|
|
|
|
COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Periferia come centro
Pieno e vuoto Fenomeni di periferizzazione si sono verificati sia nelle aree semicentrali e nei quartieri residenziali più periferici (dove il dismesso abitativo – alloggi non più idonei e vecchie strutture pubbliche abbandonate – è tale da essere divenuto difficilmente e improbabilmente recuperabile), sia su tutto il territorio investito dalla dismissione industriale (dovuto, come si è già visto, a precise convenienze economiche), sia dove sono presenti nodi infrastrutturali o aree agricole non utilizzate, poiché la politica di crescita della città ha teso fino a pochi anni fa all’occupazione a tappeto di ogni area lasciata libera, di ogni campagna limitrofa ai confini comunali, producendo un forte squilibrio fra funzioni endogene e funzioni imposte dalla crescita urbana, aggravate dalla difficoltà di individuare un preciso ruolo all’interno dell’area metropolitana. Per vanificare questi molteplici fenomeni di periferizzazione si deve necessariamente andare verso il superamento della concezione dualistica del rapporto tra centro e periferia a favore di una interpretazione globale della città intesa come un sistema urbano in evoluzione, dinamico, policentrico, aperto ad accogliere o a mantenere funzioni miste, produttive e direzionali. Leonardo Fiori ha affrontato la questione sia dal lato progettuale che da quello economico: «Stiamo uscendo da cinquant’anni di attenzione verso la progettazione reificata del “pieno”, con un succedersi di mode funzionali, tipologiche, linguistiche di scarsa tenuta specie sul versante dell’utenza. Insistere sarebbe come pestare acqua nel mortaio: è venuto il momento di occuparci seriamente della progettazione del “vuoto”. Ciò vuol dire scollarsi da dosso l’afasia progettuale che ha contraddistinto gli anni passati sul versante degli spazi aperti esterni all’abitazione - le piazze, le strade, i giardini, i luoghi di ricreazione - e ritenere questo il terreno su cui indirizzare gli investimenti produttivi. Non a caso i massimi valori immobiliari per la residenza si manifestano nelle zone della città progettate dagli antichi che ben conoscevano la differenza fra valore d’uso e valore di scambio nella dinamica degli investimenti nella città. Ci vorrà fantasia politica e culturale per escogitare le formule atte a convogliare i capitali privati per realizzare una piazza o un giardino. Ma questa, ritengo, sarà la via obbligata per la costruzione della nuova città, la città europea delle periferie. Perché la partita si gioca in quel novanta per cento di edificato che sono le periferie, naturalmente non attraverso l’edificazione di nuovi scatoloni dormitorio negli spazi notevoli rimasti, ma progettando, investendo, preservando tutto il vuoto a disposizione. Dal vuoto, sgombrato e preservato, la “péras” greca, la città dei consumatori, potrà, nella duplice prospettiva del passato e del futuro, ritrovare la sinergia con il pieno degli autocostruttori, così come più volte nei secoli è accaduto in quelli che noi chiamiamo i centri storici. Gli spazi così custoditi assolveranno un ruolo simile a quello del “ponte”, che raccoglie su un lato del fiume i tracciati, attività, investimenti. Con più precisione, fuor di metafora, il concetto del vuoto come ponte è il luogo dell’architettura, lo spazio heidegerriano posto entro i suoi “limiti”, che non sono i punti “in cui una cosa finisce, ma... ciò a partire da cui una cosa inizia la sua essenza”. La divaricazione attuale fra luogo e produzione potrà in tal modo ricomporsi nella città dei consumatori e presiedere alla costruzione del progetto».(1) Interpretare tutta la città come un sistema protagonista delle sue trasformazioni e progettare gli spazi aperti in connessione tra loro e con il costruito sono operazioni contestuali nel processo di riqualificazione. Dall’ottocentesco Piano Beruto (l’unico che abbia presentato un rudimentale sistema a verde sia pure per garantire maggior valore alle aree prospicienti), gli spazi non costruiti non sono mai stati progettati; i planovolumetrici prescritti dagli strumenti urbanistici per disegnare le nuove espansioni concentrano l’attenzione sui pieni degli edifici, non sui vuoti dello spazio urbano. Le norme considerano il terreno una specie di vassoio su cui posare i volumi e ricavare un vuoto che è la quantità “libera” pro capite, non certo un insieme da progettare attentamente e in cui interagiscono spazi, strade, edifici, sistemi verdi e lastricati. Generalmente,
si considerano vuoti urbani le vaste aree rese disponibili per obsolescenza
o cambio di destinazione d’uso, che vengono chiamate indistintamente aree
strategiche, periferie interne, grandi vuoti, aree dismesse, derelict
land… Ma, oltre alle aree già dismesse, “vuoti” sono, secondo un concetto
più consono all’architettura, le piazze, i parchi, le strade, gli interstizi
non edificati o qualunque altro spazio aperto indipendentemente dalla
loro scala. Ciò che li identifica è la ricchezza che hanno, in modo più
o meno marcato, di valori simbolici, attività o funzioni.
Nota:
|
|