres, Gloucester e Canterbury, costruite in luoghi megalitici (che assommavano funzioni religiose, magiche e astronomiche, come Stonehenge), incorporano nel progetto geometrie esoteriche. E tutto questo senza approfondire i messaggi simbolici delle decorazioni, delle trasmutazioni o delle deformazioni, quali quelle, notissime, delle rappresentazioni medioevali del sacrificio sul Golgota in cui il Cristo ha misure maggiori dei ladroni, testimoniando che le dimensioni apparenti di un oggetto sono influenzate anche dal loro valore. Il Medioevo offre con facilità esempi di simboli perché gli uomini erano ancora prevalentemente analfabeti e qualunque tipo di comunicazione avveniva attraverso grafismi, in maggioranza non troppo ermetici, che caratterizzavano l’ambiente urbano: «Simboli dichiaravano l’appartenenza a un casato, a un signore feudale, a una città o a un quartiere, a una corporazione o a una scuola. Simboli inoltre indicavano a chiunque, con l’evidenza di manufatti anche tridimensionali e policromi, le diverse attività manifatturiere o commerciali. Non esisteva scritta per designare l’albergo del Leone d’Oro, ma uno stilizzato leone, costruito in legno o ferro e sostenuto a bandiera in posizione ortogonale al muro nel quale si apriva la porta d’ingresso, comunicava eloquentemente a tutti la sua presenza» (V.Vercelloni).

Ogni religione, credenza o filosofia ha espresso geometricamente principi e ideali. Il cerchio era il simbolo del sole, ma anche del cielo, della spiritualità e dell’immortalità dell’anima e, se era diviso a metà, significava la lotta tra il bene e il male. In molte raffigurazioni della torre di Babele la pianta è circolare e lo sviluppo in altezza a spirale, sottolineando la presunzione dell’uomo nel volersi innalzare alla Sapienza divina. Il rosone e la ruota ne sono la rappresentazione più popolare; in architettura lo si trova anche in tridimensione - la sfera - in molti progetti del periodo illuminista (il Cenotafio di Newton e il Tempio della Natura o della Ragione di Étienne-Louis Boullée, il Tempio della Terra dedicato alla Saggezza suprema di Jean-Jacques Lequeu, la Casa dei Guardiani a Mauperthuis di Claude-Nicolas Ledoux) e degli architetti appartenenti alla Massoneria.

Il quadrato rappresentava la Terra, la stabilità, la sicurezza, ma era anche il simbolo della salvezza e della salute, mentre il rombo indicava l’uomo. Il quadrato, il doppio quadrato (forma magico-religiosa molto usata dagli Ebrei), il rettangolo in sezione aurea erano spesso impiegati dagli Egizi come moduli nell’architettura del tempio, della mastaba e, soprattutto, della piramide, considerata l’axis mundi, con l’apice simboleggiante il più alto grado di spiritualità e i gradini la struttura del cosmo.

Il triangolo equilatero simboleggiava l’equilibrio, l’armoniosità vitale e, nella liturgia cristiana, Dio: in un triangolo equilatero era inscrivibile il prospetto del tempio di Salomone, la cui pianta si basava invece sul triplo quadrato. Frank Lloyd Wright spiega nel Testamento che il Primo Tempio Unitario realizzato a Madison (Usa) nel 1949 «è basato sul triangolo (simbolo dell’aspirazione), in forma di persona orante, e simboleggia l’unità suprema». Wright ha fatto spesso uso di combinazioni di sistemi geometrici: quadrato e cerchio nel Johnson Building a Racine (1939), rettangolo e triangolo rettangolo a 60 e 30 gradi nella Willey House di Minneapolis (1934); quadrato ed esagono nella St-Mark Tower a New York (1929); rettangolo e triangolo equilatero nel St-Marcos in the desert a Chandler (1927), senza contare la forma a spirale (simbolo dell’eterno divenire o dell’itinerario della conoscenza umana verso la Sapienza divina) del Guggenheim Museum.

La forma a uovo era il simbolo del principio vitale, germe della creazione, tanto che talvolta l’ovale contiene i quattro elementi: acqua, fuoco, aria e terra. Nelle chiese copte e nelle moschee indicava invece la promessa di resurrezione.

Con l’esagono si evocava la milizia celeste che, come scudo di protezione, allontanava gli spiriti maligni.

Al pentalfa (stella a cinque punte con pentagono centrale) si attribuiva il potere magico di annientare le forze malvagie e mantenere l’uomo in buona salute. Pitagora lo considerava simbolo dell’armonia e della fratellanza e vedeva nel pentagono centrale il fulcro dell’armonia universale. La stella in generale è una forma ricorrente nell’architettura di Mario Ridolfi perché «si presta a tutte le applicazioni, c’è in natura, consente una maggiore compenetrazione tra i volumi, gli elementi non si respingono, ma si possono incastrare, aggiungere. Poi perché le stelle stanno in cielo».

