STORIA > Agostino Galegati, Arte, architettura, astronomia: un rapporto lungo millenni, 2002 (1)

 

L’uomo fin dai tempi più antichi ha osservato il cielo con occhi pieni di stupore e meraviglia e, trovandolo tanto affascinante e misterioso, non ha potuto fare a meno di pensarlo abitato dagli dei, dalle dee e dai personaggi dei propri culti. Questo fatto corrispose al passaggio dall’animismo all’astrolatria, vale a dire il culto dei fenomeni celesti. In seguito, ogni popolazione, a qualunque latitudine, ha riportato nel Cielo anche le immagini della propria vita quotidiana e popolazioni lontane nel tempo e nello spazio, impossibilitate a scambi culturali e commerciali diretti, hanno avuto credenze simili sugli stessi oggetti, animali, aspetti dell’arte e dell’architettura..
La natura del luogo in cui i vari popoli vivevano, l’architettura (i contorni di un tempio o di un palazzo, la planimetria di una città), le piante, gli animali, gli oggetti, per la loro forma o per il loro colore, non potevano che corrispondere a qualche aspetto del Cielo: una stella od un gruppo di stelle, un pianeta, il Sole, la Luna, un evento astronomico particolarmente affascinante od inquietante come ad esempio un’eclissi, una congiunzione planetaria, la comparsa di una cometa o di una stella “nuova”. Le pietre, le ossa degli animali e le pareti delle grotte erano la “carta” su cui gli uomini primitivi incidevano le scene ed i simboli della propria vita quotidiana, le incisioni sulla pietra presero il nome di petroglifi.
Molti di questi simboli sono astronomici; il più famoso ed evidente è il simbolo solare che si ritrova in molte incisioni e spesso viene ripetuto più volte come ad esempio in un bellissimo petroglifo peruviano oppure le fasi lunari che erano un fenomeno talmente evidente che non poteva passare inosservato; infatti, il loro ciclo fu assunto come uno dei primi metodi di scansione e misura del tempo. Molto interessante da questo punto di vista un osso di cervo, animale importante dal punto di vista religioso presso molte popolazioni, ritrovato in Dordogna e risalente a 30 mila anni fa con incisioni interpretate come, appunto, le fasi della Luna.
Un altro simbolo che si ritrova con frequenza è la spirale che probabilmente riproduce il percorso del punto di levata del Sole sull’orizzonte durante le varie stagioni dell’anno (2). Si trovano molti altri petroglifi interpretabili come astronomici; infatti vi sono riproduzioni di comete, di eclissi e di eventi quali le “stelle cadenti” e, forse, congiunzioni planetarie e comparsa di stelle “nuove”.
Presso molte culture sono ricorrenti alcuni aspetti della vita quotidiana che hanno poi assunto un significato anche astronomico. Alcuni esempi di queste credenze “universali” e rappresentate nelle opere artistiche od architettoniche sono sicuramente:
1. L’Uovo, da cui nascono moltissimi animali e per questo motivo indicato come l’origine del Cosmo in cui noi viviamo, il cosiddetto uovo primigenio, una sfera misteriosa che galleggia nell’etere primordiale e che, per effetto dell’energia contenuta, ad un certo punto si rompe in due, con un gigantesco boato, separando Cielo e Terra.
2. L’acqua, fonte di sostentamento per tutti gli esseri viventi ed altro simbolo dell’origine del Cosmo; presso moltissime popolazioni l’Uovo cosmico è covato sulla superficie dell’acqua; la nozione d’acqua primordiale o d’oceano delle origini è comunque quasi universale; infatti, anche gli abitanti delle isole della Polinesia e la quasi totalità delle popolazioni austro-asiatiche individua nell’acqua la potenza cosmica.
3. L’albero, inteso come Asse del Mondo attorno al quale ruota tutto l’Universo, ma anche simbolo della nascita e dello sviluppo del Cosmo e simbolo solare in cui i rami o le radici ne rappresentano i raggi che abbracciano tutta la Terra.
4. Il cerchio: la forma del cerchio, il più importante e diffuso simbolo, è spesso riprodotta con riferimento al Sole (un cerchio con il centro segnato) ed alla Luna. Il cerchio non ha inizio né fine, né direzione, né orientamento e per questo motivo e per le orbite circolari delle stelle attorno al polo celeste e dei pianeti attorno alla Terra od al Sole, l’iconografia della volta celeste si sviluppa sotto forma di una cupola sferica; il cerchio è quindi anche il simbolo del cosmo sopra di noi. Il cerchio sormontato da una croce diventa il simbolo astronomico della Terra. Il cerchio è in rapporto con la determinazione del Tempo come il quadrato è in rapporto con la determinazione dello Spazio.
5. Il serpente: il fatto che il serpente subisca la muta della pelle era un simbolo della vita e dell’Universo che si rinnova. Altri esempi interessanti sono: presso i Maya, la Via Lattea e l’eclittica sono un gigantesco serpente a due teste, in Cina il serpente è una delle costellazioni zodiacali ed i due principi creatori Fuxi e sua sorella Nüwa hanno il corpo di serpente e sostengono il Sole e la Luna.
Questi sono solo alcuni esempi di simboli comuni a molti popoli.
I Maori della Nuova Zelanda, molto curiosamente, sostenevano, come sosteneva Pitagora, che ogni stella era abitata, solcata da alte montagne e pianure mentre per gli Yakuti, una popolazione dell’Asia centrale, le stelle non sarebbero altro che le “finestre del mondo” per l’aerazione delle sfere celesti.
Le culture precolombiane maya, azteca ed olmeca hanno avuto una ricchissima simbologia astronomica e cosmologica. Questa simbologia è basata principalmente sull’agricoltura ma anche i loro manufatti (studiati in maniera approfondita da Linda Schele e David Freidel) e le loro piramidi, che servivano anche da veri e propri osservatori solari ma anche lunari, hanno avuto un ricco significato simbolico. Tra gli esempi più interessanti di manufatti olmechi vi è sicuramente il cosiddetto “San Martin Pajapan Monument 1”, una figura antropomorfa che solleva una sbarra od un tronco. Questa sbarra è stata identificata con la Via Lattea e quindi questa figura potrebbe essere una sorta d’Atlante mesoamericano che solleva e sostiene la volta celeste.

