STORIA > Lisa Redfield Peattie, Dramma e advocacy planning, 1970 (1)

 

Appartenente a una famiglia di sociologi e antropologi, Lisa Redfield Peattie ha conseguito nel 1968 il dottorato di ricerca nell’Università di Chicago e ora è professore emerito di Antropologia sociale al Massachusetts Institute of Technology (MIT) a Cambridge, Mass. Il suo interesse per l’antropologia si concretizzò nel 1948, quando iniziò a partecipare al Fox Project, che mirava a ridefinire l’antropologia non come scienza pura, ma come parte del paesaggio umano e morale (2). Nel 1962 ebbe con il marito Roderick Peattie l’incarico dal MIT di pianificare la città di Guyana nell’interno del Venezuela, esperienza che descrisse nel libro The View dal Barrio (1968). Morto il marito in un incidente stradale in Venezuela, tornò a insegnare al MIT e collaborò alla fondazione di diverse organizzazioni volte a offrire assistenza tecnica e legale alle classi meno abbienti che non avevano alloggio o che si vedevano sfrattate dalle loro case in seguito alla costruzione di infrastrutture o quartieri di lusso. Seguiva, cioè, la cosiddetta «advocacy planning» – un tipo di pianificazione urbana tesa a difendere cittadini e comunità locali fino ad allora inascoltati nella progettazione urbana – che si configurava come una germinazione evoluta di quel movimento che si opponeva alla programmazione urbanistica, astratta, a favore di città a misura d’uomo, reale, nato dopo la pubblicazione del famosissimo libro di Jane Jacobs (1916-2006) The Death and Life of Great American Cities (1961, trad. it. Vita e morte delle grandi città, 1969), diventato un classico della sociologia urbana. Infatti, all’epoca, alcuni gruppi di professionisti e studiosi scelsero di schierarsi con gli abitanti dei quartieri urbani a basso reddito contro il potere di immobiliari e uffici di sviluppo, i quali non esitavano a spianare interi quartieri periferici per realizzare autostrade, abitazioni di lusso, grandi istituzioni, centri commerciali o per congressi ecc. senza offrire nulla in cambio.
Il termine «advocacy planning» fu coniato nel 1965 dall’avvocato-urbanista Paul Davidoff (1930-1984), sviluppato negli anni successivi e messo in discussione da Robert Goodman in After the Planners (1971, trad. it. Oltre il piano, 1973) che riteneva che opporre tra loro i professionisti avrebbe portato all’immobilità della società e che, in ogni caso, le comunità locali avrebbero dovuto operare entro i limiti imposti da persone esterne e con interessi totalmente diversi dai loro. Nell’articolo qui proposto, temporalmente collocato prima della tesi di Goodman, Lisa Redfield Peattie (3) mette a fuoco alcune importanti questioni paragonandole a una rappresentazione teatrale.
A distanza di quasi mezzo secolo, nelle università statunitensi è ancora obbligatoria la lettura dei testi succitati e l’advocacy planning si affianca – non la sostituisce – alla più neutra “progettazione partecipata” che coinvolge anche i fruitori del progetto e si limita alle prime fasi interlocutorie, poco o nulla vincolanti.

 

I progettisti hanno sempre discusso sul problema delle comunità, ma in questi ultimi anni, esse, con un notevole distacco, sono state poste in secondo piano. Recentemente uno dei fatti principali nell’ambiente progettuale americano è stato la richiesta alla comunità di rappresentarsi e di autodeterminarsi.
Il carattere di necessità di queste nuove azioni politiche è stato contestato: vi sono state delle proteste sulla legittimità e sul carattere rappresentativo dei «portavoce della comunità» e dei reclami affermanti che i gruppi organizzati non rappresentano realmente l’intera comunità. Un recente articolo sul New York Times riguardante il fatto di render partecipi i cittadini alle decisioni in materia di ristrutturazione urbana si riferisce un po’ sardonicamente «all’influenza della “comunità” secondo la comune ed esplicita definizione di questi abitanti» (Shipler, 1969). Io cercherò di dimostrare che le riserve e le obiezioni fatte sono in genere giuste, ma vorrei riuscire a dimostrare che valgono anche nei casi di comunità che sembrano meno problematiche, e che la «genuinità» della comunità, cioè la sua omogeneità e integrazione sociale, non è un buon criterio per delle implicazioni politiche.
