COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Maria Pia Belski, Periferia come centro, 2001

 

Sono passati oltre dieci anni dalla pubblicazione di questo libro (1), ma il tema delle periferie è ancora lontano dall’essersi esaurito. Sebbene la città di riferimento sia Milano, che nel frattempo ha visto crescere l’edificato (2), l’approccio metodologico e le proposte sono tuttora validi, ed eventualmente estensibili ad altre realtà urbane. Attraverso un sistema di lettura a doppio binario su argomenti multidisciplinari, attinenti all’architettura, si propone di recuperare energie e strutture latenti delle periferie urbane perché diventino città nella città, autonome e sinergiche tra loro e il centro consolidato.

 

Smuovere l’immobilismo o l’arruffamento programmatico delle amministrazioni sui temi urbani e in particolar modo delle periferie è impresa pressoché disperata. La storia di questo lavoro in parte lo dimostra: sviluppato come ricerca universitaria, ha suscitato vivo interesse presso l’amministrazione comunale milanese che, dopo due anni di rimandi, ha poi deciso di non pubblicarlo. Non ci sarebbe stato niente di strano, se non fosse che per un bel po’ di tempo, nei discorsi pubblici, venivano riportate pedissequamente definizioni e ipotesi enunciate nello scritto, mai però la tesi, che, richiedendo strategie forti e tempi medi, risultava ovviamente in contrasto con la “politica del momento” perseguita da ogni amministrazione. Il libro è stato messo nel classico cassetto degli incompiuti: era possibile che fosse arrivata veramente la fine della ricerca scientifica nel processo di formazione architettonica e urbanistica della città, era probabile che quei metodi di contrattazione pubblico-privato apparentemente affidati a bilance mal calibrate fossero invalicabili. Nei mesi successivi, l’amministrazione si è affannata a snocciolare proposte e promesse, bandire concorsi, affidare incarichi, intervenire sul territorio e sul traffico. In modo però poco convincente, spicciolo, frammentario, per punti e non per linee, tanto che da più parti è stata sollevata l’obiezione che tale frenetico attivismo nascondeva proprio l’assenza di un programma generale, chiaro e fattibile. I milanesi ricorderanno quanto sia stata strombazzata la costruzione di un Centro congressi a Rogoredo: peccato che l’area non fosse per nulla disponibile. O quella del nuovo polo universitario del Politecnico alla Bovisa, la cui realizzazione risultava subordinata all’esito di una causa in Tribunale. O, ancora, il completamento dato per certo di molte infrastrutture, ma per le quali ci si è dimenticati di chiedere i finanziamenti nei tempi giusti. Senza citare lo scontento o l’opposizione suscitato da altri interventi. Non che manchino le note positive: per esempio, il recupero del parco delle Cave (avvenuto non senza l’intervento deciso e decisivo degli abitanti limitrofi che, uniti, hanno spinto l’azione e presidiato la zona) e i finanziamenti promessi alle imprese che creeranno posti di lavoro in aree periferiche ritenute “incurabili”, alimentando così processi di rivitalizzazione.
Tuttavia, la foga politica e l’emergenza della gestione hanno spesso fatto dimenticare la storia e la società. Se della prima può essere un peccato veniale non vedere nella sua costruzione una sorta di Dna, della seconda è imperdonabile non riconoscerne i bisogni e non lavorare perché gli ambienti di vita e lavoro siano, più che appariscenti, migliori nella sostanza. Il libro procede in questo senso, cercando di recuperare la memoria storica e conferire agli ambienti dignità sociale e urbana. Non inventa niente, ma è unico nel suo genere per il modo di affrontare la questione – che per Renzo Piano (ambasciatore dell’Unesco per le periferie urbane) impegnerà l’umanità per i prossimi trent’anni – traendo dall’architettura e dall’urbanistica la sua ragione d’essere ma non codifiche né gabbie ideologiche o stilistiche. Perché vuole essere, soprattutto, una ricerca dalla parte dei cittadini di Milano o altro centro italiano che sia.
La “scrittura” di un progetto urbano è difficile per chi la propone e per chi la legge, soprattutto se la realtà prescelta ha la complessità dell’area metropolitana milanese e non si vuole dare interamente per scontata la conoscenza di storia e struttura morfologica della città. Si è perciò evitato di fornire dogmi e si sono spiegate alcune enunciazioni – traducendo in linguaggio necessità sentite dalla popolazione e riportando argomentazioni note agli addetti ma non al cittadino comune – in modo che possano essere compiute verifiche personali: un gesto non indolore per noi, autori-architetti, che ha imposto la rinuncia al progetto “su carta”. L’atto più importante, infatti, risiedeva e risiede nel prendere coscienza della serie di problematiche che suggerisce la riqualificazione della periferia, della loro concatenazione e del loro valore. Cosa che non impone, tuttavia, una loro contemporanea e puntuale risoluzione: come l’architetto non può accollarsi la progettazione della città espletando la commessa di un piccolo lotto, così l’amministratore non può disporre di finanziamenti che non ha, ma entrambi devono essere consapevoli della tessera che stanno apponendo al mosaico città. Per questo motivo, si è scelto di strutturare il testo secondo la logica del discorso parlato, dove gli argomenti si intrecciano, si sovrappongono, si rincorrono, si ripetono, talvolta scivolano fuori limite, si affidano a citazioni per mostrare opinioni diverse o conferme preziose. Si è anche preferito non dare rigide consequenzialità temporali e schematiche suddivisioni, che, invece, caratterizzano lavori analoghi. Per evitare dispersioni, si è ricorsi ad artifici tipografici, come gli inserti in corsivo (3) che aggiungendo approfondimenti o preziosismi possono essere letti o no.

 

 

Note:
1. M.P. Belski, Periferia come centro, Rozzano 2001. Rispetto alla stampa, non si sono riportate alcune parti ritenendole superate o troppo circostanziate all’epoca della pubblicazione. La ricerca iniziale era stata condotta all’interno della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano con la collaborazione del professor Leonardo Fiori, al quale si devono i postulati iniziali, e degli architetti Giovanni Fonti e Giancarlo Rottigni per l’elaborazione cartografica delle Appendici qui non riportate integralmente. Gli schizzi che accompagnano i Criteri di progetto sono di Michela Gadaldi e Francesco Meregalli, all’epoca studenti del corso di Progettazione dell’architettura.
2. Per stato dei lavori e fotografie dei nuovi quartieri di Milano, cfr. http://www.urbanfile.it.
3. Sul web, anziché in corsivo, sono in corpo minore.

 

 

 

 

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