STORIA > Francesco Tentori, Sul significato di “ricerca paziente” nell’architettura di Le Corbusier, 1979 (1)

 

A lato è Francesco Tentori (1931-2009) mentre esamina un disegno del Teatro del mondo di Aldo Rossi (1931-1997): due maestri dell’architettura (2).
“Checco” Tentori, friulano, si laureò a Venezia nel 1957 e diventò redattore capo della rivista “Casabella” diretta da Ernesto Nathan Rogers (1909-1969) e architetto e urbanista in Italia e in Brasile. Tuttavia, dalla metà degli anni Settanta si dedicò quasi esclusivamente alla carriera accademica (Palermo, Milano, Venezia, Roma) e alla ricerca scientifica pubblicando molti libri sull’architettura contemporanea, tra cui i fondamentali studi su Le Corbusier e Pietro Maria Bardi. Nel breve periodo che insegnò a Milano come professore straordinario di Composizione architettonica – epoca alla quale risale lo scritto qui riportato, ma lo stesso fu nelle altre università – tenne lezioni, seminari, conferenze ma soprattutto si metteva a ragionare attorno a un tavolo sui progetti che gli sottoponevano degli studenti, i quali alla fine erano esausti per le ore di discussione e intimoriti dal suo carattere difficile e imprevedibile ma grandemente arricchiti di nuovi orizzonti e stimoli. Perché Tentori era un uomo di contrasti: aveva una corporatura imponente e una scrittura minutissima, era meticoloso e detestava chi «guarda solo il proprio ombelico»; era curioso di tutto e su tutto e rifuggiva il luogo comune entusiasmandosi di fronte a un punto di vista diverso... (3) A Milano, in occasione di una serie di seminari incentrati sul Movimento Moderno, tenne tre lezioni su Le Corbusier, delle quali si riporta la prima (4).

 

Nel luglio 1931, Le Corbusier scrive questa nota: «All’ultima riunione del CIAM, in giugno a Berlino (5), ci sono state – mi è stato riferito – delle accuse contro di me, perché io non costruisco per altri che per gente ricca...». L’appunto è pubblicato si La Ville Radieuse, apparso nel 1935, a pag. 144. E due pagine dopo, la nota prosegue: «Se, come si dice anche in seno ai CIAM, io costruisco case per i ricchi, ho però anche perseguito – dal 1914 e senza sosta – la ricerca sull’alloggio e sulla città. E mentre facevo questo, non ho mai pensato né ricco, né povero, ma io ho pensato “uomo”, semplicemente. In questi miei alloggi di 14 mq per abitante – per proletario, se si vuole – abiterei con gioia io stesso. Dico meglio: eccovi degli alloggi per proletari, ma – nelle condizioni attuali dell’Occidente – è il proletario colui che non vorrà questi alloggi! Infatti, egli non è educato, né preparato per vivere in queste condizioni. I risultati della legge Loucheur (6) ci hanno infatti dimostrato quale deficit sinistro si stia accumulando in questo campo della residenza, proprio per l’assenza di meditazione sul tema “Costruire, abitare”. Bisogna varare al più presto un immenso programma sociale di educazione; altri paesi sono in vantaggio su di noi». Probabilmente, Le Corbusier pensa all’Unione Sovietica, che l’anno precedente ha definito «officina di progettazione» di nuove case e di nuove città.
Nel passo che ho citato, ci sono gli elementi essenziali di tutte le dichiarazioni “autobiografiche” di Le Corbusier relative alla sua “ricerca paziente”:
- un punto di partenza che, talora, è il 1914 (anno di progettazione delle maisons Don-Ino), talora, è il 1917 (anno del viaggio in Italia e della “scoperta” della Certosa d’Ema). Potrà apparire curioso che tale punto di partenza non sia mai stato il 1905 (anno in cui Le Corbusier progettò la sua prima casa, il villino Fallet di La Chaux-de-Fonds), ma un’autobiografia è anzitutto un “vissuto soggettivo”, in cui si ricorda ciò che appare ancora saliente e non ogni dettaglio. Questo “punto di partenza” si allontanerà progressivamente nel tempo (alla fine, nel 1965, sarà a quasi sessant’anni), ma rimanendo elemento di orientamento e di riferimento essenziale;
- uno svolgimento che non mira, tanto, a evidenziare sempre nuove “scoperte”, quanto a far emergere le linee di coerenza, lo scioglimento dei nodi contraddittori. Questa ricerca non mira, infatti a esibire una continuità formale (dato che ossessiona tanti architetti di oggi), o una continuità di “modelli”. Come nella produzione automobilistica o aeronautica, i modelli hanno una evoluzione e durano un tempo determinato, poi vengono messi in archivio: nel 1918 le maisons Dom-Ino; nel 1925 gli Immeubles-Villas (con la realizzazione del prototipo denominato padiglione dell’Esprit Nouveau); nel 1927 le maisons Citrohan (con la realizzazione del prototipo all’esposizione Weissenhof di Stoccarda) etc. Quello che dura, che rimane sempre vivo, è un atteggiamento metodologico, il riferimento a un “uomo” senza aggettivi, senza classi: ciò equivale a dire disancorato da realtà politiche contingenti e da formule politiche per conseguite questo o quel risultato. E da questo “utopismo” deriva anche l’ambiguità di Le Corbusier, il suo apparire reazionario ai comunisti e comunista ai reazionari direttamente per i suoi progetti e le sue opere, senza bisogno di ricorrere a dettagli della sua biografia;
- la consapevolezza che i problemi sempre più gravi della umanità contemporanea non si risolvono con la guerra o con il denaro (sempre insufficiente, sempre mal distribuito), ma nemmeno con la rivoluzione, bensì con “immensi programmi sociali di educazione” che ristabiliscano un nesso razionale tra bisogni individuali e risorse collettive.

