Composizione architettonica e urbana

Architettura naturale

Storia

Pubblicazioni

 

STORIA > Luciano Patetta, La problematica delle proporzioni in Architettura


pagina precedente

Veniamo ora al termine di Euritmia.
L’euritmia è per Vitruvio “… il bello e grato aspetto cagionato dalla disposizione delle membra. Si ha quando di dette membra corrisponde l’altezza con la lunghezza e la larghezza con la lunghezza, e insomma tutte le cose hanno giusta proporzione” (7).
La differenza fra Simmetria ed Euritmia è quella già indicata dal Barbaro, cioè una differenza di pertinenza fra quantità e qualità, fra l’ordine di dimensione delle cose, degli elementi, e la distribuzione delle stesse. “Oggi” nota il Galiani, nel commento vitruviano (e si riferisce naturalmente al ‘700) “anche i più assennati architetti confondono l’effetto della simmetria, con quello della euritmia, in modo che avendo perduto finanche l’uso della voce ‘euritmia’, chiamano tutto ‘simmetria’”. Certamente ciò corrisponde ad una semplificazione nell’affrontare il problema della composizione, rispetto alla sottigliezza greca: la distinzione dei due termini può valere operativamente solo all’interno di una cultura molto impegnata proprio a ritrovare, nell’equilibrio di queste successioni, le ragioni più alte della bellezza architettonica e il raggiungimento di una contemplazione estetica.
Per la cultura di cui Vitruvio e il suo testo sono testimoni, questo non vale più o comunque vale in quanto semplificabile e codificabile in termini di facile trasmissione.
Vitruvio infatti ci raccomanda di rammentare che “può ben dirsi una fabbrica, che sia simmetrica e non perciò euritmica; ed al contrario euritmica, e non simmetrica”.

Che la simmetria abbia un significato più legato alla quantità, cioè ad una materia più misurabile nella composizione, è chiarito da Vitruvio quando dice: “... simmetria, si regola questa dalla quantità, che in greco si dice ‘posothes’: la quantità poi è la giusta distribuzione dei moduli presi dalla stessa opera, e adattata a ogni membro di ciascuna parte della medesima”. Perciò i moduli garantiscono che non solo vi siano in tutte le parti dell’opera le stesse quantità (che sono regolate dalla buona ordinazione) ma che esse abbiano una giusta corrispondenza di proporzioni.
Alla luce di questa ulteriore precisazione, appare evidente come anche i termini di simmetria e di proporzione, intesa come presenza della proporzionalità, tendano ad assimilarsi; (possiamo ricordare quanto, in questo senso, ha sostenuto il Sitte, cioè che forse per il mondo antico simmetria e proporzione erano la stessa cosa, “con la sola differenza che per proporzione in architettura si intende semplicemente un certo rapporto gradito alla vista ... mentre per simmetria s’intende lo stesso rapporto espresso per mezzo di numeri” (8), mentre l’Euritmia conserva una certa autonomia: essa riguarda più propriamente la qualità delle parti: “L’Euritmia è il bello e grato aspetto...”.
Pertanto mentre per la Simmetria basta che le parti si corrispondano in rapporti di quantità, l’Euritmia introduce l’esigenza fondamentale di regolarne la collocazione. Ma secondo quale riferimento logico? Il riferimento nell’architettura classica è sempre il corpo umano. È evidente che il corpo umano non solo ha una simmetria, ma è regolato altresì dall’euritmia. Potremmo certo immaginare un corpo umano che, soddisfacendo solo alle leggi di simmetria, cioè di corrispondenza reciproca delle parti, assumesse al di fuori dell’euritmia un aspetto mostruoso.
Inoltre, mentre la simmetria appartiene chiaramente al campo della normativa, cioè è costruibile e trasmissibile con una serie di norme che, come abbiamo visto, si fondono sull’“analogia” come sistema delle proporzioni, l’Euritmia ci viene trasmessa come un fatto culturale; essa infatti è esigenza estetica di una cultura, e si basa sulla sensibilità e sulle scelte di tale cultura, difficilmente riducibili a norme precise. Se la scelta culturale di fondo è l’antropometria come riferimento logico, l’Euritmia deve tendere ad istituire un sistema, per realizzare la sua ricostruzione nell’architettura. Questo avviene compiutamente nell’Architettura classica: l’architettura resta nei confini estetici dell’imitazione della natura, e in particolare del corpo umano, ma naturalmente, al contrario delle arti figurative, non raggiunge e non può porsi nel senso assolutamente formale di mimesi naturalistica, instaurando invece un sistema strutturale dell’ordine naturale. L’architettura fonda un “principio dell’ordine”, proprio in quanto intende la mimesi naturalistica come realizzazione concreta, nella “costruzione”, di quelle proporzioni e di quei rapporti assunti in senso analogico a quanto appartiene alla natura e all’uomo.

