COMPOSIZIONE ARCHITETTONICA E URBANA > Jean-Michel Savignat e Alain Thiébaut, Le convenzioni costruttive. Artigianato e professionalità, 1983 (*)

 

Il saggio di Savignat e Thiébaut – architetti e docenti universitari in Francia – offre ancora oggi un’interessante chiave di lettura del processo progettuale che, dapprima basato su “convenzioni”, si scontra sempre più con “prescrizioni” e aiuta a comprendere come e perché il processo di realizzazione di ogni progetto costituisca il momento di integrazione conflittuale di tecnologie semplici e sofisticate, di saperi complessi, di sperimentazione ed esperienza...

 

La “petite phrase” di Le Corbusier
Taluni architetti postmoderni rimproverano ai loro predecessori moderni di aver nutrito per la costruzione «un interesse feticistico, al punto di farne la preoccupazione dominante dell’architettura». Tale interesse avrebbe assunto «dimensioni propriamente ossessive... Era come se improvvisamente l’architettura non avesse più nulla da esprimere all’infuori del proprio processo di costruzione» (1). Essi, dal canto loro, s’interessano piuttosto alla semantica architettonica, ai significati delle forme che il movimento moderno ha invece ignorato.
Questo schema si conforma abbastanza a quanto hanno detto i moderni della generazione di Gropius e di Le Corbusier: l’architettura dell’Ottocento è eclettica. Gli studenti dell’Ecole des Beaux-Arts imparavano a tracciare assi in tutte le direzioni, a occuparsi esclusivamente del disegno e a stendere delle belle piante. Per essere moderni e immaginare l’architettura novecentesca, occorreva invece interessarsi anzitutto di costruzione. Per essere postmoderni, bisogna dunque non interessarsene.
Ma non si può credere ciecamente nei testi di Le Corbusier e di Gropius. La realtà, forse, è più complessa. Oggi si tende a rivalutare il contenuto pedagogico dell’Ecole des Beaux-Arts, e a riconoscere che in essa si concedeva largo spazio alla costruzione. Gli architetti dell’epoca erano senz’altro più padroni dei metodi costruttivi convenzionali di quanto non lo siamo noi, oggi, di quelli contemporanei. «Gli architetti dell’Ecole des Beaux-Arts non consideravano la conoscenza dei dettagli costruttivi come qualcosa di eccezionale. E questo, perché accettavano la tradizione e le pratiche operative del momento. Tutto ciò è venuto meno con la rivoluzione del movimento moderno» (2).
Nella stessa epoca, soprattutto in Francia, vengono pubblicate numerose e importanti opere sulla costruzione, e ad essa si dedica ampio spazio nei testi di storia dell’architettura. Viollet-le-Duc, Choisy, Chabat facevano di tale disciplina un elemento fondamentale della cultura. L’interesse per i mestieri, nella tradizione dell’Encyclopédie, portava a inserire la tecnica e le pratiche operative nell’ambito della scienza. L’architettura ne guadagnava popolarità, giacché per capire “l’arte del costruire” non è inutile sapere come si costruisce.