San Martin Pajapan Monument 1 – La statua è un blocco di basalto alto 142 cm, risalente a prima del 1000 a.C. Fu trovata nel 1925 sul vulcano di San Martin Pajapan, nello stato messicano di Veracruz
Nel 2003, Graham Chase dimostrò l’allineamento delle stelle Rigel e Betelgeuse (costellazione di Orione) e Sirio (costellazione del Cane Maggiore, posta sul prolungamento delle precedenti) con le piramidi di Abu Roash, Zawyet-El-Aryaned Eliopoli (periferia del Cairo)
Schema dell’interno della piramide di Cheope
Le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino (2600-2500 a.C.) furono costruite parallelamente alla costellazione di Orione

L’architettura, come si diceva, ha avuto una grandissima importanza per quanto riguarda gli aspetti simbolici ad essa correlati. La volontà di parafrasare sulla terra, nella planimetria di un edificio o dell’intera città, la conformazione d’allineamenti stellari è interpretabile come glorificazione delle meraviglie del cielo ed emulazione della potenza creatrice primigenia.
Molti studiosi hanno condotto ricerche per trovare eventuali corrispondenze di questo tipo. La maggior parte di questi studi resta tuttora oggetto di discussione.
Gli orientamenti delle strutture megalitiche britanniche, africane, iberiche più comuni sono quelli verso la posizione del Sole all’alba od al tramonto dei due equinozi o, più frequentemente, dei solstizi.
All’interno delle Piramidi della piana di Giza furono costruite rampe, chiamate anche “corridoi stellari”, in parte per facilitare la costruzione delle strutture interne, ma anche per motivi religiosi; infatti, questi corridoi erano ritenuti delle “corsie preferenziali” per l’anima del Faraone (che diventa l’anima d’Osiride) verso la Duat (il paradiso collocato nel cielo delle stelle imperiture, le costellazioni circumpolari). Gli orientamenti, ad esempio della Piramide di Cheope, sono verso le culminazioni superiori di una delle stelle che formano la cintura d’Orione, di Thuban (la stella polare di quel periodo), di Sirio e di ß Ursae Minoris. La disposizione di alcuni edifici è tale che il Sole in precisi giorni dell’anno illumina la camera sepolcrale del personaggio importante che vi è sepolto (Ramses II in Egitto ad esempio) oppure un punto particolare di una chiesa, ad esempio l’altare o la cripta.
I palazzi della città maya di Uxmal corrisponderebbero a costellazioni ben precise: la “Casa del Governatore” alla costellazione dei Gemelli, il “Quadrilatero delle monache” alla costellazione della Vergine, la “Casa delle tartarughe” al Cancro, “Piramide dell’Indovino” allo Scorpione.
Secondo lo studio di Louis Charpentier, peraltro molto discusso, la disposizione delle cattedrali gotiche francesi di Notre Dame (Reims, Chartres, Amiens, Bayeux ed Evreux) collegate tra loro riprodurrebbe la forma della costellazione della Vergine mentre le abbazie benedettine di Caux disegnavano sul terreno la figura dell’Orsa Maggiore.