Le Corbusier, Maison Dom-Ino, 1914
Le Corbusier, Immeubles-villas, 1922 (primo progetto)
Le Corbusier, Maison Citrohan, 1922 (secondo studio)

Nel passo citato, emerge anche la consapevolezza di un’enorme solitudine: non lo attaccano soltanto i comunisti e i capitalisti, ma gli stessi colleghi dei CIAM, vale a dire i membri di questa ultima “corporazione” medioevale di specialisti della progettazione e della ricerca architettonica da lui stesso fatta nascere nel 1928. L’accusa – di fare soltanto case per i ricchi – appare, a distanza di tempo, di un moralismo infantile (da una accusa del genere non può scampare quasi nessun artista o architetto). Il fatto è che chi la muove non si sente più membro di una corporazione medioevale ma – per dirla con Gramsci – un intellettuale organico che si è posto al servizio di una nuova committenza: la comunità tutta. Quale fondo illusorio si nascondesse sotto questa presunzione è testimoniato dall’esodo di questi giovani architetti tedeschi dalla loro terra neanche due anni dopo: al momento in cui il nazismo travolge i sogni di nuova società che la repubblica di Weimar aveva alimentato. Sta di fatto che i giovani architetti tedeschi sono sensibilizzati su esigenze immediate e bisogni materiali della comunità umana, su problemi storici di “breve periodo”. Le Corbusier, viceversa, è teso a cercare di dare risposta a esigenze più profonde, più nascoste. Qualche anno più tardi scriverà al suo amico Alberto Sartoris: «Riconosco che, tra i bisogni umani, vi è quello di avere caldo ai piedi, ma per parte mia sono e resto più sensibile al bisogno di armonia».
In effetti, Le Corbusier cerca di dare risposta e ai bisogni primari (il riparo, lo sfamarsi, il riposare etc.) e ai bisogni che immediati non sono – la bellezza, l’armonia, la proporzione – ma dai quali dipende se l’umanità di oggi e del futuro saprà ricuperare la sensibilità a certi valori che, un tempo, appartenevano al più umile degli uomini (7); oppure se rimarrà schiava – come il capitalismo l’ha resa (e nessun potere alternativo mostra di saperla liberare) – dell’economicismo (saper apprezzare solo quello che costa) e del consumismo (saper apprezzare solo quello che non abbiamo; non sapersi apprezzare per quello che si è).
Per questo, mentre i giovani tedeschi respingono Le Corbusier, egli non respinge quanto di nuovo, di utile, gli può venire dalle loro esperienze – per esempio – sull’existenz-minimum.
Per lui un alloggio deve essere bello, oltre che funzionale ed economico. Il dramma dell’epoca moderna non consiste solo nel fatto che la comunità ha perduto una sensibilità diffusa e istintiva per la bellezza; sta nel considerare “bello” quanto misura più metri cubi e metri quadri; quanto è “diverso” – ma della miserabile differenziazione marginale che ci consente il nostro conformismo – da ciò che hanno gli altri.