Questo può avere qualche importanza finché il concetto di «comunità» come forza politica, e forse come entità politica all’interno della quale le risorse sarebbero unite e distribuite, è diventato un tema centrale della politica urbanistica americana. Qualche pubblica udienza sul progetto di ristrutturazione urbana ha i suoi «rappresentanti della comunità»; i «portavoce della comunità» compaiono a discutere la proposta di un’autostrada; un Community Self Determination Act proposto nel congresso renderebbe possibile agli abitanti delle zone all’interno di qualche città di organizzare corpi per ricevere fondi e realizzare una varietà di servizi economici e, in senso lato, funzioni politiche in nome della comunità.
Ritengo di aver incoraggiato questa tendenza prendendo parte allo sviluppo di un’organizzazione senza profitti per provvedere di servizi tecnici le comunità a basso reddito interessate dalla pianificazione. È in seguito alla mia esperienza fatta con tale organizzazione che preferirei prima fare un commento sulla comunità.

Sostenere gli interessi della comunità
L’organizzazione alla quale mi riferisco, l’Urban Planning Aid, fu fondata tre anni fa a Cambridge, Massachusetts, da un gruppo di professionisti – una coppia di architetti e di pianificatori, un avvocato, un sociologo e io stessa – i quali si convinsero che la pretesa di alcune parti dell’Istituto per la pianificazione di rappresentare l’interesse pubblico o il benessere generale era in realtà apparente (Peattie, 1968). Noi credevamo, e ancora crediamo, che il concetto di benessere generale come guida a una linea politica era un miraggio, che le società e le città comportano in realtà una quantità di interessi particolari e che qualche piano fosse attualmente uno strumento politico in grado di rappresentare qualche particolare fetta di questi possibili interessi, risolvendosi nella vecchia problematica su chi ne traeva guadagno, quando dove e come. Sembrava chiaro che alcune categorie di persone più altre avevano i loro interessi meglio rappresentati nella progettazione, che il processo di pianificazione favoriva una maggior ricchezza e un maggior potere, e che la povera gente, essendo impossibilitata a trovare la maniera per far valere i propri interessi, avrebbe probabilmente continuato a vedere le autostrade instradate attraverso le loro periferie e le loro vecchie case demolite per far posto a edifici di appartamenti ad alto costo. In tal modo costituimmo l’Urban Planning Aid sul tipo dell’organizzazione senza profitti per procurare i servizi di pianificazione alle comunità a basso reddito e per sostenerne gli interessi nel processo di pianificazione, allo stesso modo in cui l’avvocato sostiene l’interesse del suo cliente in un procedimento legale.
Ciò che qui voglio sottolineare è che noi definiamo il nostro compito come quello di aiutare le comunità a basso reddito; i nostri clienti sarebbero stati di tipo collettivo e non individuale, organizzazioni o collegi politici. Non mi pare che si sia parlato o discusso a fondo di questo; per quanto mi sembra di ricordare che questa fraseologia apparve naturale a tutti noi. Credo che uno dei problemi che sto accennando in questo articolo – al quale trovo che in nessuna maniera si riesca a rispondere facilmente – sia: perché parlare in nome della comunità dato che ciò che ne risulta è in sostanza l’assurdità logica di agire in questo modo?
L’attività dell’Urban Planning Aid incominciò avendo per «clienti» due comunità. Una era un sobborgo di Cambridge e lamentava il fatto che l’attraversamento di un’enorme autostrada avrebbe comportato l’allontanamento di 1300 famiglie e lacerato il tessuto sociale disperdendo coloro che vi abitavano da lungo tempo e dividendo persone e istituzioni. La seconda era Lower Roxbury, una zona di Boston rovinata dall’inquinamento, abitata principalmente da negri e iscritta fra le aree da sgomberare per la costruzione di un nuovo «campus» universitario. Il gruppo di abitanti che aveva chiesto il nostro aiuto voleva che fossero incluse nel piano abitazioni a basso-medio reddito.
Questi due clienti si sottoposero a una trasformazione evolutiva alquanto differente. Il gruppo di Cambridge esiste tuttora ma è entrato a far parte di una più larga coalizione di gruppi cittadini avente a che fare con i progetti di estradizione sociale; questa coalizione in effetti incominciò ad esistere dopo che l’Urban Planning Aid definì il problema come parte di uno più generale: l’influenza di classe in favore degli usi autonomi inerenti l’intero processo di programmazione dei trasporti metropolitani a Boston. Nel frattempo il gruppo di Boston, avendo vinto la sua battaglia per far includere delle case come pure una scuola nell’area, si è costituito come società senza profitti e sta muovendosi per sviluppare il problema delle abitazioni.