Questa immagine degli architetti ottocenteschi preoccupati unicamente di stili e di disegni sembra dunque decisamente parziale, come lo è, d’altronde, l’immagine che i moderni hanno voluto dare di se stessi, applicandosi anzitutto alla tecnica e all’efficacia costruttiva. In realtà, essi hanno invece inventato l’architettura più astratta e più svincolata da qualsiasi preoccupazione costruttiva di tutta la Storia. Secondo Le Corbusier, «l’architetto, con l’organizzazione delle forme, realizza un ordine che è una mera creazione del suo spirito; attraverso le forme, egli colpisce i nostri sensi, suscitando in noi delle emozioni plastiche» e «l’architettura è il gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi assemblati sotto la luce». Questa formula geniale era destinata a far perdere la memoria all’architettura e ad affrancarla da qualsiasi legame con la costruzione. Il senso della materia e della gravità non rientra più nelle categorie dell’espressione architettonica.
Questa “petite phrase” non è estranea, forse, alla scissione fra cultura contemporanea e architettura, giacché implica un’astrazione che cancella il processo costruttivo con cui l’architettura si ricollega strettamente alle attività sociali che coinvolge. Oggi, il disimpegno nei confronti della costruzione emargina l’architettura, ne fa un’arte meramente teorica sottoposta all’improbabile buona volontà degli ingegneri, oppure una “qualità” con cui rivestire dei prodotti soggetti per natura ad altre logiche. La rinascita del discorso architettonico sulla costruzione appare dunque assolutamente necessaria.
Perciò ci è parso utile riesaminare da un punto di vista attuale una questione antica: le convenzioni costruttive; convenzioni che concernono al contempo le pratiche operative e il loro inserimento nel cantiere. Ma il nostro interesse s’inquadra in un ambito più vasto, quello di una riflessione sui sistemi tecnologici che strutturano l’informazione in campo edilizio (3). Tali sistemi organizzano il contenuto delle informazioni, i loro supporti, le conoscenze cui fanno riferimento, un certo tipo d’informazione. I sistemi normativi, prescrittivi e convenzionali sono apparsi successivamente, per poi coesistere fino al giorno d’oggi nell’edilizia, a differenza di quanto è avvenuto in altri ambiti ove si sono invece succeduti. Il sistema convenzionale si fonde su di un’intesa fra l’ideatore e il realizzatore; quello prescrittivo istituisce un rapporto d’ordine; quello normativo generalizza tali ordini a un insieme di opere. Questa analisi è storicamente molto schematica, ma pone il problema della pratica attuale degli architetti, cui si chiede di concepire delle qualità, mentre sono invece sommersi dalla ricerca delle conformità e non hanno alcuna possibile connivenza estetica con i realizzatori. Si capirà anche che non è il lavoro manuale a dover essere rivalutato, quanto piuttosto i procedimenti mentali che ne consentono l’esistenza e gli danno valore.
La normalizzazione industriale dell’edilizia non ha sortito gli effetti auspicati, non per cattiva volontà, ma sicuramente a causa dei caratteri strutturali della costruzione. D’altra parte, i progressi che ci si attendeva da una prescrizione sempre più precisa mostrano ormai i loro limiti. Ora, il fatto di tenere nel debito conto e di rivalutare le convenzioni potrebbe rivelarsi una valida soluzione per l’efficacia del costruire. Tale orientamento è anche un problema architettonico: «Gli architetti di oggi, nel loro chimerico bisogno di inventare nuove tecniche, hanno trascurato un dovere fondamentale: quello di essere esperti delle convenzioni in corso» (4).

