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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Particolari di progettazione VERDE
Un altro tema che lega architettura e natura (1) è quello relativo all’uso del verde nella progettazione urbana. Qualunque progettista, del piano urbanistico come del piccolo lotto, prevede una sistemazione a verde. Al limite dei confini comunali, le grandi aree libere hanno destinazione a verde (agricolo, attrezzato o altro); nell’agglomerato, gli spazi interstiziali o di risulta («spazi-rifiuto, spazi-scoria, spazi-scarto» li ha definiti Ippolito Pizzetti) vengono ricoperti d’erba o vi si piantano pochi alberi. In tutti i casi, sono senza un progetto complessivo o un disegno che ne chiarisca le relazioni col resto della città, senza eccessiva cura, senza prevedere i problemi legati alla manutenzione. Evidentemente, non tutti sono convinti che anche la progettazione del verde fa parte della costruzione di una città, della qualificazione del patrimonio esistente, del soddisfacimento della domanda sociale, tanto che finora non si è imparato a scuola. I corsi di Arte dei giardini hanno sempre avuto come interesse preminente lo studio storico-analitico dei giardini (da quelli all’italiana rinascimentali a quelli alla francese di Le Nôtre e al giardino paesaggistico inglese, dai paradisi islamici ai giardini zen, talvolta fino alle estrose realizzazioni di Burle Marx), tendendo a operare nel recupero e nella conservazione dei giardini storici, scherzosamente soprannominati Jurassic Garden. Alcuni corsi affrontano anche degli interventi progettuali ex-novo, ma questi, mirando alla riqualificazione dell’ambiente paesaggistico e, in particolare, agrario, sono a scala urbanistica, tutt’al più con un inserimento a cuneo nella città là dove esiste un non-costruito esteso o di forte impatto (un fiume, una frangia incolta, un parco urbano). Altri, coordinati con i laboratori di progettazione architettonica che operano nella e per la città, difficilmente si staccano dal promuoverne, appena si può e a ogni costo, la fruizione pedonale e ciclabile e dall’approfondimento della scala esecutiva (impianti e arredi). Se, a Versailles, Luigi XIV era riuscito a creare un tutt’uno di spazi liberi ed edifici perché era partito dalla natura vergine, è molto più difficile inserire il verde in un’area fortemente antropizzata: non si tratta soltanto di aumentare a ogni costo il numero degli alberi in città, né di conoscerne essenze e cicli di vita, con le loro caratteristiche e necessità (per evitare aggrovigliamenti di rami o spelacchiamenti che tutto creeranno fuorché un’oasi di pace), né di manifestare la propria estrosità con composizioni variopinte e dal disegno arabescato. Occorre saperne di più, a cominciare da che cosa si intende per verde. Infatti, con esso si indicano genericamente gli spazi aperti naturali, di complemento e completamento, di rispetto... senza alcun’altra distinzione. Se, invece, se ne considerasse contemporaneamente, come si dovrebbe in una progettazione integrata, anche la destinazione d’uso e la sua organizzazione, si otterrebbe un quadro più articolato, tale da comprendere, come elenca la letteratura in merito, gli spazi aperti per le attività produttive agricole e non propriamente urbane, la conservazione delle risorse, l’igiene urbana, la salvaguardia ambientale, le infrastrutture e i corsi d’acqua, i servizi sociali, la ricreazione e il tempo libero, la mobilità pedonale e assimilati, i campi gioco e le attrezzature sportive di base, i musei all’aperto. Pur riconoscendo che anche questa non è una classificazione esauriente, poiché ogni punto ne sottende altri non necessariamente con le stesse esigenze, risulta evidente che ciascuna classe vuole uno studio specifico per la salvaguardia della memoria storica del luogo su cui insiste, per la progettazione degli edifici che vi si attestano, per la razionalizzazione dei percorsi che lo lambiscono o lo attraversano, per il funzionamento degli impianti interni. Senza contare che alla vegetazione chiediamo di fornire ossigeno, di depurare l’aria anche dal pulviscolo, di climatizzare le aree che occupano, di essere ottimi fonoassorbenti per attenuare l’inquinamento acustico, di depurare le acque sporche, di evitare, con le loro radici, l’erosione del terreno e di controllarne l’umidità. Se gli antichi Romani fiancheggiavano le loro strade con gli olmi - le cui radici trattengono la pietra e il terriccio - dimostrando senso pratico, diverse civiltà videro negli alberi altre proprietà, altre funzioni, altri significati. I Celti mettevano in relazione la data di nascita dell’uomo con un particolare tipo di pianta, una specie di oroscopo. Presso altri popoli «la quercia è sacra a Zeus perché, sviluppandosi spesso lungo le linee di corrente tellurica, attira il fulmine; il lauro, albero caro ad Apollo, protegge le case perché non cresce se è sopra ad un corso d’acqua sotterraneo; il pino ricorda Atis, che Cibele, gelosa, evirò e rese immortale... ed infatti questo sempreverde