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STORIA
> IL
SIMBOLO DELLA ROSA NEL MEDIOEVO
In vari autori compare l'enigmatico "Sanguis Rosaceus",
il sangue color di Rosa, che ritroveremo nella mistica cristiana sul
sangue salvifico del Redentore. Il Cristo è il "Filius Macrocosmi"
dal cui fianco scorre questo Sangue Rosaceo, l'Acqua Eterica, equivalente
alla Quintessenza del "Filius Microcosmi". E' questa l'Essenza
Universale che tutte le trascende come il Cristo, unico e perfetto Salvatore
degli uomini, Uomo e Dio al tempo stesso che sarà simbolizzato,
se non identificato, con la Pietra Filosofale in un parallelismo che
potrebbe avere contribuito a veicolare la mistica della Rosa nell'alchimia
cristiana. La Rosa è, infatti, anche il simbolo della coppa che
raccolse il sangue del Redentore, il Graal, mistico contenitore che
per identificazione con il contenuto rappresenta parimenti il sangue
del Cristo, il Cristo stesso e quindi il compimento dell'opera di salvazione
tramite il martirio. Nelle agiografie medievali la santità del
sacrificio supremo è spesso rappresentata dall'apparire di rose
rosse. Compaiono ad esempio nel martirio di santa Dorotea o in quello
di sant'Agnese, che, dopo l'esecuzione, a riprova della vera fede, torna
dal Paradiso con un cesto di rose in pieno inverno. I martiri stessi
sono, come ci testimonia Hildegarda von Bingen, "Flores Rosarum".
Ma già la Rosa è trasmutazione del sangue: le gocce di
sangue del Crocefisso sparse in terra si trasformano in rose e così
avviene per quelle cadute dalle stimmate di san Francesco. Ma il martirio
è anche strumento di purificazione e di rinascita. Il sangue
del martirio è dunque anche sangue di redenzione, un sangue simbolico
che ri-unisce e re-integra, il singolo come le moltitudini, sempre nel
segno della Rosa, che già nella tradizione ebraica (la Rosa di
Sharon del Cantico di Salomone) esprime la comunità dell'Israele
spirituale, luogo della presenza divina nel mondo.
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Codice
di Manesse, XIII secolo |
Tacuinum
Sanitatis, XIV secolo |
La
Rosa come allegoria dell'immortalità, o del passaggio ad una
vita altra, era conosciuta fin dall'antichità: la troviamo raffigurata
nelle tombe egizie e i romani celebravano a maggio le "Rosalie",
ludi floreali presso i luoghi di sepoltura in cui si offrivano rose
ai Mani dei defunti, tanto che roseto fu per lungo tempo sinonimo di
cimitero. I primi cristiani, per non confondersi con i pagani, rifiutarono
di onorare i propri morti con le rose. Fu il medioevo dei conventi,
nei cui orti da Carlo Magno in poi la coltivazione del fiore fu obbligatoria,
a recuperare il simbolo di preparazione all'eternità e proprio
l'olio di rose divenne veicolo del sacramento per i moribondi. Anche
l'Islam contribuì all'elevazione mistica del roseto: per i musulmani
il Giardino delle Rose simboleggiava il giardino della contemplazione,
era nella "...Rosa pregna del suo profumo, il segreto del tutto".
Intorno all'anno mille un poeta persiano recita: "Se hai due monete
con una compra il pane, con l'altra compra rose per il tuo spirito".
La Rosa del martirio, irta di spine a indicare la sofferenza, aveva
cinque petali come le piaghe di Cristo, ma anche in virtù della
scomposizione del numero cinque in "quattro più uno",
dove il quattro rappresenta un ciclo completo e quindi la morte e l'uno
il nuovo inizio, cioè la vita eterna. Le spine feriscono e proteggono,
per cui la Rosa diviene immagine di riservatezza, e sui confessionali
si intagliano rose con il motto "Sub Rosa" a indicare il pegno
di segretezza del sacramento della Confessione. Complessi legami associano
la Rosa al fuoco. Nel medioevo durante la messa di Pentecoste si facevano
piovere sui fedeli petali di rosa, allegoria dello Spirito Santo manifestatosi
in forma di fiamma divina sul capo degli Apostoli.