Le convenzioni costruttive
Si può immaginare, idealmente, che il ruolo dell’architetto sia immutabile. Uomo del mestiere, abile disegnatore, egli si distingue per il talento di cui è dotato. Grazie alla sua visione creativa, “proietta” sulla carta l’opera gradualmente perfezionata. Le dà vita materializzandola. Al tempo stesso ideatore e realizzatore, ne mette a punto l’esecuzione, scegliendo i materiali, inventando le tecniche, dirigendo gli uomini... Per lui, non è necessario accordarsi in precedenza sui particolari di ciò che conviene fare. È arbitro assoluto dell’opera e solo lui ha il diritto di dettarne le condizioni e di “prescriverne” le modalità. Tali erano, a quanto pare, gli artisti rinascimentali e forse è questa una delle condizioni necessarie perché nasca l’opera architettonica, perché la sua originalità possa esplicarsi. Ma l’edilizia corrente non è necessariamente originale, anzi è modesta, addirittura anonima. Il suo scopo è quello di soddisfare i bisogni e le aspirazioni di un gruppo, e ci si aspetta che ne utilizzi le disponibilità nel migliore dei modi.
Anche sul prodotto c’è un implicito consenso: delle convenzioni che permettono di raggiungere un accordo formale. Così, il carpentiere cui viene ordinata una “casa” senza che gli si forniscano altri dettagli all’infuori delle dimensioni approssimative, del prezzo e della data di consegna, sa esattamente, come tutti gli altri operatori, che lavoro compiere. La costruzione appartiene a una tradizione, e alcune tacite regole ne precisano l’utilizzo.
Fra questi due poli estremi, quello di un’“opera d’arte” prescrittiva e quello di un’edilizia convenzionale, l’architettura corrente occuperà un posto instabile. Eppure, da due secoli a questa parte, l’intesa convenzionale che esisteva fra la gente del mestiere e che informava la costruzione è svanita a poco a poco con l’apparire di nuove tecniche – taglio delle pietre e del legname, impiego delle colate di cemento, uso dei casseri – nonché di nuovi attori – ingegneri, uffici studi, di controllo, di promozione... o semplici esecutori. Ogni progetto è divenuto occasione di una nuova sperimentazione per reinventare il costruire. In compenso, ogni operatore ha dovuto moltiplicare gli elaborati, le informazioni preliminari necessarie alla definizione dell’opera, per poterne prevedere in modo sempre più preciso il costo, la programmazione, e ridurne la messa in opera. I “dossiers” divengono sempre più complessi e voluminosi. Per il permesso di costruire, per l’ufficio studi, per il marketing, per la consultazione delle imprese si devono presentare capitolati d’appalto, specifiche istruzioni tecniche, piani descrittivi particolareggiati, piani architettonici, di struttura, di impianti, note di calcolo, ecc.
Tutti questi documenti preliminari, che richiedono continue rettifiche e precisazioni, sono la conseguenza di una duplice necessità: l’esigenza di una previsione, la suddivisione e la garanzia di un controllo sociale del prodotto. Tale necessità ha sempre rappresentato, in parte, un incitamento all’inventiva. Quando, nell’Ottocento e agli inizi del secolo, i pionieri dell’edilizia moderna fanno tabula rasa delle tradizioni costruttive dell’Ancien Regime, le prescrizioni offrono loro la possibilità di reinventare determinate tecniche e di scoprire nuove forme architettoniche, ma contribuiscono anche ad appesantire progressivamente l’architettura fino a paralizzarla. In epoca più recente, di fronte alla diversità delle tecniche proposte, si è instaurata una normalizzazione parziale che, inizialmente limitata al processo di produzione di determinati materiali al fine di consentirne l’industrializzazione, in un secondo tempo si è estesa alla messa in opera, quando per l’efficacia della costruzione si sono resi necessari la ripetizione e, per un certo periodo, il gigantismo. La produttività ha registrato allora un sensibile aumento, prima di raggiungere tuttavia, a sua volta, i limiti del proprio sviluppo. La normalizzazione, dal canto suo, non ha dato risultati particolarmente incoraggianti (l’attrezzatura del cantiere “hard”, di cui l’architettura odierna conserva le tracce – casseforme a tunnel, percorsi delle gru – e i “modelli”, in una sorta di sottomissione alle tecniche dell’impresa). Essa contribuisce a rendere più gravoso il compito dei progettisti e a limitarne le possibilità creative. Noi non crediamo che la normalizzazione possa pervenire, in campo edilizio, al grado di sviluppo che ha invece raggiunto in determinati settori dell’industria. E non crediamo nemmeno che le controproduttività presenti e future dell’edilizia possano sparire in questo modo. La normalizzazione della produzione dei componenti industriali e della loro messa in opera è interessante nella misura in cui potrebbe permettere una meccanizzazione della messa in opera stessa. Ma nel contesto aleatorio di qualsiasi operazione costruttiva, quest’ultima richiederebbe un sistema di regolazione cibernetica estremamente costoso, a meno che le imprese non accettassero di incaricarsi di questo delicato settore della produzione. Il che è poco probabile poiché oggi, a quanto pare, gli industriali s’interessano piuttosto alla produzione di componenti e di semi-lavorati. Si noti inoltre che se la normalizzazione raggiungesse questo stadio estremo, essa porterebbe l’architettura a muoversi in un campo combinatorio molto ristretto, in ragione del numero necessariamente limitato di sotto-insiemi disponibili in ogni repertorio nonché del fatto che essi siano stati concepiti a priori, autonomamente. In realtà, il costruire è una combinazione di attività tecniche che di volta in volta si trovano di fronte a situazioni sempre diverse. Esso deve dunque adattarvi la propria tecnologia, ristabilire una pratica di accordo sulle tecniche, le disposizioni costruttive, i prodotti industriali e la concezione dell’architettura.