Forse si può comprendere – a questo punto – perché Le Corbusier che si dichiarava fanatico dei tempi nuovi e del macchinismo, abbia assunto a modello della sua ricerca la Certosa iniziata a costruire sul fiume Ema, vicino a Galluzzo di Firenze, da Niccolò Acciaiuoli nel 1341.
«L’origine delle mie ricerche risale alla visita della Certosa d’Ema nei dintorni di Firenze, nel 1907. Io ho visto – in quel musicale paesaggio toscano – una città moderna che coronava una collina. E il più nobile dei profili, in quel paesaggio, era dato dalla corona ininterrotta di cellule per i monaci; ogni cellula aveva la sua vista verso la piana ed aveva a disposizione un piccolo giardino a livello più basso, completamente riservato. Ho pensato che non avrei mai più potuto incontrare una interpretazione così gioiosa dell’abitazione. Il retro di ogni cellula si apre con una porta ed uno sportello più piccolo su una strada che gira tutto intorno. Questa strada è coperta da un porticato ad archi: il chiostro. Attraverso quello, si può accedere ai servizi comuni – l’oratorio, le visite, il mangiare, i funerali. Questa “città moderna” risale al quindicesimo secolo... Nel 1910 [in realtà nell’ottobre 1911], ritornando da Atene, mi arrestai di nuovo alla Certosa» (8).
Di questa seconda visita, dirà, molti anni più tardi, all’amico e biografo Jean Petit: «Questa volta ho disegnato; così le cose mi sono entrate meglio in testa... Avevo 23 anni. Da questa prima impressione di armonia, però, il fatto essenziale, profondo, non doveva risultarmi chiaro che molto più tardi – si tratta della presenza, dell’urgenza, di un’equazione da risolvere, e che è affidata alla perspicacia di tutti gli uomini: il binomio “individuo-collettività”. La soluzione [dell’equazione] reca con sé una lezione del tutto decisiva: per risolvere gran parte dei problemi umani, bisogna disporre di spazi e di vani costruiti. E questa è architettura e urbanistica. La certosa d’Ema era un luogo; e i locali costruiti c’erano, sistemati secondo la migliore biologia architettonica. La Certosa d’Ema è un organismo. Il termine “organismo” era affiorato nella mia coscienza...» (9).
«Un giorno del 1922, mi capita di parlarne col mio socio Pierre Jeanneret; sul rovescio di un menu di ristorante, abbiamo, spontaneamente, disegnato i nostri “immeubles-villas”; l’idea era sbocciata... la Certosa d’Ema e... i nostri “immeubles-villas”... due diverse forme di cellule a scala umana. Sapeste come sono orgoglioso quando posso dire “le mie idee rivoluzionarie fanno parte della storia, di tutte le epoche, di ogni paese” (le case di Fiandra, i pilotis del Siam o dei palafitticoli, a cellula di un certosino beatificato)» (10).