Sovrapposizione della costellazione della Vergine (in nero) con le cattedrali francesi (in giallo)

Il tempio non è solo un luogo religioso ma ha anche, presso le culture più diverse, un riscontro nei fenomeni celesti come ad esempio il tempio di Salomone. Il tempio, come le chiese e le cattedrali, infatti, è spesso orientato secondo un’immagine cosmologica (l’asse est-ovest decumano corrispondeva alla posizione del Sole mentre l’asse nord-sud cardo all’asse celeste) che funge da modello dell’Universo oppure rispecchia simbolicamente l’ordine del mondo oppure punta verso un particolare asterismo. Giorgio de Santillana nel suo libro Il Mulino di Amleto scrive: «I templi, costruiti con intenzione sulla Terra, sono il punto-specchio, la controparte terrestre, di una ruotante perfezione», la ruotante perfezione dell’Universo.
Nel Pantheon, per esempio, uno dei templi più famosi di Roma, la cupola simboleggia la sfera celeste, il foro apicale rappresenta il Sole e la luce che penetra dal foro percorre il cornicione interno che rappresenta l’equatore celeste.
Il soffitto astronomico del tempio di Hathor a Dendera ci fornisce uno dei più antichi planisferi delle costellazioni egizie, pesantemente influenzato però da quelle appartenenti alla cultura mesopotamica; infatti, le costellazioni riprodotte sono quelle zodiacali provenienti da quella cultura circondate dalle costellazioni egizie.
Il tempio Mayor azteco, distrutto dagli Spagnoli, era orientato in modo tale che osservando dal tempio di fronte, quello dedicato al Quetzalcoatl, la levata del Sole agli equinozi, si poteva vedere l’astro levarsi tra i due tempietti che erano posti sulla sua cima.
Uno dei più importanti santuari buddhisti è il grandioso Borobudur sull’isola di Giava, un tempio costruito seguendo lo schema del Mandala, simbolo della montagna cosmica.
Nel tempio di Vidyasankara a Sringeri, nell’India meridionale e risalente al quattordicesimo secolo, le dodici colonne principali rappresentano le dodici costellazioni zodiacali e la luce del sole nascente illumina una dopo l’altra le dodici colonne secondo il mese.
I segni zodiacali, le stagioni, i mesi, i pianeti, il Sole, la Luna, interpretati in maniera più o meno bizzarra, sono stati frequentemente utilizzati come motivi ornamentali, dagli architetti e dagli scultori anche nelle cattedrali gotiche e romaniche francesi, nel Tempio Malatestiano di Rimini o nel Battistero di Parma, per fare solo alcuni esempi.
Questi motivi ornamentali avevano anche lo scopo di fornire al popolo illetterato un riassunto enciclopedico delle credenze religiose e delle conoscenze scientifiche d’ordine pratico: vizi e virtù, le verità morali, il lavoro dei campi, le arti liberali e meccaniche, in quanto i libri ancora non esistevano ed i manoscritti erano solo per pochi eletti.
Il “Campo dei Miracoli” di Pisa (formato dal battistero, dal campanile, dalla cattedrale, dall’ospedale e dal camposanto) fungeva da orologio (con il Campanile come gnomone) e calendario cosmico in quanto in esso venivano misurati tutti i tempi esistenziali, principalmente l’inizio dell’anno pisano (prima della riforma gregoriana il 25 marzo, giorno della festa dell’Annunciazione di Maria) e l’entrata del Sole nelle varie costellazioni. La collocazione dell’asse principale della cattedrale e del battistero corrisponde al cammino del Sole il 21 marzo (Ariete) e 21 settembre (Bilancia). L’allineamento Nord–Sud della facciata della cattedrale coincide con l’orientamento della costellazione del Cancro (21 giugno) e del Capricorno (21 dicembre).
La collocazione del campanile, rispetto agli altri monumenti, viene spiegata come la ripetizione sul terreno della posizione delle tre stelle principali dell’Ariete oppure, meglio, come la ripetizione sul terreno dell’angolo di 23º27’ che il Sole fa con l’eclittica il 25 di marzo. Un’altra importante simbologia astronomica è l’allineamento asse del battistero – asse duomo – porta campanile – legato all’inizio dell’anno civile pisano ed alla primavera astronomica. Nel Battistero, il numero aureo 1.618 (vedi compasso nel dizionario) è fedelmente rispettato, nella proporzione tra pronao e parte circolare centrale, che riflette le costellazioni zodiacali nelle sue dodici suddivisioni interne ed esterne e nelle finestre esposte al Sole in determinate ore e stagioni. La sua forma a dodici specchi simmetrici indica certamente connessioni astronomiche non ancora identificate.
