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COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Jean-Michel Savignat e Alain Thiébaut, Le convenzioni costruttive. Artigianato e professionalità



Edilizia convenzionale e architettura
Il nostro interesse per le convenzioni in architettura ha una duplice origine. Da un lato, l’esperienza personale di costruzione e di cantiere, sentita come confronto e spesso incomunicabilità fra due universi tecnici, uno pensato come progetto, l’altro come processo di realizzazione. D’altro canto, una riflessione sull’architettura contemporanea che mira a rimettere in causa un “eroismo” tecnico ed espressivo privo di qualsiasi realtà sociale e il cui contenuto culturale appare oggi risibile. In realtà, si tratta di due questioni difficilmente scindibili una dall’altra e il nostro interesse, in quanto architetti, per i sistemi costruttivi e i problemi architettonici ad essi collegati, le implica entrambe.
Ma prima di mostrare l’interrelazione fra questi due aspetti, tecnico e architettonico, delle convenzioni, bisogna cercare di capire quale significato esse abbiano per l’architettura contemporanea.

Nell’Imparare da Las Vegas, Robert Venturi difende l’idea che l’architetto, oggi, debba ricollegarsi a un vocabolario convenzionale che il movimento moderno ha svalutato: “... L’utilizzazione di elementi convenzionali nell’architettura corrente, sia pure delle semplici maniglie di porta o certe forme abituali nei sistemi di costruzione, comporta necessariamente un collegamento con l’esperienza del passato. Questi elementi possono essere accuratamente scelti o intelligentemente adattati sulla base del vocabolario esistente o dei cataloghi standard, piuttosto che creati come oggetti unici a partire da dati originali e dall’intuizione artistica”. E più avanti: “Questo approccio è convenzionale dal punto di vista simbolico, ed è anche funzionale, ma delinea un’architettura che, rispetto a quella dell’espressione, ha sicuramente un significato più ampio e più ricco, se non meno drammatico”.

Ma è impossibile scindere le convenzioni tecniche da quelle architettoniche. La volontà di mettere in gioco delle convenzioni tecniche, dimensionali o relative a certi prodotti, ha un contenuto architettonico; e qualsiasi convenzione architettonica ha necessariamente un supporto tecnico.

Il progetto architettonico è stato sottoposto, da trent’anni a questa parte, a una serie di vincoli che l’hanno snaturato. Questa situazione è stata motivata dalla necessità economica e sociale della ricostruzione e dei mutamenti che ne sono derivati. È inutile chiedersi se la storia avrebbe potuto seguire un altro corso. In compenso, oggi è assolutamente necessario riesaminare e analizzare criticamente le dottrine architettoniche che hanno giustificato questa sottomissione dell’architettura. Era ovvio, anzi, inevitabile, che esse apparissero in quel momento a sostegno dell’attività degli architetti. Le teorie architettoniche hanno da sempre la duplice funzione di fornire un orientamento ai progetti e di assicurare l’inserimento professionale degli architetti giustificandone l’utilità sociale. Ma queste funzioni vengono occultate e le dottrine si presentano sempre come degli orientamenti oggettivi, in questo caso volti alla ragione e al progresso. Perciò esse si mantengono nell’insegnamento e nella pratica, sopravvivendo alle condizioni per le quali erano state inventate. Abbiamo posto in luce la mancanza di sbocchi della tecnologia normativa e della razionalizzazione dei metodi al di fuori dei grandi cantieri, nonché i limiti della standardizzazione per l’attività frazionata delle imprese odierne. Ma, al di là di questi adattamenti necessari alla produzione, tali riflessioni si applicano anche al progetto architettonico, che non si lascia ridurre entro i confini a cui si è tentato di vincolarlo.

Il lavoro architettonico è costituito da una sequenza di atti complessi. Il progetto è una negoziazione fra le esigenze contraddittorie delle persone per cui si costruisce. La progettazione si protrae per tutta la durata dei lavori, con l’instaurarsi di una complicità e di un positivo dibattito con i costruttori. Senza questa duplice partecipazione, sarebbe un lavoro sterile e arbitrario. Un’architettura qualificata, in particolare, è inconcepibile senza una responsabilità creativa dei costruttori. E appunto sul riconoscimento di questa competenza professionale dovrebbe basarsi la rivalutazione del lavoro manuale. È d’importanza vitale, per l’architettura, che questa professionalità venga riconosciuta e utilizzata, che le tecniche ne tengano conto e che le procedure istituzionali non si fondino sulla sua negazione. Per l’architetto, l’impresa non deve essere soltanto un interlocutore economico, ma anche un partner estetico. Né si tratta di un’opzione utopica. La realtà quotidiana dei cantieri ne dimostra anzi il realismo e l’efficacia economica, al di fuori dei casi estremi della tecnologia prescrittiva. “L’arte di costruire” è un itinerario continuo, dallo schizzo fino all’edificio ultimato. “La costruzione è uno ‘spessore’ del lavoro di progettazione costantemente trasformato a ogni tappa, a ogni momento dell’evoluzione del progetto. Essa non è indipendente dall’economia, dalla congiuntura, dalle pratiche operative locali, dai commercianti di materiali edilizi, come l’architettura non lo è dal programma, dal contesto, dal sistema della commessa”. (5)

L’edilizia convenzionale implica dunque il ripristino delle condizioni di accordo abolite dalla prescrizione, nonché l’abbandono sia dell’eroismo tecnologico che delle norme ripetitive della pseudo-industrializzazione. Ma essa implica anche una particolare attenzione alla composizione e alle proporzioni, in un rapporto più sensibile con il contesto naturale o urbano. E anche a questo livello si manifesta un’esigenza che l’industrializzazione e la norma non possono soffocare: la necessaria libertà sulle dimensioni degli elementi del progetto, senza la quale le procedure di adattamento al programma e al sito subiscono delle distorsioni assolutamente sproporzionate rispetto all’interesse economico che ne è alla base. Le teorie del movimento moderno non hanno contestato l’affermazione di Guadet: “L’architetto deve poter essere padrone delle sue proporzioni; senza questa libertà, non c’è architettura”.

 

Note:
5. A. Sarfati, in AMC, n. 52, novembre 1980.

 

 

 

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