La croce rappresentava in tempi remoti l’uomo, in altre civiltà era il simbolo che sconfiggeva la morte e diventava un potente talismano se inserita nel cerchio o nel quadrato. Nelle decorazioni murarie di alcune chiese cristiane la croce era formata da sette o nove formelle quadrate di nove o dodici centimetri o, se di religione ortodossa, da cinque o tredici (lo zodiaco più il sole al centro) quadrati. Altre volte la croce rappresentava la quintessenza e - uno per braccio - i quattro elementi; oppure la rosa dei venti, che veniva commisurata all’uomo. Il vento del nord esprimeva l’intelligenza, a est l’amore e il cuore, a ovest la morte o l’ignoto, a sud la passione.

Anche i numeri rivestivano un ruolo molto importante nel mondo simbolico, perché considerati espressione dell’ordine divino. Davano un valore preciso alle lettere, tanto che le parole potevano essere espresse in numeri. Inoltre, l’associazione di numeri e forme geometriche definivano i sistemi del mondo e potevano aumentare i poteri magici: per esempio, l’otto è il numero dell’equilibrio, rappresenta più compiutamente la rosa dei venti e definisce l’ottagono, figura che sta tra il quadrato e il cerchio, tra la terra e il cielo, evocante la resurrezione di Cristo. All’otto è legata l’immagine della Madonna (dalle otto virtù: tre teologali, quattro cardinali e l’umiltà), alla quale sono dedicate molte chiese a pianta ottagonale orientate con l’abside verso est, nell’esatta posizione del sole nascente all’8 settembre, giorno della natività di Maria e dell’ingresso del Sole nella costellazione della Vergine. la Madonna è quindi fonte di vita, come il fonte battesimale lo è di grazia: molti battisteri, nei quali l’uomo rinasce in Dio, hanno forma ottagonale, così come i mausolei in relazione al concetto di morte e resurrezione che accompagnava i defunti. La storia di Santa Maria del Fiore a Firenze è costellata di otto: ottagonali sono la struttura della cupola e l’impianto delle tre absidi incastrate in un vano centrale anch’esso ottagonale, fu consacrata l’8 settembre 1296, otto furono gli esperti incaricati nel 1367 (la cui somma è 17: 1+7=8) di dare indicazioni per la copertura. Ancora oggi il mondo pagano e quello orientale attribuiscono all’otto un significato estremamente positivo: è tuttora vivo nel ricordo l’8/8/1988, quando migliaia di persone corsero a sposarsi o a concludere gli affari in sospeso, dando ragione a Pitagora che sosteneva che tutto si regge sui numeri.

Ai numeri si ricorreva anche nella progettazione dei labirinti, che spesso indicavano l’esistenza dell’uomo, al centro del quale era il mistero: la morte o la vita eterna. Per esempio, il numero sette era per lo più collegato ai labirinti su base quadrata, presenti in molte chiese nella pavimentazione o nella decorazione verticale, mentre il cinque riguardava i labirinti poligonali e il tre quelli circolari e ovali.

Tale e tanta attenzione verso le forme geometriche non può non interagire con l’astronomia e l’astrologia. Molte città vantavano una propria originale dipendenza delle costellazioni: Lucca si trovava sotto il segno del Cancro, Firenze sotto l’Ariete, Pisa sotto la Bilancia (ma la piazza dei Miracoli ha come riferimento simbolico la costellazione dell’Ariete). Era ed è un modo per cercare una o più protezioni adeguate al proprio elemento e al proprio segno. Così alle geometrie corrispondenti ai segni di fuoco, terra, aria e acqua (rispettivamente il triangolo, quadrato, cerchio e pentagono) se ne sono aggiunte altre, una per segno zodiacale che, inserite una nell’altra, hanno un grande potere talismanico per guidare e proteggere l’uomo dalle forze malefiche. Non si sa però se questi scudi siano in grado di influenzare le scelte progettuali. Oggi, comunque, non saremmo capaci di decifrarne il significato simbolico. Né, forse, ci interesserebbe, presi come siamo dai fatti materiali: l’architettura, in quanto microcosmo mutevole e dimensionalmente importante, contiene ancora una carica simbolica, ma è sempre più legata alle nuove espressioni della potenza economica, del sapere scientifico o del significato delle istituzioni.

 

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Nota:
1. In Costruire n. 104, gennaio 1992, pp. 130-1, col titolo «Costruire in allegoria», rielaborazione. Simbolo e allegoria vengono spesso confusi perché termini difficili e decifrabili solo dopo approfonditi studi, in quanto essenzialmente intuitivi e soggettivi. Per questo, si riportano le definizioni date da Georges Nataf: «l’allegoria contiene invariabilmente un elemento di percezione immediata, che fa appello a un concetto preciso, noto. L’allegoria parte d un’idea per giungere a un’immagine. Il passo veramente simbolico è invece l’esatto inverso, perché qui si parte dall’immagine per giungere all’idea. Il simbolo implica la creatività, è la negazione stessa di ogni comprensione passiva». Nel testo non si è operata, come d’uso, alcuna distinzione specifica.

 

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