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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione TEMPO
Ci vuole tempo per costruire un edificio, per conoscerlo, capirlo, usarlo e ci vuole tempo perché si sedimenti in un luogo. Definire il tempo è molto difficile, in quanto non si vede. Secondo la teoria della relatività, un orologio rallenta il suo ritmo con la velocità e a quella della luce esso si ferma. Ne deriva che, come per lo spazio, il tempo non è assoluto ma relativo. Ognuno di noi vive il tempo dal suo punto di vista e l’architetto deve confrontarsi con il tempo della storia, col tempo di durata dell’oggetto, con lo spirito del proprio tempo, col tempo di percezione che aiuta a penetrare nell’essenza della realizzazione. Per questo, non esiste una definizione univoca di tempo, ma essa varia e si moltiplica a seconda dell’ottica con cui si considera il processo progettuale, l’oggetto architettonico, il suo valore simbolico, la stratificazione fisica e spaziale del contesto urbano nel quale l’opera si inserisce, la nostra memoria, la capacità di saperne leggere le relazioni tra passato, presente e futuro, la distanza... La città, infatti, non è un’addizione semplice di elementi slegati, ma è un sistema molto complesso di relazioni e di accadimenti, anche se non sempre coerenti e prevedibili. Affermava Lewis Mumford: «Le città sono un prodotto del tempo. Esse sono gli stampi in cui si sono raffreddate e solidificate le vite degli uomini [...] Nella città il tempo diventa visibile: edifici, monumenti, strade pubbliche sono più evidenti che le memorie scritte, più soggetti agli sguardi di molti uomini che le opere umane sparse nelle campagne, lasciano un’impressione duratura anche nelle menti degli ignoranti e degli indifferenti. Il fatto materiale della conservazione fa che il tempo sfidi il tempo, il tempo si opponga al tempo: abitudini e valutazioni si tramandino oltre i vivi del momento, imprimendo il segno delle successive stratificazioni temporali ad ogni generazione». La lunga durata delle cose murarie e quella breve delle generazioni umane non si contrappongono, ma si compenetrano dando luogo a un tempo che è stato chiamato di assuefazione. Nel passato, per costruire un edificio occorrevano molti anni, diverse generazioni vi collaboravano, tanto che una volta finito poteva essere orgogliosamente mostrato, sentito in sintonia con i propri ascendenti e i contemporanei, socialmente atteso. Più la sua funzione era collettiva, più l’edificio doveva durare nel tempo; le eventuali trasformazioni dovevano essere graduali o, comunque, coerenti alla sua durata sociale. Oggi, in questo senso, il tempo ha perso molto del suo valore usuale e quel senso civico che sosteneva le grandi opere è venuto meno. Nella città il tempo è sempre più differenziato: è breve e ciclico nelle trasformazioni produttive, è lungo nelle trasformazioni urbano-edilizie (ma assai breve se confrontato con il tempo di permanenza del costruito), è secolare nei centri storici, è immaginario quello delle politiche e delle discussioni che presiedono al progetto, è annullato dalla telematica o effimero quello dell’incontro. È lento il tempo di percorrenza dell’uomo che cammina, sempre più veloce quello riferito ai mezzi di comunicazione su terra e in aria. Nella città antica è maggiormente visibile che la qualità distintiva di una forma architettonica non sta soltanto nei chiaroscuri e nei rapporti delle sue parti, ma anche nell’aspetto che essa ha come specchio di una complessa situazione che ne ha reso possibile la realizzazione, situazione che comprende il luogo, il progettista, il committente, la capacità d’uso dell’opera. Nella città contemporanea, l’edificio si è troppo spesso collocato con indifferenza nell’ambiente urbano, sfalsandone i ritmi o cancellandone i caratteri, negando quella dialettica tra innovazione e conservazione che è sempre esistita e che, appunto, dava assuefazione. Per recuperare valore si è tentato un ritorno alle forme della storia - fonte inesauribile d’ispirazione - ma ci si è fermati alla superficie, appropriandosi di alcuni stilemi e scivolando via sui rapporti più profondi che intercorrono tra l’edificio e la città, tra la città e il suo territorio, cioè luogo e storia.