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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione TETTO (1)
Tetto, copertura, parte terminale, punto di chiusura, coronamento sono, con poche e leggere sfumature,(2) le definizioni che si danno a quella cosa, più o meno complessa, che ha lo scopo di proteggere e concludere un edificio. O, meglio, la composizione architettonica di un volume. La puntualizzazione è necessaria perché è proprio su questo aspetto che intendiamo riflettere, cioè sulle possibilità espressive, piuttosto che su quelle pratiche, di un elemento troppo spesso sottovalutato, soprattutto nell’edilizia residenziale dove, più che in altri campi, si sente meno l’esigenza di marcarne l’aspetto esteriore. Si danno ovviamente per scontate le annose (e noiose) questioni che hanno opposto il tetto piano al tetto inclinato e delle quali è stata più volte notata l’inutilità, che ha portato, tra l’altro, all’irrigidimento di certe posizioni culturali. Il nocciolo centrale del problema, cioè della risoluzione formale e funzionale della copertura, è in realtà racchiuso nella capacità di rispettare fino in fondo quel certo codice linguistico scelto dal protagonista: un codice, o un senso dell’ordine, che rappresenta la sintesi armonica e calibrata di un uso assolutamente libero di tutti gli elementi che l’architettura, presente e passata, mette a disposizione dei progettisti, e non una regola fissa da seguire passivamente. Per fugare subito gli ultimi dubbi di qualche allievo architetto, sarà bene ripetere che è stato ampiamente dimostrato che né il clima né la topografia di un luogo impongono determinati tipi di tetto, come attestano i freddi e montagnosi villaggi himalayani dove prevalgono le coperture piane, ma è semmai la necessità di utilizzo che conferisce loro particolari profili. Di esempi se ne possono citare molti: nei paesi caldi il tetto piano si rivela utilissimo per la sua funzione di cisterna di acqua piovana, spesso l’unica disponibile, o per quella di essiccatoio per vegetali, o più semplicemente per quella di luogo di riposo e riunione serale delle famiglie e per la possibilità di diventare, come nelle casbah, percorso alternativo. In alcuni villaggi, per la maggior parte di origine spagnola, i tetti di pietra e di terra battuta sono un luogo di lavoro contadino e, al tempo stesso, offrono un buon isolamento contro freddo e caldo. Né si può dimenticare, nelle coperture a falde, l’uso dei sottotetti come granai, fienili o legnaie, tanto comune nella nostra penisola, o l’uso di forti inclinate ricoperte di lastre di piombo o altro metallo per riparare le abitazioni dal violento e freddo vento che investe alcune località francesi. Un’altra particolare utilizzazione del tetto, in quella che impropriamente si definisce architettura spontanea, è presente nella regione del Sind inferiore nel Pakistan dove, per incanalare il vento che spira sempre nella stessa direzione, vengono installate sui tetti prese d’aria fisse, una per ogni stanza, con lo scopo di mitigare con la brezza il soffocante calore dei mesi estivi. Ancora oggi, nell’Europa centrosettentrionale, si costruiscono edifici con coperture vegetali, perché, al di là del valore estetico, l’uso dei prati riduce, grazie al suo basso valore cromatico e al ciclo vegetativo dell’erba, lo stress termico a cui sono sottoposti gli edifici. Oltre alla funzione, il tetto ha in sé anche un potenziale comunicativo che è stato sfruttato in diverse epoche e latitudini. Negli Stati Uniti e, soprattutto, in Europa, attraverso apposite verniciature o studiati accostamenti di pietre e legni differenti, si decoravano a disegni geometrici le falde dei tetti, connotando così vasti territori. In Cina (dove il tetto era considerato talmente importante che lo si costruiva prima ancora di dare forma all’edificio che copriva), le elaborate strutture dei tetti della Città Proibita di Pechino erano ricoperte da tegole rigorosamente gialle perché era il colore esclusivo dell’imperatore; una fila di animali apotropaici (cioè allontananti gli spiriti malefici) concludeva superiormente il cornicione. E proprio i cornicioni (paragonati alle sopracciglia dell’uomo nel rapporto faccia-facciata) hanno suggerito svariate forme e interpretazioni: per esempio, lo sporto dei palazzi rinascimentali non fu voluto fortemente aggettante soltanto perché «l’acqua non bagni la facciata e chi sta sulla strada a sedere» (G.Vasari), ma in quanto dimostrava la ricchezza del committente (poiché era molto costoso realizzarlo), la potenza tecnico-scientifica dell’uomo sulla natura e dava degna conclusione e corretto proporzionamento agli edifici secondo i contemporanei canoni estetici. Ogni epoca storica ha infatti avuto il “suo” cornicione, tanto che G.Umbdenstock, nel 1930, arrivò ad associarne i diversi disegni ai profili umani caratterizzanti quei determinati periodi e, cinquant’anni dopo, Riccardo Mariani rilevò la capacità che materialità ed estensione del tetto hanno di rappresentare il grado di civiltà, cultura e tecnica raggiunto, così che nell’antichità «quanto più una città è coperta, tanto più è importante e nobile». Anche nella storia “ufficiale” dell’architettura non mancano esempi significativi riguardanti sia la capacità di trasformare il tetto, indipendentemente dall’uso, in una parte parlante dell’edificio, fondamentale alla composizione d’insieme del volume, sia la capacità di dare forma alla