Il capitello dei due scimmioni del campanile è indicativo del sorgere del Sole alla cosiddetta “data dei Gemelli” o del solstizio d’estate.
Intere città sarebbero state progettate e costruite seguendo la forma delle costellazioni.
La griglia urbana quadripartita di molte città aveva un significato cosmologico ed era legata all’orbita del Sole.
Le città mesopotamiche di Sippar e Nippur, ad esempio, seguivano rispettivamente la conformazione delle costellazioni del Cancro e dell’Orsa Maggiore, analogamente alla città cinese di Ch’ang-an.
Secondo lo studio di Graham Hancock, la città Khmer di Angkor sarebbe la controparte terrestre della costellazione del Drago, che per i cambogiani è la costellazione del Cobra, visto eretto nell’atto di attaccare o nel rituale del corteggiamento, ed i suoi templi, a base quadrata, corrisponderebbero alle stelle più luminose di questa costellazione: Ta Keo sarebbe la controparte sulla Terra della stella Zeta Draconis, Bakong era definito la scala del cielo, Phnom Bakeng, utilizzato come osservatorio solare e lunare, era la controparte terrestre di e Draconis e doveva simboleggiare, nelle intenzioni del costruttore, l’evoluzione celeste delle stelle, Angkor Wat, costruita al centro di un bacino idrico, costituiva l’Asse del Mondo, all’equinozio di primavera, collegata alla terraferma da un ponte che costituiva la strada tra la Terra ed il cielo, Tutti questi templi sono rivolti ad est (l’origine della luce) tranne Angkor Wat che si rivolge ad occidente in quanto tempio funerario (a rappresentare la fine della luce).
Il Willets afferma che l’asse nord-sud delle città cinesi d’antica costruzione era legato al meridiano celeste, il palazzo dell’imperatore era dedicato dal sovrano alla stella Polare per rendere omaggio al Cielo che considerava suo unico superiore.
Moltissimi popoli rappresentarono simboli astronomici anche sugli oggetti di uso quotidiano e sulle proprie monete.
I Celti, ad esempio, secondo lo studio di J.Muller del 1987, in monete risalenti al I secolo a.C. avrebbero rappresentato il passaggio della cometa di Halley (87 a.C.) raffigurandola come un punto con una coda di cavallo.
Esiste una moneta d’argento coniata dagli Edui presumibilmente intorno al 100-60 a.C., quindi precedentemente all’invasione romana, sul cui retro è possibile osservare l’immagine di una stella sotto la figura di un cavallo.
L’interpretazione, in questo caso, è notevolmente più complicata poiché l’oggetto rappresentato è di tipo stellare e senza coda. La stella raffigurata potrebbe essere stata una nova od una supernova invece che una cometa.
Su una moneta d’argento del tipo detto di Buschelquinar risalente al I secolo a.C., è incisa una configurazione di quattro oggetti immersi in un alone raggiato a forma di spirale.
Tale configurazione potrebbe rappresentare una congiunzione planetaria di più pianeti, molto luminosa, verificatasi, secondo le simulazioni al computer, nel giugno dell’anno 26 a.C. nella costellazione del Leone, vicino a Regolo.
I pianeti interessati furono Venere, Giove e Saturno e poco distante fu presente anche Marte, inoltre nei primi giorni di giugno anche la Luna transitò in vicinanza dei pianeti in congiunzione.
L’eccezionalità dell’evento avrebbe spinto questo popolo a questo tipo di rappresentazione sulla moneta.
I Fenici, considerati i maggiori commercianti del tempo antico, rappresentarono, in una bellissima patera in oro, il carro del Sole.
In Mesopotamia, su sigilli reali risalenti alla metà del III millennio a.C., è riprodotto il combattimento del Leone con il Toro, simbolo di un’eclissi o di una congiunzione planetaria o del cambio di stagione.
Anche nelle pietre di confine “kudurru” un toro circondato da stelle (probabilmente la costellazione) è uno dei soggetti più rappresentati. Secondo moltissime tradizioni la comparsa di una cometa nel cielo era considerato presagio di disgrazie, come possiamo vedere nell’arazzo di Bayeux nel caso della cometa di Halley ma questo oggetto del nostro sistema solare è stato riprodotto anche da Giotto nella cappella degli Scrovegni; secondo l’iconografia medioevale la cometa viene spesso rappresentata da una spada fiammeggiante, simbolo della ira di Dio e della Sua volontà di punire gli uomini.