Niccolò Acciaiuoli, Certosa di Val d’Ema, 1341 ss.
Le Corbusier, Convento de la Tourette a Eveux sur l’Arbresle, 1957
Le Corbusier, Unité d’habitation a Firminy, 1968

Nella stessa conferenza di Buenos Aires dalla quale sono tratte le precedenti citazioni, Le Corbusier fa l’apologia del piroscafo che l’ha trasportato in America, e del rapporto cellula-servizi collettivi, del modo di vita su un piroscafo. La sua capacità di sintesi fantastica gli fa vedere le analogie tra la certosa (per la vita dei monaci del quindicesimo secolo) e il piroscafo (per la vita degli uomini del ventesimo secolo). La sua sensibilità, però, di fronte ad ogni dettaglio del piroscafo, gli fa ricordare che tutto è funzionale, ma che potrebbe esserlo di più; soprattutto che manca l’armonia, la bellezza. Questo è il compito dell’architetto: non limitarsi alla funzione, individuare i materiali, le forme, i rapporti spaziali per cui soli 14 mq per abitante si traducono in un piccolo capolavoro di armonia.
A dire il vero, nelle prime ricerche e fino al padiglione dell’Esprit Nouveau (1925), il pensiero di un minimo di metri quadri per persona non lo interessa molto. Le residenze nei suoi progetti di città degli anni ‘20 sono sì di due tipi (a redents e a cortili chiusi: il primo a corridoio centrale; i secondi a ballatoio), ma il prototipo di cellula che egli studia è unico. Quindi, a far variare la densità è soltanto il diverso spessore del corpo di fabbrica (doppio o semplice), ma non le caratteristiche della cellula. La verifica compiuta sulla cellula tipo immeubles-villas con la realizzazione del ‘25, a mio avviso, ha fatto meditare Le Corbusier sull’eccessiva cubatura ed eccessiva superficie di tale alloggio: tanto è vero, che all’Esposiione del Werkbund di Stoccarda del 1927 egli propone due prototipi diversi; il primo – più grande ed “estensivo” – che da tempo ha battezzato maison Citrohan; il secondo un “superminimo”, ispirato chiaramente dai vagoni letto ferroviari, i cui alloggi dispongono di giorno di un certo spazio abitativo ottenuto mediante il rimessaggio in verticale dei letti e l’apertura di una serie di diaframmi mobili. Ma anche per questi due prototipi, la verifica compiuta per mezzo della realizzazione sembra bastare a Le Corbusier per tralasciarli, successivamente (per quanto riguarda la loro totalità, non per singoli elementi come gli spazi a doppia altezza, i diaframmi mobili, l’arredo flessibile che lo interesseranno ancora per lungo tempo).
È a questo punto che intervengono i CIAM e, attraverso di essi – soprattutto attraverso il congresso di Francoforte del 1929 – la acquisizione piena e irremovibile, da parte di Le Corbusier, dei concetti di existenz-minimum e di standard minimo pro-capite.
A Francoforte, infatti, egli ha potuto vedere a confronto – sulle pareti della grande mostra internazionale (11) – i migliori risultati per abitazioni minime raggiunti dall’avanguardia internazionale: tedeschi, olandesi, belgi, spagnoli, cecoslovacchi etc. A Francoforte ha, soprattutto, potuto visitare i primi cantieri e le prime realizzazioni della grande serie di quartieri popolari progettata da Ernst May e dai suoi collaboratori (12).
Le Corbusier non ha l’ansia di apparire originale e diverso in ogni occasione progettuale che affligge tanti architetti mediocri o pessimi; non ha nemmeno l’ossessione di uno “stile personale” da difendere ad ogni costo.