Entrambi i gruppi comunitari hanno avuto allora una lunga durata e un comprensibile successo. Essi sono stati anche giustamente legittimati nel senso che in nessun caso la posizione è stata assoggettata al problema derivante dalle enunciazioni contrastanti dei desideri o degli interessi della comunità. A Canbridge non solo coloro che erano proprietari di una casa sul percorso dell’autostrada, ma anche i funzionari direttivi della città hanno assunto un atteggiamento risoluto contro l’autostrada. A Boston nella zona in questione mentre alcuni abitanti erano interessati alla costruzione di abitazioni più che ad altre cose, nessuna richiesta sembrò escludere il problema della casa. Ma in entrambi, i gruppi hanno uno scarso numero di appartenenti e sono portati a cercare un’adesione più vasta di proprietari di case e di persone residenti da lunghissimo tempo nella zona, la quale comprende anche un considerevole numero di persone di passaggio. A Boston quando non prestavamo assistenza al gruppo comunitario nel fare un esame di ogni persona nella zona inserita nell’elenco fra quelle destinate ad essere ristrutturate, scoprimmo presto che vi era un considerevole numero di abitanti i quali non avevano mai sentito parlare dell’organizzazione e che, anche quando venivano informati che la sua attività era in sostanza al servizio dei loro interessi per mantenere una certa quantità di abitazioni a basso costo a Boston, non sembravano molto invogliati ad unirvisi. Infatti si poteva dire che proprio quelle persone la cui posizione nel mercato delle abitazioni era più precaria e che quindi avrebbe avuto i maggiori interessi nei problemi portati avanti nel gruppo comunitario erano anche quelle così fortemente pressate, così sospettose e così poco integrate nella zona in questione da non farsi membri dell’associazione.
Il gruppo comunitario non era assistito solo dalla nostra organizzazione, ma anche da diversi organizzatori comunitari appartenenti ad agenzie sociali. Noi credevamo che questi organizzatori avrebbero svolto il lavoro di organizzare la comunità e sarebbero stati solleciti nel portarci dentro anche coloro che non vi aderivano in modo da renderli partecipi alle discussioni sul futuro della zona e sul tipo di costruzioni che avrebbe trovato posto. Questo non accadde. Dapprima pensammo che gli organizzatori fossero pigri o sovraccarichi di altre responsabilità. In seguito cominciai a constatare che conoscevano il loro lavoro: che, da un certo punto di vista l’organizzazione sarebbe stata meno efficiente se avesse continuato ad incorporare ed assimilare nei suoi processi interni molti nuovi membri. Ciò di cui l’organizzazione aveva bisogno per essere efficiente come forza politica era un gruppo ristretto di leader; un numero di aderenti sufficiente a riempire una sala durante un incontro con un pubblico occasionale, e l’assenza di un’energica opposizione locale.

Il dramma della comunità
Fu a questo punto che improvvisamente incominciai a vedere la comunità di Lower Roxbury sotto l’aspetto di una rappresentazione drammatica, e gli organizzatori della comunità come persone che si applicavano ad allestire e dirigere la messa in scena. Essi talvolta pubblicavano uno scritto sostanzialmente improvvisato. Vi partecipavano gli attori principali, i funzionari e i membri attivi dell’organizzazione. E vi era un cast di sostegno costituito da quei membri della comunità che potevano avere incontri e audizioni pubbliche i cui clamori della folla potevano intimidire l’autorità dello svolgimento. Vi erano dei costumi che suggerivano, attraverso alcuni precisi attributi fisici, una situazione circoscritta; le carte e le relazioni che il nostro gruppo stava producendo rientrano in questa categoria.
Talvolta infatti la definizione della comunità come forza politica può assumere un aspetto alquanto teatrale, come nel caso della drammatica «apparizione improvvisa» dell’organizzazione chiamata CAUSE, Community Assembly for a United South End.