Una caratteristica dell’edilizia: le pratiche operative adattabili
Una delle particolarità dell’edilizia è la varietà delle situazioni, per cui non esistono mai due realizzazioni assolutamente identiche. In una costruzione, infatti, ogni elemento è collegato a un altro, sia sul piano tecnico che su quello morfologico. A partire da un modello, qualsiasi modifica, anche minima, si ripercuoterà sull’insieme del progetto, producendo una reazione a catena con conseguenze che spesso, nell’ideare la modifica stessa, non erano state previste. Il semplice spostamento di un camino in un locale, per esempio, non solo determina dei cambiamenti su tutti i livelli superiori per consentire il passaggio della canna fumaria, ma può addirittura creare un nuovo problema a seconda dello sbocco sul tetto: incrocio con l’acroterio, sistema di tenuta, nuovo dettaglio di copertura, ecc.
Per un motivo o per l’altro – particolari caratteristiche del terreno o del sito, o semplicemente il fatto che sia stata apportata una lieve modifica funzionale –, le disposizioni costruttive non vengono mai riprodotte esattamente. Ogni edificio può essere considerato come un oggetto originale, che presenta nuove configurazioni costruttive. Inoltre, ogni realizzazione ha il proprio corredo di imprevisti, di sorprese, di casi particolari. In realtà, in un progetto non si può prevedere tutto, perché allora la mole di studio per uno specifico oggetto, per una sola opera, sarebbe smisurata. Gli adattamenti vengono effettuati in sede di realizzazione, alla scoperta di ogni problema, e i rendiconti di cantiere sono la più chiara illustrazione di quella molteplicità di problemi, più o meno importanti, che possono presentarsi durante la costruzione.
Per far fronte a una tale varietà di situazioni, l’edilizia fa appello all’abilità professionale che, proprio a contatto con questa diversità, cerca una propria autonomia. A tale scopo, essa si costruisce dei riferimenti, dei modelli tecnici che sono l’espressione della sua pratica operativa. Ma anche quando il dettaglio è ripetitivo, esso non diviene mai uno standard. La capacità di fornire una risposta efficace a ogni singolo caso è connessa alle qualità di adattamento del modello e non alla sua ripetizione conforme. Le disposizioni costruttive osservate nell’habitat tradizionale generalmente non esprimono una norma, che sarebbe fonte di ripetizione, bensì un riferimento comune al modello. Questi montaggi tipo tengono conto della diversità delle disposizioni particolari che si possono realizzare con i suddetti modelli. La loro esecuzione e il loro adattamento presuppongono l’abilità professionale. Questa abilità è duplice, implica al contempo il “tocco” – il gesto professionale acquisito con l’esperienza – e la “ricetta”, il programma di lavoro che riassume le condizioni favorevoli, le disposizioni propizie a un buon risultato. Sia che si tratti di dettagli pratici o rituali, l’arte dell’artigiano, nel suo primo significato, consiste nell’adeguamento del gesto e della ricetta, e permette di far fronte alle situazioni più diverse e più inattese.
Ogni particolare situazione, ogni nuovo cantiere, fa dunque appello all’iniziativa dell’artigiano, alla sua conoscenza del mestiere: ogni volta, egli deve adattare il suo sapere, le sue capacità, al problema concreto che gli si presenta e a cui deve dare una risposta specifica. La padronanza tecnica che il mestiere conferisce all’artigiano riassume tutto un comportamento di fronte all’oggetto da realizzare. Unendo l’artigiano al suo lavoro, tale comportamento implica un aggiustamento del suo mestiere, un adattamento a ogni particolare disposizione costruttiva incontrata.
L’artigiano è perciò colui che “sa fare”, e il suo sapere non richiede nessun’altra giustificazione. Nel caso di un grattacielo in Place d’Italie a Parigi, una volta disegnato un determinato pannello, per realizzarlo si dovette ricorrere a un artigiano. Benché non siano contraddittori, questi due procedimenti – il disegno e la realizzazione – derivano da due diversi tipi di conoscenza, illustrano due atteggiamenti differenti di fronte all’oggetto da realizzare.
Questa caratteristica dell’edilizia, l’adattabilità delle pratiche operative, si fonda dunque, a nostro parere, su di una ricerca di efficacia nel lavoro. Per riservare un giusto spazio alla diversità, bisogna contare sulla competenza professionale, che consente l’adattamento dei modelli convenzionali e la libertà d’improvvisazione.