A Rio de Janeiro, nella conferenza dell’8 dicembre 1929, dichiara con molta onestà e molta semplicità: «Ci si trova sempre a scegliere tra due fatalità: regalare delle idee o prenderle dagli altri. In realtà, ci capita di fare sempre entrambe le cose; doniamo ben volentieri le nostre idee e, a titolo di compenso, impieghiamo, sfruttiamo per dei fini particolari, idee che sono universalmente diffuse e che un certo giorno, in tutto o in parte, vengono in nostro aiuto. L’idea è proprietà pubblica, dominio pubblico. Regalare le proprie idee, ebbene! è semplice; e non c’è altra via d’uscita... D’altra parte a regalare le proprie idee... si può provare una soddisfazione profonda, che non deve essere, per forza, vanità. Soddisfazione a vedere le proprie idee adottate dagli altri. Infatti, non esistono ragioni diverse, per il pensare...».
«L’umanità ha bisogno di fare un gran consumo di idee» dichiarava negli stessi anni André Gide, e si può prendere l’affermazione a simbolo dell’epoca contemporanea, di quel grande e magari confuso intreccio di informazioni (quindi di idee) che ci circonda, che ci può passare sopra la testa, o entrare da un’orecchia per uscire dall’altra, ma che ci può anche entrare in testa e, nel metabolismo diverso di ogni individuo, generare la facoltà creativa: che può essere di ogni individuo, che è elemento indispensabile per la progettazione architettonica.
Per contro, si può ricordare la massima di K’ung Fu-tse (Confucio) «Io trasmetto, non creo», come emblema dell’epoca antica, in cui valeva la regola tradizionale, il dogma la norma accademica.
L’accademia è stata, sempre, il nemico di Le Corbusier. In primo luogo l’Istituto di Belle Arti (Beaux Arts), che “trasmette” lo “stile Vignola” (un pasticcione, secondo Le Corbusier, che non conosceva nemmeno i “modelli” classici che pretendeva di codificare e tramandare). Però egli avverte che l’accademismo è suscettibile di mille travestimenti: nonché dallo “stile Vignola”, egli dice, bisogna stare attenti anche dallo “stile Corbu(sier)”. Nell’università di oggi, gli studenti che seguono qualsiasi metodologia di ricerca “oggettiva”, “scientifica”, “universale” e che pretendono di sostituirla alla responsabilità, sempre “soggettiva”, di pensare sono le inconsapevoli vittime dell’ennesimo travestimento accademico: tanto più insidioso, quanto è minore il livello di acculturazione degli studenti e quanto più essi pretendono di liceizzare l’università (sostituire, cioè, al periodo in cui si dovrebbe imparare – per la vita – non tanto un mestiere, ma imparare a “fare ricerca”, ossia a creare, sostituirvi – ripeto – un periodo di apprendimento di norme che dovrebbero poi bastare per tutti gli anni a venire).
Naturalmente – insisto su questo punto – non è che tutte queste cose Le Corbusier le avesse pensate e sostenute da sempre.
Mi è parso molto felice il commento critico che Pier Luigi Nicolin fa all’edizione italiana di Vers une architecture (ma l’affermazione resta valida anche per l’altro libro di quegli anni, Urbanisme): «con questo libro, scritto tra il ‘20 e il ‘21, si conclude – scrive Nicolin – la tradizione della trattatistica architettonica, e si inaugura una diversa maniera di svolgere la teoria dell’architettura. Del trattato, resta l’esigenza fondamentale di tracciare un sistema architettonico completo, ma questo sistema architettonico, ormai, non può essere frutto che dell’invenzione personale», e quindi – per tutti gli altri – è fruibile non come dogma, come imposizione trattatistica, ma come libero contributo di idee: sia pure espresse con quella convinzione, con quella fermezza entusiasta che è e sarà sempre il modo di esprimersi caratteristico di ogni creatore.