Nel South End di Boston un grandioso progetto di ristrutturazione urbana è rimasto nascosto per alcuni anni. La partecipazione cittadina aveva rappresentato una componente notevole nel processo di progettazione, e ciò non senza motivo, in quanto il primo progetto redatto dal Redevelopment Authority aveva ricevuto una clamorosa sconfitta dall’opposizione locale, al punto che l’Authority non vedeva altra soluzione che quella di ricominciare da capo, questa volta con l’aiuto e il consenso accordato dai cittadini (Hyman, 1969). L’Authority aveva assunto un organizzatore che era riuscito a trascinare nella progettazione molti se non la maggior parte dei gruppi organizzati nella zona. I progetti vennero discussi, completati e approvati dalla città. Ma due grandi problemi restavano ancora da risolvere. Uno aveva a che fare con quella popolazione locale che non era stata inclusa nella progettazione, formata per la maggior parte da poveri e da neri. L’altro riguardava le difficoltà nel completare il piano. Si fa prima ad abbattere gli edifici che a costruirne di nuovi; in tal modo l’Authority costringeva gli abitanti ad andarsene prima che le nuove case della periferia potessero essere utilizzabili. Infatti erano sorti dei dubbi circa gli esiti futuri delle nuove case, concernenti il prezzo che quella gente, per lo più a basso reddito, poteva pagare. Così si formò un gruppo potenziale di «leader», non organizzato all’interno della progettazione, che contava sull’adesione potenziale di un numero considerevole di persone interessate allo stesso problema, riconducibile nell’ambito della protesta contro l’agenzia pubblica. CAUSE incominciò ad occuparsi della rappresentazione degli interessi di queste persone.
Ma questa organizzazione era molto piccola, formata soprattutto dal suo organizzatore e da un piccolo gruppo di aderenti, e parve trovare gravi difficoltà nell’influenzare le agenzie cittadine. Quando, in seguito all’organizzazione, il nostro gruppo di progettazione uscì con un’analisi del piano per il South End e per il suo compimento, le cose procedettero meglio di prima. Ma allora il gruppo aveva invaso un lotto destinato a parco nella zona – un lotto, notare bene, di proprietà del Capo dei Pompieri. Il lotto venne occupato, si buttarono all’aria delle piccole baracche, e si piantarono dei cartelli chiedendo una sospensione dei lavori per l’esecuzione del piano. Per due notti un gruppo di persone, bianchi e neri, occuparono il lotto, dormendo in tende e baraccamenti, tambureggiando e cantando di tanto in tanto, rilasciando interviste ai giornalisti e agli operatori televisivi che erano arrivati. I simpatizzanti accorsero, non appena venuti a conoscenza del fatto, e alcuni di essi portarono anche dei materassi. Era un tipo di operazione politica teso ad evidenziare con un fatto tangibile la richiesta dei partecipanti sul fatto che la terra dovesse essere usata per costruire case piuttosto che per usi commerciali, che la progettazione fosse al servizio del «popolo» piuttosto che dei «politici» e che la gente necessitante di case nel South End era, come molti di loro, povera e nera.
Nella mia mente paragonai questa occupazione all’invasione illecita della terra nell’America Latina e constatai come questa fosse di gran lunga più teatrale, dato che non si aveva qui nessuna intenzione operativa fino all’attuale privatizzazione e costruzione sul terreno dove ebbe luogo l’occupazione. Ma nello stesso tempo mi veniva in mente che anche le occupazioni dell’America Latina potevano essere piuttosto teatrali con le loro bandiere, con le loro dichiarazioni pubbliche, con le loro manifestazioni visibili di bramosia per la terra e per un’abitazione propria, e che le occupazioni del South End, nonostante le apparenze teatrali, avevano un serio proposito, una reale aspirazione come fine.
In ogni caso l’organizzazione di una successiva occupazione cambiò il ruolo degli organizzatori nel processo e alla fine stabilì le procedure per eleggere nella zona un comitato per la ristrutturazione urbana. Chiamata ad un incontro pubblico per discutere il progetto, una folla straboccante riconobbe l’organizzazione restando in piedi durante il discorso del suo leader. In seguito a questa manifestazione, il gruppo aveva in effetti acquisito una specie di legittimazione, si potrebbe dire un mandato ricevuto secondo forme che non sono le solite; ora era in grado di presentarsi come portavoce della comunità.

La politica come ecologia di teatro
Norton Long (1958) ha definito la città come «un’ecologia di gioco». In seguito ad alcuni fatti mi sembra che si potrebbe definirla meglio come «un’ecologia di manifestazioni drammatiche». Ciò è dovuto al fatto che l’aspetto di una manifestazione drammatica, più che la figura retorica delle forze rivali che la compongono, esprime con maggior immediatezza l’ambiguità di chi partecipa nei confronti del problema.
L’antagonismo pone come caratteristica fondamentale una sensibile differenza fra partecipanti e non partecipanti, le relazioni fra i quali sono caratterizzate da un atteggiamento rigidamente normale; se, ad esempio, vi sono diverse parti una sa sempre «dalla parte di chi sta l’altro» e questo non diventa un problema quale si verifica nei processi di organizzazione del lavoro che diede origine alla canzone omonima.