sterilizza il terreno perché causa un’eccessiva acidità. Il cipresso viene associato alla longevità nella tradizione cinese, ed in Grecia, essendo sacro a Saturno, presiede alla durata delle cose; da noi, lo si incontra spesso nei cimiteri, lo spirito dei quali ne è impregnato. Contrassegna luoghi aspri e aridi» (J.Ch.Fabre). Tuttavia, nella nostra cultura, bisogna saperne vedere, anche e soprattutto, l’effetto complessivo. Agli inizi del Novecento, dei teorici tedeschi elaborarono alcuni modelli tesi a dimostrare che il “verde nella città” non doveva essere un fatto eccezionale e privilegiante, ma una pratica urbanistica diffusa a tutto il territorio urbano. La natura vergine si piegava man mano che raggiungeva il centro abitato e si incuneava tra le vie per fermarsi nei cortili delle case: un tentativo che rispondeva a ragioni igieniche e a eliminare la netta polarizzazione tra interno ed esterno della città. Ma già qualche decennio prima certi piani urbanistici di fine Ottocento (come il piano Beruto a Milano) non si discostano molto da queste proposte: non hanno privilegiato il grande parco all’interno della città, ma si sono soffermati su una serie di soluzioni atte a formare una sorta di paesaggio urbano: un sistema di piccoli parchi di quartiere non isolati sul territorio ma connessi tra loro attraverso i viali alberati, che si trovavano così ad assumere una funzione più dinamica di quella di essere semplici elementi di arredo. Il sistema a verde diventava la spina dorsale del disegno della città e delineava la gerarchia di rapporti tra spazi collettivi e spazi privati e le relazioni tra percorsi e fondali, tra punti di arrivo e di partenza. È una visione dinamica facilmente contestabile sia per la scarsa leggibilità, sia per l’esiguità di ampi spazi che avrebbero dato un po’ di respiro alla grande città affogata nel cemento, ma è stato comunque un tentativo di affrontare il problema in modo complessivo, tanto più che è solo alla metà del secolo scorso (con il barone Haussmann) che si incomincia a parlare di parchi pubblici e che, di conseguenza, il legame tra parco, tempo libero e ricreazione attiva diviene inscindibile. Lo scopo delle sistemazioni destinate a verde nelle città rimaneva comunque legato alla funzione igienico-sanitaria che, nata nell’Ottocento, è stata perseguita anche dalla cultura funzionalista che ha introdotto dei minimi di superficie stabiliti dagli standard urbanistici (la cui interpretazione riduttiva e il disinteresse verso la qualità degli spazi urbani e delle loro relazioni sono all’origine dell’attuale forte degrado ambientale). Oggi, che tali superfici sono diventate ridicolmente inadeguate a fronteggiare i livelli di inquinamento prodotti dalla città, si tende a usare il verde come elemento pittoresco, quindi estetico, redigendo dei progetti che usano tappeti erbosi e, soprattutto, piante ad alto fusto come riempitivo o come cornice, seguendo il principio che un albero arreda sempre. Se ne inseriscono lungo qualunque strada, anche la più stretta e inospitale, attorno agli edifici, per colmare un vuoto, per separare il bello dal brutto o il nuovo dal vecchio, per recuperare il ricordo della riposante natura fuori porta. Vengono negati anche i princìpi più elementari insegnati dalla storia dei giardini, come l’accurata connessione tra casa e giardino e l’attenzione prospettica. Inoltre, difficilmente ci si cura delle distanze ad alberi cresciuti, della sopravvivenza alla morsa dell’asfalto, dell’inquinamento urbano, della maggiore o minore manutenzione e, perché no?, se attirano zanzare e gatte pelose o generano allergie fastidiose: argomenti che acquistano un loro peso perché riescono a condizionare l’immagine urbana (si provi a confrontare un viale di platani e uno di tigli). Si cade spesso nell’embellissement e nel trattamento cosmetico, nel tentativo di occultare l’omogeneità di un’architettura ripetitiva e priva di carattere o l’indefinito di uno spazio aperto, tralasciando di soffermarsi sul fatto che nella progettazione di un parco, un giardino, una piazza o un viale alberato, la vegetazione costruisce, attraverso la sua articolazione, un racconto, continuamente riscritto e attualizzato, che narra del rapporto tra città e natura, tra natura e uomo. Quest’aspetto narrativo, che ha origini lontane per luogo e cultura, è una parte importante del dinamismo di progetto, un dinamismo fatto di cose visibili (sentieri, soste, luci, ombre, altezze diverse, prospettive), di contenuti simbolici, di tante sensazioni (benessere, angoscia, solitudine, compagnia, silenzio, ascolto, meditazione). Una coltivazione a verde è, quindi, un’estensione dell’architettura, una parte importante della città stessa, che può essere espressa e disegnata in molti modi: «Gli alberi si possono usare per dare forma allo spazio con i loro tronchi e il loro fogliame o per offrire ombra e zone di fresco umido; si possono riunire in gruppi, boschetti, macchie, boschi o giungle, eliminare per ottenere delle radure, o mettere in fila a formare