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STORIA > Michel Ragon, La città ideale per un uomo inesistente (1)


Il francese Michel Ragon (Marsiglia 1924), famoso scrittore, storico e critico d’arte e d’architettura moderna, è cresciuto nel mondo del lavoro manuale a Nantes e a Parigi: si è perciò laureato in Lettere alla Sorbona soltanto a cinquant’anni, diventando poi professore all’Ecole des Beaux Arts. Ragon si definisce “anarchico” e “socialista libertario”, cioè vicino alla scuola di Proudon e degli utopisti del XIX secolo
(2), ambito che ha molto approfondito. Infatti, oltre a una ventina di romanzi (il primo uscì nel 1953), ha scritto numerosi saggi di letteratura, storia, arte, architettura, sociologia e politica e una quindicina di libri di architettura, tra cui i famosissimi Les Visionnaires de l’Architecture (1965), Les Cités de l’avenir (1966), Histoire mondiale de l’architecture et de l’urbanisme modernes (1971-78), L’Architecte, le Prince et la démocratie (1977) e altri sulle teorie e i progetti sulla città ideale moderna e contemporanea.
L’articolo qui ripreso propone, con una chiave di lettura inusuale, un rapido excursus della storia delle utopie urbane, da Platone fino alla seconda metà del XX secolo.



Nel secolo V a.C. il dispotismo diventa ideologico ad opera di un filosofo: Platone. Con Platone compare la prima utopia urbana. E sarà il prototipo di tutte le città ideali che in seguito immagineranno architetti e politici. La città delle leggi descritta da Platone si oppone di fatto alla città spontanea e naturale di cui Atene era un buon esempio. La città utopica di Platone è un’anti Atene. Platone interessato ad una natura unica, quella del cosmo, dà alla sua città la forma di un cerchio che divide in 12 parti disposte intomo al centro culturale. In questa figura geometrica Platone inserisce un uomo geometrizzato. Tutte le strade sono identiche e dritte, e tutte le case somiglianti. In questo modo la città eviterà le diseguaglianze. Nella città ideale di Platone abbondano le proibizioni: il lusso, gli affetti familiari, il celibato, la infecondità, le relazioni con gli stranieri, la musica sentimentale, la presenza dei poeti.

Respingendo l’ideale di libertà che si manifesta ad Atene (proprio con il poeta) quale conseguenza unica dell’ideale dell’uguaglianza, Platone concepisce una città di eguali, senza ricchi né poveri, dove le donne e i bambini appartengono a tutti. La città ideale assicurerà l’ideologia del perfetto, dell’inalterabile e dell’immutabile. Quartieri, classi sociali, tutto viene etichettato e classificato, la segregazione diventa istituzione.
Da città filosofica di Platone all’ideologia burocratica dei moderni agglomerati la continuità è evidente: le strade identiche, le case somiglianti, la tirannia della geometria, l’ugualitarismo che serve ad impedire le velleità libertarie, la codificazione delle proibizioni, la segregazione delle funzioni e delle classi; la città attuale tende all’ideale platonico. Senza conseguirlo, grazie a Dio. O meglio, grazie ai poeti. Perché i poeti non hanno smesso di essere l’antidoto della città filosofica; si comprende che Platone sostenesse il loro allontanamento dalla città. Già nei «Calabroni» Aristofane si era burlato di Platone utilizzando le suppliche dell’architetto Meton. Negli «Uccelli» oppone alla monotona città platonica una città costruita alla maniera degli uccelli. Chiudendo le porte della sua città ai poeti Platone non fa che indicare la strada da seguire ai despoti di tutti i tempi. Tant’è che da Ovidio a Solgenitzin, passando per Victor Hugo, l’allontanamento dei poeti sarà una costante della città autocratica.

I progetti di città ideale che abbondano a partire dal Rinascimento non fanno altro che ripetere l’ideale platonico. In particolare, riferendoci all’utopia di Thomas More la imitazione è quasi totale. La terra di utopia che ci descrive il filosofo, cancelliere di Enrico VIII, abbraccia 54 città geometriche di 6.000 famiglie ciascuna: tutte le strade sono tanto dritte e così somiglianti che è difficile distinguerle. E tutte le città di Utopia sono ugualmente identiche per cui, afferma il filosofo, diventano inutili i viaggi. Qui si vive solo per il lavoro e per la riproduzione. Così come in Platone, i pasti si fanno in comune nel refettorio ed una tromba ne annunzia l’ora. Sicuramente tutti vestono allo stesso modo. Vi è una sola differenza con Platone, che è fondamentale: non sono né i saggi né i guerrieri che governano la città, ma i commercianti. La città capitalista mostra il naso. Conseguenza logica: quando si incendia Londra, nel XVII secolo, Wren disegnerà nel suo progetto di ricostruzione, il Royal Stock e la Borsa nel centro sostituendoli alla Cattedrale di S. Paolo.

Platone, conviene ricordarlo, collocava nel centro della sua città ideale un centro culturale, relegando in periferia la piazza commerciale. Lo stesso faranno le prime città cristiane medievali che si sviluppano all’intomo delle cattedrali. Però presto apparirà nel centro delle città il Municipio, edificio insolito che rivaleggerà con la Cattedrale. Quando Filarete disegna per Francesco Sforza una città ideale a forma di esagono, dispone di fronte alla Cattedrale il palazzo del principe. La novità consiste nell’aver posto sullo stesso piano il religioso e il politico. Dürer va molto oltre nella sua città ideale: pianta a scacchiera composta da 40 blocchi rettangolari, elimina la chiesa dal centro della città collocandovi unicamente il palazzo del sovrano. La secolarizzazione della città si è conclusa.

 


Note
:
1. M. Ragon, Una ciudad ideal para un hombre inexistente, in “Architectos - Q 49” n. 49, 1981, traduzione dal castigliano di Marco Rossi in “L’architetto” (bimestrale del Consiglio Nazionale degli Architetti), a. XXVII, n. 2, marzo/aprile 1982, pp. 9-12.
2. Si veda l’intervista in: http://www.federation-anarchiste.org/ml/article.php3?id_article=1774

 

 

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