Convenzioni e progetto architettonico
Affermare l’autonomia del mestiere o insistere sulla libertà d’improvvisazione che la professionalità conferisce all’artigiano, può sembrare a prima vista in contraddizione con l’esistenza di un progetto elaborato da un architetto. Il progetto architettonico sarebbe allora essenzialmente prescrittivo e si opporrebbe quindi al mondo convenzionale dell’edilizia.
Eppure, se si esaminano i progetti degli architetti classici, si è colpiti dalla scarsità di indicazioni strettamente costruttive. I disegni di Palladio, per esempio, descrivono la composizione architettonica dell’edificio, i suoi elementi ornamentali, la proporzione adottata e le dimensioni principali dell’opera, ma in compenso non forniscono nessuna informazione particolare sul modo di realizzarla, nessuna informazione riguardante specificamente la messa in opera. Ed è cosi per la maggior parte dei progetti correnti dell’epoca classica, quasi il problema della messa in opera non esistesse o, per lo meno, come se gli architetti non s’interessassero minimamente all’aspetto pratico della costruzione. L’innovazione costruttiva era riservata, a quanto pare, alle opere eccezionali.
I problemi della realizzazione si presentavano all’architetto in termini diversi da quelli attuali. I dati e gli imperativi della costruzione venivano inseriti nel progetto in modo differente. In effetti, l’idea che un architetto non possa trascurare il minimo dettaglio costruttivo di un edificio si afferma in epoca relativamente recente, parallelamente all’istituzione del sistema prescrittivo e con lo sviluppo dell’ingegneria moderna. Soltanto nell’Ottocento, infatti, alcuni architetti cominciano a elaborare e ad accludere ai loro progetti veri e propri piani di esecuzione e dettagli costruttivi. Piani che non descrivono più l’apparenza, bensì la natura degli oggetti da porre in opera. Il “dossier” di esecuzione s’inscrive in quella dinamica della previsione e del controllo che abbiamo analizzato più sopra. Esso consente, soprattutto, la verifica preliminare dell’adeguamento del progetto alle norme. Per ogni progetto occorre dunque esplicitare e descrivere la tecnica costruttiva adottata. Così, una disposizione costruttiva, anche se impiegata comunemente, viene ridisegnata ogni volta. Ogni progetto obbliga a ridefinire le tecniche costruttive o a simularne l’invenzione.
Nel suo lavoro, l’architetto classico si fonda sulla propria conoscenza della pratica costruttiva degli artigiani, della loro organizzazione, delle loro convenzioni di coordinamento e di suddivisione. L’architetto utilizza nel suo progetto le convenzioni relative al dimensionamento delle opere, alle disposizioni costruttive e agli oggetti. Si tratta di dati comunemente ammessi, che non occorre rimettere in causa né ridefinire ogni volta. Utilizzati nell’elaborazione del progetto, essi costituiscono una delle basi su cui quest’ultimo potrà svilupparsi. Fra l’architetto e gli artigiani, si stabilisce allora un accordo, una situazione convenzionale. Situazione che risulta tanto più stabile se architetto e artigiani sono abituati a lavorare insieme. Così, F. Mansart lavora sempre con lo stesso capomastro, Villedo; e, in epoca più recente, Alvar Aalto per la realizzazione della Casa Carré nei dintorni di Parigi fa venire la propria impresa dalla Finlandia. Simili situazioni di intesa fra architetti e imprese sono ancora frequenti al giorno d’oggi.