Angkor Wat (XII secolo) in Cambogia) è il tempio principale, unico rimasto intatto, dell’impero Khmer
Kudurru babilonese
Antiporta dell’Almagestum Novum di Giovanni Battista Riccioli (1598-1671)
Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, incisione 24,1x19,2 cm, British Museum, Londra – La Melencolia (malinconia, depressione) è simboleggiata da una giovane alata, seduta e inattiva. Per terra sono gli inutilizzati strumenti-simboli della vita; sul muro del palazzo è il “quadrato magico perfetto” basato sul numero 34

Fra i vari frontespizi od antiporta che hanno illustrato nei secoli numerosi testi di astronomia, con simbolismi od allegorie specifici, ci piace qui ricordare la seicentesca antiporta dell’Almagestum Novum del gesuita Giovanni Battista Riccioli. Le numerose allegorie presenti sono state illustrate dallo stesso autore nella dedicatoria. Il gigante Argo, mostro dai cento occhi dai quali è ricoperto, si vede sulla sinistra mentre regge un cannocchiale che poggia sull’occhio che ha sul ginocchio, a significare che l’uomo di scienza deve sempre mantenere un atteggiamento di genuflessione a Dio nei suoi studi. Sulla destra è la dea della giustizia Astrea – poi trasformata nella Venere celeste – che pesa su una bilancia i due sistemi del mondo, quello copernicano e quello ticonico, rinnovato dallo stesso Riccioli. I due sistemi sono esemplificati in alto da putti che sorreggono i pianeti in moto, rispettivamente, attorno al Sole e alla Terra. Naturalmente nell’allegoria il peso maggiore è assegnato al sistema di Riccioli. Sotto le due figure, Tolomeo ai cui piedi il proprio sistema, oramai decisamente sconfitto dalle osservazioni di Galileo. Nel centro, lo stemma della famiglia Grimaldi, cui è dedicata l’opera anche in ricordo dell’amico astronomo scomparso Francesco Maria Grimaldi.
Forse una delle opere più note che rappresenta proprio l’icona del simbolismo, in questo caso soprattutto matematico ed alchemico oltre che astronomico, è la Melencolia I di Dürer, del 1514, che, secondo alcuni, rappresenterebbe i pericoli – il cosiddetto furor melancholicus – della ricerca ossessiva.
Anche la pittura è stata influenzata nel corso del tempo dall’Astronomia; infatti moltissimi quadri o affreschi anche a sfondo religioso presentano riferimenti astronomici come ad esempio nella Cappella degli Scrovegni Giotto ha rappresentato il passaggio della cometa di Halley che cadeva proprio negli anni di realizzazione dell’opera o molti riferimenti tra la Luna (ed il suo crescente in particolare) e la Madonna.
Questi sono solo alcuni esempi della grande varietà di riferimenti tra Astronomia ed altre discipline più “umanistiche” e per certi versi più “fantasiose” oltre che pratiche come sono, appunto, l’Arte e l’Architettura ed ulteriori studi potrebbero portarne alla luce di nuovi ed interessanti.

