Composizione architettonica e urbana

Architettura naturale

Storia

Pubblicazioni

COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Jean-Michel Savignat e Alain Thiébaut, Le convenzioni costruttive. Artigianato e professionalità (*)


Il saggio di Savignat e Thiébaut – architetti e docenti universitari in Francia – offre ancora oggi un’interessante chiave di lettura del processo progettuale, che, dapprima basato su “convenzioni”, si scontra sempre più con “prescrizioni”, e aiuta a comprendere come e perché il processo di realizzazione di ogni progetto costituisca il momento di integrazione conflittuale di tecnologie semplici e sofisticate, di saperi complessi, di sperimentazione ed esperienza...


La “petite phrase” di Le Corbusier

Taluni architetti postmoderni rimproverano ai loro predecessori moderni di aver nutrito per la costruzione “un interesse feticistico, al punto di farne la preoccupazione dominante dell’architettura”. Tale interesse avrebbe assunto “dimensioni propriamente ossessive... Era come se improvvisamente l’architettura non avesse più nulla da esprimere all’infuori del proprio processo di costruzione”. (1) Essi, dal canto loro, s’interessano piuttosto alla semantica architettonica, ai significati delle forme che il movimento moderno ha invece ignorato.

Questo schema si conforma abbastanza a quanto hanno detto i moderni della generazione di Gropius e di Le Corbusier: l’architettura dell’Ottocento è eclettica. Gli studenti dell’Ecole des Beaux-Arts imparavano a tracciare assi in tutte le direzioni, a occuparsi esclusivamente del disegno e a stendere delle belle piante. Per essere moderni e immaginare l’architettura novecentesca, occorreva invece interessarsi anzitutto di costruzione. Per essere postmoderni, bisogna dunque non interessarsene.

Ma non si può credere ciecamente nei testi di Le Corbusier e di Gropius. La realtà, forse, è più complessa. Oggi si tende a rivalutare il contenuto pedagogico dell’Ecole des Beaux-Arts, e a riconoscere che in essa si concedeva largo spazio alla costruzione. Gli architetti dell’epoca erano senz’altro più padroni dei metodi costruttivi convenzionali di quanto non lo siamo noi, oggi, di quelli contemporanei. “Gli architetti dell’Ecole des Beaux-Arts non consideravano la conoscenza dei dettagli costruttivi come qualcosa di eccezionale. E questo, perché accettavano la tradizione e le pratiche operative del momento. Tutto ciò è venuto meno con la rivoluzione del movimento moderno”. (2)

Nella stessa epoca, soprattutto in Francia, vengono pubblicate numerose e importanti opere sulla costruzione, e ad essa si dedica ampio spazio nei testi di storia dell’architettura. Viollet-le-Duc, Choisy, Chabat facevano di tale disciplina un elemento fondamentale della cultura. L’interesse per i mestieri, nella tradizione dell’Encyclopédie, portava a inserire la tecnica e le pratiche operative nell’ambito della scienza. L’architettura ne guadagnava popolarità, giacché per capire “l’arte del costruire” non è inutile sapere come si costruisce.

Questa immagine degli architetti ottocenteschi preoccupati unicamente di stili e di disegni sembra dunque decisamente parziale, come lo è, d’altronde, l’immagine che i moderni hanno voluto dare di se stessi, applicandosi anzitutto alla tecnica e all’efficacia costruttiva. In realtà, essi hanno invece inventato l’architettura più astratta e più svincolata da qualsiasi preoccupazione costruttiva di tutta la Storia. Secondo Le Corbusier, “l’architetto, con l’organizzazione delle forme, realizza un ordine che è una mera creazione del suo spirito; attraverso le forme, egli colpisce i nostri sensi, suscitando in noi delle emozioni plastiche” e “l’architettura è il gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi assemblati sotto la luce”. Questa formula geniale era destinata a far perdere la memoria all’architettura e ad affrancarla da qualsiasi legame con la costruzione. Il senso della materia e della gravità non rientra più nelle categorie dell’espressione architettonica.

Questa “petite phrase” non è estranea, forse, alla scissione fra cultura contemporanea e architettura, giacché implica un’astrazione che cancella il processo costruttivo con cui l’architettura si ricollega strettamente alle attività sociali che coinvolge. Oggi, il disimpegno nei confronti della costruzione emargina l’architettura, ne fa un’arte meramente teorica sottoposta all’improbabile buona volontà degli ingegneri, oppure una “qualità” con cui rivestire dei prodotti soggetti per natura ad altre logiche. La rinascita del discorso architettonico sulla costruzione appare dunque assolutamente necessaria.
Perciò ci è parso utile riesaminare da un punto di vista attuale una questione antica: le convenzioni costruttive; convenzioni che concernono al contempo le pratiche operative e il loro inserimento nel cantiere. Ma il nostro interesse s’inquadra in un ambito più vasto, quello di una riflessione sui sistemi tecnologici che strutturano l’informazione in campo edilizio. (3) Tali sistemi organizzano il contenuto delle informazioni, i loro supporti, le conoscenze cui fanno riferimento, un certo tipo d’informazione. I sistemi normativi, prescrittivi e convenzionali sono apparsi successivamente, per poi coesistere fino al giorno d’oggi nell’edilizia, a differenza di quanto è avvenuto in altri ambiti ove si sono invece succeduti. Il sistema convenzionale si fonde su di un’intesa fra l’ideatore e il realizzatore; quello prescrittivo istituisce un rapporto d’ordine; quello normativo generalizza tali ordini a un insieme di opere. Questa analisi è storicamente molto schematica, ma pone il problema della pratica attuale degli architetti, cui si chiede di concepire delle qualità, mentre sono invece sommersi dalla ricerca delle conformità e non hanno alcuna possibile connivenza estetica con i realizzatori. Si capirà anche che non è il lavoro manuale a dover essere rivalutato, quanto piuttosto i procedimenti mentali che ne consentono l’esistenza e gli danno valore.

La normalizzazione industriale dell’edilizia non ha sortito gli effetti auspicati, non per cattiva volontà, ma sicuramente a causa dei caratteri strutturali della costruzione. D’altra parte, i progressi che ci si attendeva da una prescrizione sempre più precisa mostrano ormai i loro limiti. Ora, il fatto di tenere nel debito conto e di rivalutare le convenzioni potrebbe rivelarsi una valida soluzione per l’efficacia del costruire. Tale orientamento è anche un problema architettonico: “Gli architetti di oggi, nel loro chimerico bisogno di inventare nuove tecniche, hanno trascurato un dovere fondamentale: quello di essere esperti delle convenzioni in corso”. (4)

 


Note
:
*. J.M. Savignat e A. Thiébaut, Le convenzioni costruttive. Artigianato e professionalità, in “Lotus International”, n.37, 1983, pp. 121-127. Le note sono degli Autori.

1. C. Jencks, The language of post-modern architecture, Londra, 1979.

2. D. Scott Brown, “Learning the wrong lessons from the Beaux-Arts”, in Architectural Design, vol. 48. nn. 11-12. 1978.

3. Cfr. A. Dupire. B. Hamburger, J.C. Paul, J.M. Savignat, A. Thiébaut, Deux essais sur la construction, Liegi, 1981.

4. R. Venturi, De l’ambiguité en architecture, Parigi, 1976.

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it