Edilizia convenzionale e architettura
Il nostro interesse per le convenzioni in architettura ha una duplice origine. Da un lato, l’esperienza personale di costruzione e di cantiere, sentita come confronto e spesso incomunicabilità fra due universi tecnici, uno pensato come progetto, l’altro come processo di realizzazione. D’altro canto, una riflessione sull’architettura contemporanea che mira a rimettere in causa un “eroismo” tecnico ed espressivo privo di qualsiasi realtà sociale e il cui contenuto culturale appare oggi risibile. In realtà, si tratta di due questioni difficilmente scindibili una dall’altra e il nostro interesse, in quanto architetti, per i sistemi costruttivi e i problemi architettonici ad essi collegati, le implica entrambe. Ma prima di mostrare l’interrelazione fra questi due aspetti, tecnico e architettonico, delle convenzioni, bisogna cercare di capire quale significato esse abbiano per l’architettura contemporanea.
Nell’Imparare da Las Vegas, Robert Venturi difende l’idea che l’architetto, oggi, debba ricollegarsi a un vocabolario convenzionale che il movimento moderno ha svalutato: «... L’utilizzazione di elementi convenzionali nell’architettura corrente, sia pure delle semplici maniglie di porta o certe forme abituali nei sistemi di costruzione, comporta necessariamente un collegamento con l’esperienza del passato. Questi elementi possono essere accuratamente scelti o intelligentemente adattati sulla base del vocabolario esistente o dei cataloghi standard, piuttosto che creati come oggetti unici a partire da dati originali e dall’intuizione artistica». E più avanti: «Questo approccio è convenzionale dal punto di vista simbolico, ed è anche funzionale, ma delinea un’architettura che, rispetto a quella dell’espressione, ha sicuramente un significato più ampio e più ricco, se non meno drammatico».
Ma è impossibile scindere le convenzioni tecniche da quelle architettoniche. La volontà di mettere in gioco delle convenzioni tecniche, dimensionali o relative a certi prodotti, ha un contenuto architettonico; e qualsiasi convenzione architettonica ha necessariamente un supporto tecnico.
Il progetto architettonico è stato sottoposto, da trent’anni a questa parte, a una serie di vincoli che l’hanno snaturato. Questa situazione è stata motivata dalla necessità economica e sociale della ricostruzione e dei mutamenti che ne sono derivati. È inutile chiedersi se la storia avrebbe potuto seguire un altro corso. In compenso, oggi è assolutamente necessario riesaminare e analizzare criticamente le dottrine architettoniche che hanno giustificato questa sottomissione dell’architettura. Era ovvio, anzi, inevitabile, che esse apparissero in quel momento a sostegno dell’attività degli architetti. Le teorie architettoniche hanno da sempre la duplice funzione di fornire un orientamento ai progetti e di assicurare l’inserimento professionale degli architetti giustificandone l’utilità sociale. Ma queste funzioni vengono occultate e le dottrine si presentano sempre come degli orientamenti oggettivi, in questo caso volti alla ragione e al progresso. Perciò esse si mantengono nell’insegnamento e nella pratica, sopravvivendo alle condizioni per le quali erano state inventate. Abbiamo posto in luce la mancanza di sbocchi della tecnologia normativa e della razionalizzazione dei metodi al di fuori dei grandi cantieri, nonché i limiti della standardizzazione per l’attività frazionata delle imprese odierne. Ma, al di là di questi adattamenti necessari alla produzione, tali riflessioni si applicano anche al progetto architettonico, che non si lascia ridurre entro i confini a cui si è tentato di vincolarlo.