L’immagine del teatro esprime anche più comodamente che l’immagine della partita la qualità dell’impegno emotivo caratteristico dell’ordine sociale della città, perché in una partita ci si impegna emotivamente per quanto è strettamente necessario a mantenere il gioco, e vi è molto poco interesse verso altre attività concernenti tempi e luoghi diversi. In teatro uno può partecipare la vicenda rappresentata nella stessa misura di quando va a distendersi ascoltando un buon spettacolo musicale, ma noi comprendiamo che vi è anche un teatro serio, il quale tende a coinvolgerci in un atteggiamento più responsabile e a incidere sul nostro stato di consapevolezza in modo tale da condizionare tutti gli altri nostri atteggiamenti.
Alcune manifestazioni drammatiche prodotte sulla scena urbana presentano effettivamente una partecipazione motivata di persone e una chiara divisione fra attori e spettatori, come avviene nella tradizionale finzione scenica. La progettazione tradizionale era di questo tipo, completa di sondaggio pubblico, tentativo fatto come ce lo descrive Gans (1969), per trattenere l’auditorio dei cittadini dal fischiare la rappresentazione scritta precedentemente dagli autori della progettazione. Altre manifestazioni drammatiche sono molto più somiglianti ai risultati di partecipazione collettiva del Living Theatre o a quelle azioni di teatro della guerriglia aventi lo scopo di provocare gli ascoltatori per farli diventare parte di una recita che è tanto la «realtà» degli spettatori come il «teatro» degli attori.
Infatti, quando la politica è apertamente trattata come una finzione teatrale e il teatro è trattato come uno strumento politico, la distinzione tra finzione e realtà può diventare oscura. Durante un week-end al MIT assistemmo a delle rappresentazioni date contemporaneamente in edifici adiacenti. Nel Kresge Auditorium il Living Theatre stava presentando degli spettacoli sul tipo di Paradise Now dove si tentava di provocare l’auditorio a rompere coll’usanza sociale che determinano il comportamento tradizionale in un teatro. Nello Student Center della porta accanto gli studenti avevano organizzato un «rifugio» per un soldato disertore, e l’edificio era pieno di studenti che mangiavano e dormivano sul pavimento, affiggevano cartelli e discutevano. L’aspetto fisico e gli obiettivi politici delle due cose non erano diversi, un numero di persone andavano avanti e indietro partecipando ad entrambe.
La discussione più esplicita tanto di politica come di teatro è, suppongo, la recente relazione di Abbie Hoffman sul movimento degli Yippies in Revolution for the Hell of It, quantunque il tema vada sinceramente riportato al «mito dello sciopero generale» di Sorel. Hoffman racconta come egli, Paul Krassner e Jerry Rubin, dovendo affrontare il problema dell’organizzazione per portare la gente a fare una dichiarazione alla Convenzione Democratica, inventarono gli Yippies e pilotarono il movimento verso il ceto medio come una sorta di teatro incorporeo e cinematico. Essi si videro creatori di un mito – «Chicago, un festival di musica, la violenza (gli americani amano assistere a incidenti e incendi), il teatro di guerriglia, i Democratici… Vi è la partecipazione di massa nel mito degli Yippies… I miti possono spingere la gente fino al punto di far fare loro un viaggio fino alla lontana Chicago?…» (Hoffman, 1968).
Quindi il dramma che Hoffman chiama il «grande massacro centrale» era messo in scena e, naturalmente, divenne la breve rappresentazione iniziale per il Theater of Cruelty nelle vie di Chicago.
Ma siamo sicuri che questa forma di teatro politico o di politica teatrale non abbia nulla a che vedere con le comunità? Gli estremisti e i radicali che erano stati caricati dalla polizia di Daley, l’atteggiamento del ceto medio descritto da Abbie Hoffman che cosa hanno ottenuto di fare anche con ciò che è convenzionalmente indicato per «organizzazione comunitaria», lasciando stare quello che i sociologi comunemente intendono per «comunità»?