G.C. Argan, in proposito, scrive: “Antico è il bisogno di formulare una teoria dell’architettura distinta dalla teoria dell’imitazione, ma tuttavia capace di spiegare il valore della forma (...) l’euritmia e la simmetria benché valutabili solo per il piacere visivo che producono, valgono in quanto ripetono rapporti o leggi della natura e del corpo umano” (9). Questo problema dell’imitazione (mimesi) è al centro della ricostruzione di ogni teoria artistica del mondo classico: esso si articola dialetticamente fra imitazione della realtà visibile, in quanto in essa è contenuta anche l’”idea”, la legge, la norma, e imitazione dei “modelli ideali”, e dell’essenza ideale della realtà, consistente nei numeri, nelle proporzioni ecc.
Tale polemica ha visto impegnati Aristotele da una parte e Platone e i pitagorici dall’altra.
Così il riferimento al mondo reale ed al corpo umano, introducendo il problema tecnico per la costruzione artistica, si fonda su simmetria, euritmia e proporzione. A proposito delle proporzioni il Panofsky scrive: “Per teoria delle proporzioni si intende un sistema che fissa i rapporti matematici tra le varie membra di un essere vivente, in particolare degli essere umani, in quanto pensati come oggetti di una rappresentazione artistica” (10).
Se il riferimento è più diretto alle arti figurative, la sostanza del processo è comune anche all’architettura. Proprio se noi ne consideriamo l’aspetto di “fondazione concettuale”, che essa ha avuto nel mondo classico.
Legando il problema della proporzione alla rappresentazione artistica, e perciò in particolare per l’architettura, a problemi e necessità ottiche della “visione”, il Panofsky porta un importante chiarimento anche, e potremmo dire conseguentemente, alla comprensione dell’Euritmia. “Il concetto di Euritmia (…) deriva da quei ‘correttivi ottici’ che, aumentando o diminuendo le dimensioni, che sarebbero corrette da un punto di vista oggettivo, neutralizzando le alterazioni soggettive dell’opera d’‘arte’” (11). Egli cita a questo proposito l’esempio classico del rafforzamento delle colonne angolari dei templi peripteri, “le quali altrimenti, a causa delle irradiazioni, apparirebbero più esili delle altre”
Se consideriamo esaurienti gli esempi di Panofsky, riferiti all’euritmia, e cioè ai correttivi ottici, potremmo concludere che essa interviene al fine dì mantenere la commensurabilità nelle 3 dimensioni, ma limitatamente al singolo elemento, che si deformerebbe, mentre “la simmetria” è la commensurabilità totale, cioè il riferimento di tutti gli elementi ad uno stesso sistema.


 

Note:
7. M. Vitruvio Pollione, op. cit., Libro I Cap II.

8. C. Sitte, L’arte di costruire le città, Milano 1953, pagg. 62-63.

9. G.C. Argan, “Arte figurativa”, in Enciclopedia Universale dell’arte.

10. E. Panofsky, Il significato delle arti visive, Torino 1962.

11.Idem.

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it