Il lavoro architettonico è costituito da una sequenza di atti complessi. Il progetto è una negoziazione fra le esigenze contraddittorie delle persone per cui si costruisce. La progettazione si protrae per tutta la durata dei lavori, con l’instaurarsi di una complicità e di un positivo dibattito con i costruttori. Senza questa duplice partecipazione, sarebbe un lavoro sterile e arbitrario. Un’architettura qualificata, in particolare, è inconcepibile senza una responsabilità creativa dei costruttori. E appunto sul riconoscimento di questa competenza professionale dovrebbe basarsi la rivalutazione del lavoro manuale. È d’importanza vitale, per l’architettura, che questa professionalità venga riconosciuta e utilizzata, che le tecniche ne tengano conto e che le procedure istituzionali non si fondino sulla sua negazione. Per l’architetto, l’impresa non deve essere soltanto un interlocutore economico, ma anche un partner estetico. Né si tratta di un’opzione utopica. La realtà quotidiana dei cantieri ne dimostra anzi il realismo e l’efficacia economica, al di fuori dei casi estremi della tecnologia prescrittiva. “L’arte di costruire” è un itinerario continuo, dallo schizzo fino all’edificio ultimato. «La costruzione è uno “spessore” del lavoro di progettazione costantemente trasformato a ogni tappa, a ogni momento dell’evoluzione del progetto. Essa non è indipendente dall’economia, dalla congiuntura, dalle pratiche operative locali, dai commercianti di materiali edilizi, come l’architettura non lo è dal programma, dal contesto, dal sistema della commessa» (5).
L’edilizia convenzionale implica dunque il ripristino delle condizioni di accordo abolite dalla prescrizione, nonché l’abbandono sia dell’eroismo tecnologico che delle norme ripetitive della pseudo-industrializzazione. Ma essa implica anche una particolare attenzione alla composizione e alle proporzioni, in un rapporto più sensibile con il contesto naturale o urbano. E anche a questo livello si manifesta un’esigenza che l’industrializzazione e la norma non possono soffocare: la necessaria libertà sulle dimensioni degli elementi del progetto, senza la quale le procedure di adattamento al programma e al sito subiscono delle distorsioni assolutamente sproporzionate rispetto all’interesse economico che ne è alla base. Le teorie del movimento moderno non hanno contestato l’affermazione di Guadet: «L’architetto deve poter essere padrone delle sue proporzioni; senza questa libertà, non c’è architettura».

 

Note:
*. J.M. Savignat e A. Thiébaut, Le convenzioni costruttive. Artigianato e professionalità, in “Lotus International”, n. 37, 1983, pp. 121-127. Le note sono degli Autori.
1. C. Jencks, The language of post-modern architecture, Londra, 1979.
2. D. Scott Brown, “Learning the wrong lessons from the Beaux-Arts”, in “Architectural Design”, vol. 48. nn. 11-12. 1978.
3. Cfr. A. Dupire. B. Hamburger, J.C. Paul, J.M. Savignat, A. Thiébaut, Deux essais sur la construction, Liegi, 1981.
4. R. Venturi, De l’ambiguité en architecture, Parigi, 1976.
5. A. Sarfati, in AMC, n. 52, novembre 1980.

 

 

 

 

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