Précisions, il libro scritto nel 1930 raccogliendo testi e disegni delle conferenze sud-americane, rappresenta già la rinuncia di Le Corbusier a scrivere un trattato di architettura e urbanistica. Al tempo stesso evidenzia che Le Corbusier non intende rivolgersi più agli ascoltatori di élite (come al tempo della rivista “L’Esprit Nouveau” e dei libri suddetti), bensì ad un pubblico più vasto e non necessariamente qualificato. Utopistico, forse, ancora oggi che esso dia da pensare ai lettori qualunque (quelli di QuattroRuote e di Ville e Giardini), sarebbe certamente un libro di utile lettura per gli studenti di architettura: non solo per le parti che esplicitamente sono a loro indirizzate (la maggior parte della conferenza su “La città mondiale” che conclude la serie di 10 conferenze tenute a Buenos Aires), ma per tutte le considerazioni svolte da Le Corbusier sui modi diversi di progettare una casa, di suddividerla in spazi armoniosi, di arredarla nel modo più semplice.
Ai giovani si rivolgeva egli ancora – attraverso Jean Petit (13) – ammonendoli: «L’azione è tra i vostri compiti: la scoperta, l’invenzione. Voi avete occhi, bocca, orecchie che sono altrettanti strumenti. Per trovare, bisogna cercare (14), dunque spostarsi, dunque muoversi, dunque partire, andare. voi smettete di andare solo il giorno in cui morite. Quelli che meritano, quelli che camminano, trovano questa via. Non è possibile, per un CREATORE essere vanitoso. Si riparte sempre da zero. Io sono sempre stato uno studente. Non si sa mai nulla. Per essere creatori, ci vuole molta modestia».
Nel linguaggio comune italiano, forse per il fatto che “creatore” è uno degli attributi della divinità, la parola ha assunto un significato discostante, impervio, presuntuoso. Bisogna ricuperarla nel suo significato etimologico (15): creare vuol dire semplicemente far crescere, allevare, portare avanti.
Ricordo anche – senza riportarla, senza tradurla: gli studenti se la traducano da soli, così ricorderanno più a lungo – la pagina introduttiva scritta per la sintesi su Le Corbusier curata da Willy Boesiger (Zanichelli, Bologna, 1977), e anch’essa destinata in modo specifico ai giovani.
La ricerca paziente di Le Corbusier è approdata – negli anni ‘50-‘60 – alla realizzazione delle varie Unités d’habitation. La ricerca partita dalla forma a quadrato della Certosa d’Ema e degli immeubles-villas, si è conclusa sulla forma di un piroscafo, irrealmente penetrato nella terraferma, sospeso, come a Firminy, in cima ad una collina. Per contro, gli immeubles-villas – a Sainte-Marie-de-la-Tourette – sono ridiventati chiostro per la vita claustrale dei benedettini. Vita claustrale: espressione che sgomenta, tanto è in contrasto con le consuetudini prevalenti della vita urbana contemporanea. Vita ispirata al chiostro, proposta anche ai laici di questa nostra epoca tumultuosa e dispersiva, caratterizzata più dalle perdite di tempo in viaggi avanti-indietro assolutamente inutili, dal comportamento da cacciatori-e-raccoglitori che ci caratterizza in un supermercato, dalla regressione alla società primitiva dei comportamenti di clan, dalla fede nell’astrologia o nella magìa.
A questo punto, nonché la similitudine all’alveare o al formicaio evocata dai denigratori di Le Corbusier, le sue Unités ci appariranno come una forma di mònito a saper meglio coltivare la nostra vita interiore, la differenza e l’individualità che vive in ognuno. A coltivare i movimenti del pensiero, dello spirito, più di quelli esteriori.