Ammettiamo innanzi tutto che gli Yippies dell’assedio di Chicago abbiano, come fenomeno, alcuni importanti punti di somiglianza con l’apparizione del CAUSE nel South End. In entrambi i casi un gruppo di persone individuarono il problema che giudicarono importante per una potenziale adesione ed esasperandolo rendevano questa consapevole di se stessa come gruppo. La forma drammatica scelta era quella che offriva alle persone una apertura per diventare partecipanti quanto più esse si identificavano con l’interesse reso sul piano del dramma dal gruppo di coloro che vi avevano dato inizio; non per nulla a Chicago i marciatori ripetevano «unitevi a noi, unitevi a noi» ai delegati che stavano ad osservare. Quei delegati che si unirono, e in special modo quelli che erano stati caricati dalla polizia, si trovarono «radicalizzati» nel processo, diventando parte di una sorta di comunità intellettuale di radicali. Nel South End il gruppo di sostenitori si era portato sul terreno e il problema, intorno al quale CAUSE organizzò la «comunità», diventava un problema portato sul territorio, sul posto cioè dove dovevano sorgere le case a basso costo. I problemi resi drammatici a Chicago, i problemi che portarono alcuni delegati da una posizione esterna a entrare nella marcia, erano problemi molto meno chiaramente circoscritti territorialmente, in quanto avevano a che fare con l’atteggiamento morale nei confronti della guerra in Vietnam. Ma anche qui le proteste erano portate all’interno dei confini nazionali. E in ogni caso i processi di organizzazione erano molto simili. Entrambi i tipi di rappresentazione drammatica tendevano a stabilire delle entità sociali organizzate senza formalità: un piccolo gruppo di persone era riconosciuto come leader di un numero molto più grande di individui che in maniera comune avevano espresso il loro appoggio al movimento per cui i leader ne diventavano i portavoce.
Ma questi sono tentativi per organizzare intorno a un problema o ad un interesse una serie completa di interessi potenziali rappresentati attraverso la popolazione numerosa ed eterogenea di una certa area. I promotori del movimento a Chicago cercavano di organizzare la gente negli Stati Uniti a chiedere la fine della guerra in Vietnam e una ristrutturazione politica; negli Stati Uniti vi erano e vi sono persone mandate in guerra e al consolidamento di un partito così come quelli che in nessun modo hanno a che fare con questi problemi. CAUSE organizzò nel South End la gente che aveva interesse a rendere possibile alle persone di basso reddito il rimanere nell’area urbana da ristrutturare; fra gli abitanti del South End vi erano e vi sono persone il cui interesse nell’accrescere la comunità si trasforma in un vantaggio per essi attraverso l’allontanamento di persone a basso reddito e di altre che non partecipano in alcuna maniera. La necessità del dramma è certamente in relazione con la necessità di portare contemporaneamente un gruppo di interesse fuori da quella eterogeneità latente. Si potrebbe pensare che il giorno di partenza il leader dell’accampamento sventola e innalza la sua bandiera per riunire il suo piccolo gruppo di accampati fuori dalla folla di Grand Central.

Le vere comunità
Ma esiste una sostanziale differenza in una comunità «vera» dotata di maggiore omogeneità e di un alto grado di interna compattezza sociale? Alcuni anni fa ho vissuto per un certo tempo in un villaggio operaio (un insediamento irregolare) in Venezuela, una piccola «comunità» con meno di 500 persone ed esistente da circa 20 anni. Gli abitanti non avevano una completa omogeneità ma, con una eccezione oltre alla nostra, provenivano da diverse parti del Venezuela orientale. Al momento dello studio, dei 200 adulti un quinto viveva là da meno di un anno e un altro quarto vi aveva vissuto solo da uno a cinque anni. Vi era tuttavia un gruppo che vi abitava da lungo tempo: il 15% degli adulti viveva là più o meno da quando era sorto il villaggio. Inoltre, nonostante gli abitanti appartenessero a diversi livelli sociali che andavano dal tipo incolto del manovale occasionale a quello dell’impiegato con l’automobile nuova, queste differenze non risultarono di ostacolo per un’azione sociale: la maggioranza dei componenti di una famiglia era unita agli altri da vincoli di parentela. Le piccole case del villaggio erano strettamente affiancate su un triangolo di terra separato con confini naturali dal resto della città, e andando e venendo lungo le strette vie e facendo acquisti nei diversi piccoli negozi si offrivano numerose occasioni per un’azione sociale. Quindi esisteva ogni probabile attributo per una «vera comunità». Per completare il quadro, prima che noi arrivassimo e durante la nostra permanenza, numerosi «organizzatori di comunità» stavano lavorando per «trasformare» questa comunità naturale in una effettiva entità, al fine di un’azione collaborativa.