 

Note:
1. Da http://www.racine.ra.it/planet/testi/aarte.htm. Nota (N.d.C.), illustrazioni e didascalie sono a cura dell’associazione culturale Larici. Galegati (1972) è laureato in Astronomia.
2. Una spiegazione in tal senso è data da Guido Cossard nel suo libro Cieli perduti e sintetizzata dalla fisica Gabriella Bernardi: «Partendo dal presupposto che l’osservazione del cielo per gli antichi, oltre a rivestire un’aura magica, era effettuata per scopi molto pratici, come la definizione di un calendario, nel quale il Sole e la Luna erano fondamentali per capire quando seminare o fare il raccolto, citando Cossard: “Immaginiamo di seguire il moto apparente del Sole dal solstizio invernale. La nostra stella, quel giorno, sorgerà in punto verso sud-est, descriverà un arco molto basso e tramonterà verso sud-ovest. Successivamente, il punto di levata si sposterà verso est, l’arco crescerà ed il punto del tramonto si sposterà verso ovest. Continuiamo a seguire, per semplicità, solo lo spostamento del punto di levata; esso si sposterà progressivamente verso est (un neolitico direbbe verso sinistra), fino a quando nel giorno dell’equinozio di primavera, il Sole sorgerà esattamente ad est (supposto libero l’orizzonte). Il punto di levata si sposterà ancora progressivamente verso nord-est (sinistra) ove raggiungerà un limite estremo nel giorno del solstizio d’estate. Al di là di quel punto il Sole non potrà mai sorgere. Quel giorno l’arco sarà massimo e il tramonto avverrà in un estremo verso nord-ovest”. È facile immaginare di stilizzare questi movimenti con una serie di semicerchi concentrici sempre più larghi. È altrettanto facile immaginare che un antico si potesse chiedere dove andasse a finire il Sole dopo il tramonto. Vendendolo ricomparire il giorno dopo, poco più a sinistra, la cosa più naturale è quella di immaginare che al tramonto il Sole percorresse un altro semicerchio sotto l’orizzonte che lo portava al punto di levata del giorno successivo. Ecco quindi che i semicerchi superiori vengono completati con quelli inferiori, producendo una spirale che si allarga in senso orario e che indica il cammino del sole dal solstizio invernale a quello estivo. E poi? Successivamente s’invertirà il moto del punto di levata che ora inizierà a spostarsi verso destra. Il Sole sorgerà nuovamente ad est nell’altro equinozio, quello d’autunno. Continuando il suo spostamento verso destra, giorno dopo giorno il punto di levata ritornerà a sorgere nell’estremo verso sud-est. Anche quest’altro estremo non potrà mai essere superato. A questo punto è passato esattamente un anno. Prendendo un punto qualsiasi del cielo, presumibilmente uno dei due estremi per motivi di semplicità, e contando il numero di giorni che il punto di levata impiegava a ritornare nello stesso punto dopo aver percorso un intero ciclo, si determinava immediatamente la durata dell’anno. Ma come si fa a prendere un punto qualsiasi del cielo? Bisognava avere dei riferimenti, infatti: “[…] un osservatore poteva, osservando sempre dalla stessa posizione, presumibilmente visualizzata materialmente sul terreno, per esempio con una pietra, utilizzare due pali infissi nel terreno come mire, in corrispondenza dei due estremi raggiunti dal punto di levata del Sole nei solstizi. In questo modo era in grado di determinare la durata dell’anno e di individuare la data. Questo spiega anche il funzionamento di base dei circoli di megalitici che si possono trovare in tante parti del mondo e il cui esempio più famoso è la celebre Stonehenge, e suggerisce una simpatica esperienza che chiunque può fare, avendo a disposizione se non un terreno, anche uno spiazzo. In corrispondenza di un solstizio e degli equinozi si potrebbero evidenziare i punti di levata o di tramonto del Sole in qualche maniera sul terreno e costruirsi così un calendario “alla maniera degli antichi”». (N.d.C.)

 

 

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it