funzione. Del primo caso basterebbe citare il tetto espressionista della villa Savoye di Le Corbusier perché a distanza di oltre sessant’anni rimane uno dei pochissimi esempi non imitabili, addirittura insignificante se preso per se stesso, alienandolo dalla composizione generale dell’edificio , il solo, forse, al di sopra delle mode e dei movimenti. Per contrasto a quanto detto vengono in mente alcune coperture apparse in questi ultimi anni che, incuranti di quanto sta sotto, si rifanno formalmente ai modelli greci (timpani), rinascimentali (cornicioni), illuministi (volte). Sono paragonabili per incoerenza linguistica a quelle di certi edifici di stampo razionalista, che presentano tetti a spioventi, mascherati da alti e sproporzionati parapetti in modo da salvare l’apparenza del profilo piatto, voluto dai canoni modernisti, e l’immagine tradizionale del tetto considerata più sicura tecnologicamente (impermeabilizzazione, climatizzazione).(3) Ma, contestualmente, c’è stata la riscoperta della possibilità di dare un nuovo profilo al tetto, spesso attraverso la reintroduzione delle altane, forate e chiuse, che si alzano a guisa di torretta e che furono particolarmente diffuse dal Medioevo a tutto il periodo barocco. Un discorso particolare merita il pergolato: con la sua struttura traforata a maglie regolari segna il passaggio tra l’edificio e l’atmosfera, concludendo il disegno della facciata. Motivo ricorrente nell’architettura lignea, il pergolato ha origini antiche, ma è stato utilizzato spesso in epoca moderna da Ridolfi, Libera, Terragni e molti altri. Alla capacità di dare forma alla funzione si può far risalire il castello francese di Ussé (secolo XV) o ancor più quello di Chambord (secolo XVI), dalla cui terrazza superiore, luogo di riunione della corte in occasione di spettacoli o cacce nel parco circostante, svettano 365 camini, 800 capitelli, finestre e cuspidi intagliate e la lanterna che conclude la celebre scala a doppia rivoluzione (due rampe elicoidali sovrapposte che si accavallano alternatamente senza però mai congiungersi). Nel nostro secolo, sono principalmente gli edifici produttivi, sportivi o per esposizione a elaborare nuovi profili. In primo luogo si può ricordare il tetto puramente funzionale con cui Giacomo Matté Trucco chiuse il Lingotto a Torino (1916-23), destinandolo a pista di prova per automobili. In seguito, l’introduzione e la diffusione delle nuove coperture in materiali leggeri, opachi o trasparenti (come le lastre metalliche, il fibrocemento, il policarbonato o le fibre tessili) hanno permesso nuove e spesso appariscenti soluzioni. Nell’edilizia residenziale è ancora con Le Corbusier che la copertura sembra avere il suo massimo momento di attenzione formale e di utilizzo. Vent’anni dopo l’esposizione dei cinque punti di una architettura nuova (1926), costruirà a Marsiglia la prima Unité d’habitation, dove l’idea originaria del tetto-giardino si arricchisce di molti altri elementi di servizio, alcuni dei quali, come il camino, sono trasformati in vere e proprie sculture. Arrivando a negare la conclusione della casa con la riproposizione di una ideale quota zero. Queste architetture sono senza dubbio eccezionali, ma anche negli interventi, per così dire, minori non mancano esempi di felice connubio fra capacità inventiva, ricerca espressiva, equilibrio compositivo. Prova ne sono, per esempio, le case a Recco di Luigi Vietti e l’emiciclo a Settimo Milanese di Virgilio Vercelloni: il piano della copertura da anonimo e impraticabile contenitore di servizi diventa suolo artificiale per tipologie residenziali diverse; una tecnica impiegata spesso nel controllo compositivo dei grandi edifici residenziali e che forse prende come riferimento alcuni palazzi rinascimentali. Rappresentano dunque un’ulteriore elaborazione delle teorie e degli esempi precedenti e forniscono soluzioni sperimentali anche nei confronti del paesaggio urbano in cui si collocano. A questo proposito, è interessante menzionare i risultati di una ricerca sulla percezione visiva legata al rapporto tra tetto ed edificio sottostante: i profili piani e lineari tendono ad aumentare le dimensioni apparenti e, quindi, ad accentuare il carattere urbano, mentre i tetti piuttosto inclinati, se visibili, producono l’effetto opposto, tendendo a dilatare lo spazio attorno, riducendo le misure apparenti, producendo una sensazione di quiete. In definitiva, è importante che il tetto risulti il cappello più appropriato al vestito e a chi lo indossa, al contenente e al contenuto, all’ambiente, indipendentemente dalla moda del momento. È necessario cioè che ritorni a essere un elemento di espressione al pari del basamento, della finestra, della facciata. Di espressione architettonica ovviamente, per non correre il rischio di fare un discorso di casta, come avveniva nel Terzo Reich quando l’inclinazione del tetto di una casa rivelava alle autorità precise indicazioni politiche e razziali sui suoi abitanti.
Acqua - Angolo - Artifici - Bioclima - Bionica e naturalismo - Colore - Committenza - Disegno come comunicazione - Filtri e raccordi - Finestra - Finestre e porte in legno - Illusionismo - Ingresso - Loggia e porticato - Luce - Luogo - Materiali - Modulo - Ornamento e decorazione - Pavimentazione - Piazza - Rappresentatività - Scale esterne - Sensi - Simbolo e allegoria - Strada - Tempo - Tetto - Verde
Note:
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