Io non tenterò di descrivere i diversi problemi sui quali si diressero gli sforzi organizzativi (Peattie, 1968), ma dirò semplicemente che sotto vari aspetti la situazione nel piccolo villaggio non era molto diversa da quella nel South End. «Organizzare» significava impiantare delle considerevoli attività alle quali la gente poteva aderire, come ad esempio la campagna per la pulizia o la costruzione di una conduttura per rendere disponibile agli abitanti l’acqua delle fontane pubbliche. Questi sforzi sono stati descritti dai leader, e da altre persone partecipanti e non, come «sviluppo» e «sforzi» della comunità. Quelle persone che avevano assunto un ruolo attivo nell’organizzare le attività vennero considerate leader della comunità. Tuttavia la complessità dell’interazione sociale e la rete organizzativa sociale nel villaggio non erano, apparentemente, sufficienti ad assicurare una partecipazione unanime e perfino generale all’azione comunitaria. Ad esempio, la costruzione di una conduttura, rappresentava un progetto considerevole ed immensamente popolare, ma forse il 10 o al massimo il 20% degli adulti vi ha partecipato con continuità. Il maggior concorso di persone che io abbia mai visto in una comunità, avutasi in occasione di un problema di rilevante importanza riguardante il fatto che lo scarico di fogna stava per essere costruito lungo la spiaggia locale, non superò le 45 persone fra giovani e vecchi. La «comunità», nel senso di entità, assume l’aspetto tanto di una rappresentazione drammatica quanto di situazioni più complesse descritte precedentemente.
Herbert Gans chiama «urban villagers» gli italiani del West End di Boston prima dello sviluppo, formanti una popolazione stabile e molto omogenea unita da vincoli sociali e soprattutto da parentela. Dice ancora: «Tanto per cominciare il concetto di West End come villaggio era estraneo ai suoi stessi abitanti. Sebbene la zona sia stata per lungo tempo conosciuta come West End, gli abitanti medesimi l’avevano suddivisa in diverse parti, alcune gravitanti sul gruppo etnico predominante e altre su un’altra direzione verso la quale gli abitanti di un gruppo di vie avevano motivi od occasioni di interessi… Prima dell’inizio dello sviluppo, solo gli estranei potevano tranquillamente pensare all’West End come ad un villaggio, ma, successivamente all’avvento dello sviluppo, gli abitanti si trovarono uniti dal pericolo comune; tuttavia, anche così, il West End non divenne mai un villaggio unitario» (Gans 1962).

Atto primo – L’organizzazione
In questo modo, nonostante la pletora di sforzi organizzativi, dovunque guardiamo non troviamo nessuna comunità organizzata, ma solo organizzazioni comunitarie che entrano in rapporto secondo i diversi aspetti di movimento delle reti sociali, dei gruppi di interesse, dei vincoli territoriali, delle identità etniche e delle altre forme di legami sociali e di identificazioni di gruppo. Sembra che la funzione delle rappresentazioni drammatiche descritte serva a unire insieme alcuni di questi elementi sociali all’interno di una rappresentazione dell’interesse comune e di un’identità di pensiero: cioè la «comunità». Naturalmente, il carattere e le funzioni specifiche di tali rappresentazioni drammatiche varierà col variare della situazione alla quale fanno riferimento. Una rappresentazione che serve a riconfermare alcune scontate identità comunitarie e i sistemi di relazioni sociali può essere altamente formale e rituale e non aver bisogno di esigere dalla massa delle persone qualcosa in più di un consenso passivo. Una rappresentazione che intende stabilire la legittimità di qualche gruppo o di qualche interesse nel senso di una nuova forza politica deve essere molto più viva e dovrebbe condurre alla partecipazione dalla base, una rappresentazione successiva dovrebbe stabilire alcuni temi centrali e dovrebbe riuscire ad interessare coloro che possono manifestare in qualche modo il loro appoggio e dovrebbe suggerire altri sostegni fuori scena per fornire alla causa una accresciuta legittimità.
I motivi di legittimità e i leader derivano da questa serie di cose che non è, naturalmente, ciò che si ottiene quando la maggioranza dei votanti in un elettorato ristretto sceglie una serie di persone piuttosto che un’altra, oppure vota in un referendum. Ma è un tipo di legittimità, e non è prodotto inutilmente dalla classe elettrice, poiché un «corpo eletto» si troverà estromesso se non sarà in grado di creare quel tipo di appoggio di quando in quando. Il governo Nixon non può proprio opporsi ad un’enorme marcia per la pace sottolineando semplicemente il fatto che è risultato vincente nelle ultime elezioni nazionali, come i leader di Mobe, deve allestire la messa in scena del congresso nazionale ma può farlo solo mostrando una pila di telegrammi alla televisione. In un recente scritto un collega ed io (Keyes e Peattie, 1970) abbiamo affermato che il costituito Comitato delle Città Modello si trovava a Boston in considerevoli difficoltà per il fatto di essere impegnato nel processo di pianificazione che rendeva molto difficile il sensibilizzare le persone e il portarle a sostenere alcuni determinati problemi, e che, in assenza di una tale possibilità operativa, poté valersi ben poco della sua legittimità elettorale nel rappresentare la comunità.