 

Note:
1. In Alcuni fondamenti del Movimento Moderno in funzione di una nuova professionalità progettuale, ciclo di seminari tenuto nell’anno accademico 1978-1979 alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano all’interno del coordinamento delle unità operative formate da M.P. Belski, S. Boidi; L. Fiori. E. Ranieri, B. Marcotti; F. Tentori.
2. Foto di Bruno Di Lecce, 2007.
3. Un bel ricordo è quello dell’architetto Giovanni Leone che si può scaricare cliccando qui.
4. Le altre lezioni si intitolavano Sulle iterazioni tra Le Corbusier e la cultura tedesca e Sull’evoluzione della concezione urbanistica di Le Corbusier.
5. CIAM = Congressi Internazionali di Architettura Moderna, fondati a La Sarraz in Svizzera nel 1928. Primo congresso – sulla cellula d’abitazione – a Francoforte nel 1929. Secondo congresso – sul quartiere residenziale – a Bruxelles nel 1930. La riunione a cui si riferisce Le Corbusier era in preparazione del terzo congresso, che avrebbe dovuto essere tenuto a Mosca nel 1931. Dopo un rinvio all’anno successivo, le autorità sovietiche negarono definitivamente il permesso, e si tenne – avendo per tema la città – nel 1933 tra Marsiglia ed Atene e sul piroscafo Patris II in crociera sul Mediterraneo. Diede origine alla Carta di Atene dei CIAM sui principi dell’urbanistica moderna. (Nota dell’Autore)
6. Legge per agevolare le piccole costruzioni residenziali, emanata nel 1928 dal ministro Loucheur. Per l’occasione, Le Corbusier e Pierre Jeanneret studiarono il loro tipo prefabbricato chiamato appunto maison Loucheur. (Nota dell’Autore)
7. Si veda Introduzione all’archeologia, Laterza, Bari 1976 e AA BB AA e BC – L’Italia storico-artistica alla sbaraglio, De Donato, Milano, 1976, entrambi di Ranuccio Bianchi Bandinelli. L’amore della gente del popolo non solo per singole forme artistiche e monumenti, ma per il complesso dei valori urbani è testimoniato – specie nel secondo libro – attraverso la rievocazione di dibattiti popolari avvenuti per la ricostruzione di Firenze nel 1945. Ora, queste stesse categorie di cittadini magari conoscono, attraverso la televisione, gli antipodi: ma ignorano i valori della città in cui abitano. (Nota dell’Autore)
8. Dalla 4° conferenza di Buenos Aires “Una cellula a scala umana”, 10 ottobre 1929. (Nota dell’Autore)
9. Da Le Corbusier lui-meme di Jean Petit, Parigi, 1967. (Nota dell’Autore)
10. Dalla 4° conferenza di Buenos Aires “Una cellula a scala umana”, 10 ottobre 1929. (Nota dell’Autore)
11. Nei giorni del congresso di Francoforte dei CIAM, Le Corbusier era in viaggio per il Sud-America, ma evidentemente, avendo partecipato alle riunioni preparatorie e, avendo visitato Francoforte, conosceva progetti e quartieri. Si vedano gli atti dei congressi CIAM di Francoforte e di Bruxelles pubblicato sotto il titolo L’abitazione razionale da Carlo Aymonino, Marsilio, Padova 1971-78. Il libro illustra anche le cellule e i quartieri presentati alle due mostre di Francoforte e Bruxelles. (Nota dell’Autore)
12. Si veda Per una ricerca di progettazione N. 5, a cura del gruppo Architettura dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, Venezia, 1972. Si veda anche la traduzione italiana della collezione di “Das Neue Frankfurt” a cura di Giorgio Grassi. (Nota dell’Autore)
13. Da Le Corbusier lui-meme di Jean Petit, Parigi, 1967. (Nota dell’Autore)
14. L’affermazione è l’esatto opposto dell’orgogliosa affermazione di Picasso: «Io non cerco, trovo». (Nota dell’Autore)
15. Presente in certe forme dialettali: per esempio nella consuetudine di chiamare “creature” i figli minori. In portoghese “creação de gado” vuol dire “allevamento di bestiame”. Creare-inventare e copiare-(ri)produrre sono operazioni sempre intrecciate. (Nota dell’Autore)

 

 

 

 

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