(1) Del resto, il rapporto tra il progettista e il tempo è spesso stato antitetico. Da una parte c’è la volontà di consegnare alla storia una “propria” testimonianza, immutabile almeno nell’aspetto formale, dall’altra parte ci sono le naturali alterazioni e le modificazioni d’uso, spinte da una società che elabora incessantemente nuovi programmi e nuove soluzioni. E il variare dei modi di utilizzazione dello spazio, l’adozione di altri impianti e attrezzature, l’inserimento di funzioni non previste, il mutare delle esigenze spaziali delle diverse attività, sino al limite della destinazione della struttura edilizia ad altre funzioni diverse da quelle originarie, sconvolgono i tradizionali metodi progettuali. La fortuna che qualche decennio fa hanno avuto i contenitori multifunzionali è subito venuta meno quando ci si è accorti che proprio la mancanza di una riconoscibile struttura formale e tipologica li rendeva insufficienti e inefficienti in breve tempo: ciò che era nato per durare di più, in realtà durava pochissimo. «In effetti, più si esalta l’attualità di ciascun edificio, maggiore sarà la successiva fatica di farlo convivere assieme agli altri; più il progettista aderisce ad un sistema di contingenze (funzionali-distributive, statico-strutturali, come esiti formali à la page) tanto più interverrà l’usura del tempo in tutti e tre i termini della “ratio” vitruviana: in una progressiva o brusca mutazione di funzioni, in un riadattamento dell’assetto statico al nuovo uso, in una conseguente trasformazione dell’assetto morfologico» (G.Caniggia). Ciò vale anche per la storia e le tradizioni del luogo su cui si opera: molte costruzioni hanno subìto manomissioni proprio per l’irriverenza che mostravano verso gli utenti e la loro cultura.< Oltre alla durata, ci sono molte parole che legano il tempo all’oggetto architettonico nel quotidiano discorrere: continuità, flessibilità, permanenza, modificazione, periodicità, effimero, successione, riuso, ristrutturazione, recupero, evoluzione, trasformazione, uniformità, memoria, percorso... a sottolineare che il tempo non è cosa statica, ma è matrice di sequenze e di eventi, è generatore di processi. Un edificio o una città, però, vanno letti anche con i nostri sensi, perché solo così si possono capire, discernere i particolari, assimilare le informazioni: l’architettura viene compresa spostandosi, percorrendone gli interni, aggirandone l’esterno, captandone geometrie, sequenze e rapporti tra pieni e vuoti, toccandone i materiali, salendo o scendendo, godendo della fisicità della luce nelle zone illuminate dal sole ed immaginarne la visione con la luce artificiale, appropriandosi del maggior numero di dettagli, fruendone.(2) Si sa che camminando si è in grado di registrare una gamma infinitamente maggiore di particolari che non percorrendo le stesse strade in automobile: l’essenzialità, i fuori scala e il senso d’isolamento di certa architettura razionalista è stata giustificata proprio dalla velocità di movimento di chi la osserva in automobile, per il quale tutto deve essere più grande e appariscente per essere percepito, e dalla conseguente assenza dei tempi di sosta e di permanenza. Tutto il contrario di città come Venezia, la cui circolazione pedonale permette di gustarne l’architettura e dove la torre dei Mori si affianca alle torri campanarie per scandire i tempi della vita della comunità urbana. Scriveva Alvar Aalto nel 1947: «Vorrei aggiungere che l’architettura e i suoi particolari sono connessi in un certo senso alla biologia. Forse essi sono simili a un salmone o ad una trota adulti. Questi non sono nati già adulti, né sono nati nel mare o nel corso d’acqua dove vivono abitualmente. Essi sono nati a molte centinaia di miglia di distanza dal loro proprio ambiente di vita. Dove i fiumi sono soltanto dei torrenti, piccoli specchi d’acqua scintillanti in mezzo alle montagne [...] tanto lontano dal loro ambiente naturale quanto lo sono la vita spirituale e gli istinti dell’uomo rispetto all’ambiente quotidiano di lavoro. E come lo sviluppo delle uova di pesce fino al momento di diventare un organismo maturo richiede del tempo, altrettanto tempo richiede tutto ciò che si sviluppa e si consolida nel nostro mondo di pensieri. L’architettura ha bisogno di questo tempo a un livello persino maggiore di qualsiasi altra attività creativa». Un tempo entro e oltre la natura.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Note:
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