Il presentare quelle cose che sono essenzialmente interessi specifici di gruppo come «bisogni della comunità» esige, senza dubbio, una quantità di funzioni, delle quali alcune non mi sono completamente chiare, ma serve a stabilire una base e a consolidarla al di là degli interessi. È una struttura all’interno della quale il variare e il coincidere di interessi può dar luogo a sistemi di assestamento e di collaborazione. Nello stesso tempo aiuta a sviluppare la responsabilità politica, aiuta a generalizzare i problemi particolari, a collegarli con altri e a svilupparli in un sistema di fondamento logico e morale: in una parola, l’ideologia. Infatti serve molto gli scopi di quello stesso concetto di «benessere generale» che il nostro gruppo di pianificazione aveva così decisamente rifiutato.

Il cliente dell’advocacy
In ogni caso il nostro gruppo di advocacy planning, l’Urban Planning Aid, è arrivato a considerare il concetto di servire la comunità come un miraggio, alla stessa stregua dell’idea del progettista tradizionale di servire il benessere generale. Siamo giunti a credere che dovremmo scegliere come nostri clienti le organizzazioni a base comunitaria che sembrano star sviluppando dei problemi valevoli come premesse e in grado di costruire questa premessa. Al limite riteniamo nostra funzione quella di condurre il processo di pianificazione – e il processo politico – più rispondente ai gruppi attualmente non ben rappresentati nella nostra società; i gruppi che sono per noi i veri clienti saranno esattamente quelli che ogni osservatore può comprensibilmente accusare di essere piccoli e non rappresentativi della comunità. Essi inizieranno ad organizzarsi in gruppi, e a stabilire delle premesse così come svilupperanno il senso del problema.
E sempre più tendiamo a considerare il processo attraverso il quale si raggiunge una forma drammatica e non le risoluzioni dei progettisti presentate in una forma lineare di esposizione che dapprima considerammo il nostro principale strumento per un cambiamento. Intanto, benché si stia ancora facendo dei resoconti, scopriamo di aiutare a pianificare le dimostrazioni e i «movimenti» intorno ai problemi. D’altronde il teatro non è sempre stato un mezzo attraverso il quale gli uomini sperimentarono con la rappresentazione le loro idee a proposito delle cose non realizzate?

Bibliografia
Gans, Herbert J. (1969): The Levittoumers: Ways of Life and Politics in a New Suburban Community, New York, Vintage Books, pp. 312-315.
Gans, Herbert J. (1962): The Urban Villagers: Group and Class in the Life of Italian-Americans, New York, The Free Press, p. 11.
Hoffman, Abbie (1968): Revolution for the Hell of It, New York, Dial Press, p. 81.
Hyman, Herbert (196): Planning with Ciizens: Two Styles, in “Journal of the American Institute of Planners”, 35 (March), pp. 105-112.
Keyes, Langley and Lisa Peattie (1970): Citizen Participation in the Model Cities, (inedito).
Long, Norton (1958): The Local Community as an Ecology of Games, in “American Journal of Sociology”, 64 (November), pp. 251-261.
Peattie Lisa (1968): Reflections of Advocacy Planning, in “Journal of the American Institute of Planners”, 34 (March), pp. 80-87.
Shipler, David K. (1969): Urban renewal Giving the Poor Opportunity to increase Power, in “The New York Times”, November 9
“Social Structure and Social Action” (1968) in Lisa Peattie, The View from the Barrio, University of Michigan Press.

 

Note:
1. L.R. Peattie, Drama and advocacy planning, in “Journal of the American Institute of Planners”, n. 36, novembre 1970, pp. 405-410; trad. it. Istituto di Composizione architettonica, Milano, dispensa n. 22, 1973. In nota all’articolo l’Autrice segnala che esso «è ricavato da una relazione presentata al convegno dell’AAAS nel dicembre 1969». L’AAAS è l’American Association for the Advancement of Science, organizzazione internazionale senza fini di lucro dedicata all’avanzamento della scienza nel mondo, che tra le sue molteplici attività pubblica il settimanale “Science”.
2. Cfr. programma e partecipanti nel pdf scaricabile cliccando qui.
3. Per altre informazioni sulla sua vita si veda il blog http://lisapeattieblog.wordpress.com.