Dedicata
fin dall'antichità alle divinità dell'Eros come Iside
o Afrodite, la Rosa mantenne anche in epoca cristiana le caratteristiche
simboliche della passione e della carnalità. Nel medioevo le
prostitute, sacerdotesse dell'amore profano, erano obbligate a portare
una rosa al seno, tanto che in Francia erano semplicemente chiamate
"roses". Ma l'Eros, forza vitale di rigenerazione, offre il
suo simbolo anche al momento in cui la Natura si risveglia dall'inverno
e rinasce per offrire i suoi frutti. La Rosa personificazione della
primavera incarna la ritrovata gioia di vivere, la disponibilità
al piacere e l'inizio di una incipiente fertile stagione. Con tutti
i suoi attributi di bellezza, desiderabilità, fragilità
e tutto il carico di valori simbolici, quello di fiore mariano in primo
luogo, la Rosa fu anche metafora dell'ideale dell'amore cortese, della
fin'amor, che influenzò la cultura cavalleresca dei secoli XII
e XIII sotto la spinta della poesia trobadorica. Il bocciolo da schiudere,
la rosa scarlatta da carpire, erano immagini dell'anelato corrispondere
della Dama al devoto Servizio dell'Amico. Forse pochi altri simboli
erano per loro complessità così adatti ad essere adoperati
in una poetica, quella del trobar clus, ermetica e fitta di
intricate allegorie a fronte di un'apparente semplicità se non
scontata futilità dei contenuti. Nel Roman de la Rose,
uno dei più fortunati e studiati romanzi medievali, la Rosa incarna
il Fine di un tortuoso percorso iniziatico. A diversi livelli di contenuto
semantico la Rosa del Roman raffigura la Fin'Amor, l'Anima,
la Conoscenza, l'Amata, l'Eros.
Dalla
Rosa si dice che abbia preso nome Rodi, l'"Isola delle Rose",
sacra ad Afrodite ma anche ad Athena dea della saggezza e della ragione;
per questo motivo, presso alcune sette misteriosofiche e movimenti eretici,
la Rosa, emblema della bellezza, dell'amore e del piacere, si fa sublimata
effigie del pensiero segreto e delle sue ribellioni: la Carne che vuole
sottrarsi alla soggezione dello Spirito, la Natura che rivendica di
essere progenie divina al pari della Grazia, l'aspirazione ad una religione
fondata sulle armonie dell'Essere di cui, per gli iniziati, la Rosa
fiorita era simbolo vivente.
Il fascino di queste articolate antinomie che la Rosa incarnava, Madre
e Figlio, Morte e Vita, Sangue e Spirito, Carne ed Anima, Fede e Ragione,
lega il filo del percorso musicale di questo programma, particolarmente
ricco e vario per generi e atmosfere: le composizioni di carattere trobadorico,
sensuali e allusive, si affiancano al misticismo visionario di Hildegarda
von Bingen, che nello scarlatto dei petali trasfigura l'immagine somma
del martirio; la raffinata cultura arsnovistica di Guillaume de Machaut,
che nel fiore esalta l'ideale cortese dell'amata, s'incontra con la
schietta derivazione popolare delle laudi devozionali alla Vergine,
"Rosa tra le rose", attributo ingenuo e poetico di suprema
venerazione; ancora, le severe architetture del '200 francese nei conducti
e nei mottetti dei codici di Bamberga e Montpellier, costruite su immagini
convenzionali o canoniche della Rosa, si confrontano con la più
leggiadra polifonia di una "carol" inglese dove appare il
motivo ispiratore della Rosa come modello del Paradiso; infine un anonimo
canto sefardita ci propone lo struggente contrasto tra la Rosa in fiore,
icona di vita e spensieratezza, e l'infelice nostalgia per l'amore lontano.
Di fronte a tale varietà abbiamo cercato di trovare sonorità
che attestassero la diversa collocazione storica, la provenienza geografica
e la dimensione sacra o profana dei materiali proposti. Gli strumenti
adoperati, così come gli stili esecutivi, sono propri del luogo
e del tempo di composizione di ciascun brano secondo testimonianze letterarie
o iconografiche. Anche la presenza di lingue eterogenee ha richiesto
particolari attenzioni, si pensi alla differenza di pronuncia tra il
francese del XIII secolo e quello più maturo dell'Ars Nova del
tardo '300 o alle specifiche nazionali nel suono del latino alto-tedesco
rispetto a quello francese o italiano. Abbiamo, infine, voluto sottolineare
l'universalità di un simbolo che ha ispirato la letteratura musicale
religiosa e profana di tutta l'Europa, e che ha trovato pari cittadinanza
nelle tre grandi culture, quella cristiana, quella ebraica e quella
islamica, che dominarono l'occidente medievale. (Gianfranco Russo)
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