barriere frangivento, siepi o viali. Un manto verde si può ottenere mediante erbe, muschi, licheni, giunchi e altre piante basse che possono estendersi a formare aiuole, parterre, prati, savane o tundre. Se alberi e manto erboso creano l’architettura degli spazi esterni - le pareti, il soffitto e il pavimento - cespugli e arbusti, più vicini in scala alle dimensioni del corpo umano, possono costituire l’arredamento. È possibile isolarli come sculture o raggruppare a formare siepi o macchie. Le superfici possono essere modellate e sagomate, o potate... Le piante rampicanti possono ricoprire i muri e il suolo oppure formare schermi e pergole» (C.W.Moore, W.J.Mitchell e W.Turnbull jr). Nella progettazione urbana, soprattutto ora che si punta al riutilizzo delle grandi aree industriali dismesse e a dar forma ai residui lasciati dall’espansione, il verde deve cessare di essere un numero (standard, quantità, indice) per assumere un ruolo più esteso e pervasivo che nel passato e venire qualificato come un materiale - vivente e, di conseguenza, mutabile - della costruzione della città. Al di là dei giardini privati, sono talmente pochi i luoghi italiani in cui gli alberi caratterizzano un paesaggio o una campagna, che Stendhal aveva concluso che gli italiani non amano gli alberi. E aveva ragione perché, ai suoi tempi, il 50 per cento della rete stradale francese era fiancheggiata da alberi e, ancora oggi, in Polonia lo è il 90 per cento: dati inimmaginabili per noi che, per trovare esempi consimili, ci riferiamo sempre e soltanto ai pochi cipressi di Bolgheri sopravvissuti. Proprio sui filari stradali, uno studio recente ha dimostrato come non abbiano assolutamente quell’incidenza sugli incidenti che si è voluto far credere (forse per nascondere la scarsa manutenzione), ma, anzi, inducano a moderare la velocità perché conferiscono alla strada una terza dimensione, contribuiscono a rinforzare la leggibilità del percorso (suggerendo incroci, curve, ingressi d’abitati), e aiutano ad attenuare la monotonia del tragitto, a proteggere la strada dal sole in estate e a diradare la nebbia d’inverno. Inoltre, gli alberi ad alto fusto, creando un effetto finestra, permettono nuove aperture visuali sulla campagna circostante e diminuiscono gli effetti dell’inquinamento e del rumore dei veicoli, mentre le essenze a chioma bassa schermano, in caso di attraversamento, le periferie urbane disordinate, mantenendo però la trasparenza laterale per i confinanti. Un discorso sui filari è facilmente comprensibile: chiunque abbia viaggiato può condividere la piacevolezza di un percorso in cui siano mascherate discariche abusive, baraccopoli o fabbriche. Molto meno accettato è il discorso inverso, di chi, cioè, si muove a piedi col piacere di girare per la città come se visitasse una galleria d’arte. Da qui l’importanza di affrontare globalmente il problema e di coordinare gli interventi di nuova edificazione e di riqualificazione dell’esistente in un progetto complessivo, che tenga conto dei rapporti che necessariamente intercorrono tra edificio, luogo (memoria), contesto (sito e dintorni) e utenza - fornendoci di conseguenza un vero e proprio patrimonio paesaggistico - e di fatti più concreti come l’evolversi delle stagioni o gli esigui bilanci locali. La sua mancanza è innegabilmente la causa principale del brutto verde che ci circonda, della sensazione non appagante che ci lascia, del persistente squallore delle città: proprio come non basta un vaso di fiori per far bella una casa. Si dice che una macchia verde può essere vista come un bosco o come un insieme di alberi. L’uno attira, l’altro rimane lì, inusato ed evitato: potenziale discarica, anche umana, persino una minaccia come ha scritto Jean Paul Sartre ne La nausea: «Ho paura della città. Ma non bisogna uscirne. Se ci si avventura troppo lontano, s’incontra il cerchio della Vegetazione. La Vegetazione ha strisciato per chilometri verso la città. Attende. Quando la città sarà morta essa l’invaderà, s’arrampicherà sulle pietre, le imprigionerà, le rovisterà, le farà scoppiare con le sue lunghe pinze nere, ne accecherà i buchi e lascerà pendere dappertutto delle zampe verdi. Bisogna restare nelle città fintanto che son vive, non bisogna penetrare da soli in questa grande chioma che è alle loro porte: bisogna lasciarla ondeggiare e crollare senza testimoni». Sartre aveva concesso una via di scampo, non così Goethe che, descrivendo la costruzione di un parco, nel rapporto tra uomo e natura, fa vincere quest’ultima. È un’immagine catastrofica, ma non troppo fantastica se si pensa che, tra la nobiltà inglese del Settecento si era diffuso un nuovo divertimento (oltre a cani, cavalli e caccia), che rappresentava, allo stesso tempo, un segno di buon gusto, di distinzione sociale, di oculatezza economica e di patriottismo: piantare alberi. Maggiore era la quantità, maggiore era il merito. Noi dobbiamo preferire la qualità.
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Nota:
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