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| ARTE E ARCHITETTURA > Anatolij Korolev, L’ortodossia, eterna chiave della cultura russa (1)
A nord-ovest di Mosca, c’è un monastero, quello della Nuova Gerusalemme, che, ai nostri occhi, è l’esempio migliore per comprendere la natura dell’ortodossia. Quasi trecento anni fa, fu costruito dal patriarca Nikon, il cui carattere riuniva le caratteristiche di Savonarola e Machiavelli. Sotto il suo ministero, la Chiesa russa si divise in due ali nemiche, le quali, più nello spirito che nei documenti ufficiali, sono in conflitto ancora oggi. Il patriarca riformatore concepì il monastero come una replica di quello di Gerusalemme all’epoca della crocifissione di Cristo. I monaci vi scavarono anche un “Giordano”, elevarono, con pietre portate dai campi circostanti, un Golgotha, piantarono un Uliveto... In questo modo, nei credenti, il patriarca voleva inculcare l’idea che la Terra Santa – quella vera, non quella che era già sotto l’influenza musulmana – era molto vicina a Mosca, non dove si presumeva essere. Ecco la chiave ortodossa della cultura nazionale: il primato, come effetto della vera ortodossia. Come qualunque altra, la cultura russa – risultato di assimilazione e del ricambio culturale europeo, ma anche frutto di migrazioni ideologiche – non smette di insistere sulla propria qualità di essere la primaria fonte di purezza morale e autenticità, in virtù del suo diritto ereditario. (2) Quanto alle fonti e agli originali, essi sono respinti per principio, come insignificanti. Pietro il Grande costruì San Pietroburgo come una città di isole e canali, sotto l’influenza del suo soggiorno ad Amsterdam. È proprio quest’immagine che, per ordine dello zar, si trova alla base del piano di costruzione della città presentata dall’architetto Domenico Trezzini. (3) La bellezza della grande città di San Pietroburgo, destinata deliberatamente a occultare la fonte, insisteva dunque su un fatto: Amsterdam è sui bordi della Neva e non in Europa. Col tempo, questa tesi, ingenua e degna di un selvaggio ma allo stesso tempo sfida audace, ha formato la concezione della cultura russa come un campionario sistematico per le altre culture mondiali. Il XX secolo rappresenta il culmine di questo messianesimo russo. Fin dall’inizio, creando il “Quadrato nero”, Kazimir Malevic (4) creò non soltanto una tela completamente astratta ma anche una icona del suprematismo. Il suo significato consisteva in questo: Malevic cancellava, da un lato, il dipinto come una debolezza e un conformismo di creazione, ma, dall’altro, seguiva completamente la tradizione ortodossa, cioè creare delle cose adatte per l’adorazione universale.
La Russia, si sa, è diventata, durante la sua “età d’argento” (fine del XIX e inizio del XX secolo), (5) il leader della creazione artistica mondiale, fondando tre prestigiose correnti dell’arte moderna: arte astratta, costruttivismo e suprematismo. L’Urss, sua erede e forza di ogni primo progetto, presentava la sua esistenza come un sistema di tipi per tutta l’umanità. In fondo, questo messianesimo è una copia del comportamento della Chiesa ortodossa che nega autenticità al cristianesimo non russo ed è così rimasta con la Chiesa cattolica, fino a un’epoca molto recente, in un conflitto irreconciliabile come quello dell’URSS di fronte agli Stati Uniti. Pascal Quignard, filosofo e saggista francese, gran conoscitore della cultura romana, (6) sostiene che Roma non è scomparsa in seguito allo scontro con il cristianesimo, ma è riuscita a far adottare ai suoi postulati e ai suoi costumi delle forme cristiane. Il culto di Cesare è diventato la fede nella santità di Cristo, gli ideali dell’isolamento patrizio si sono trasformati in pratica monastica... È facile provare la giustezza di quest’idea riferendosi alla Russia, dove l’ortodossia, che è passata per le spine della rivoluzione, è riuscita a immettere dell’anima in una potenza atea. Ricordiamo la deificazione di una guida vivente e quella delle reliquie di una guida defunta, e il principio dell’edificazione del Partito come quella dell’ordine monastico dei Portaspada... (7)
2. Si allude al mito della Terza Roma. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte dell’Impero Ottomano, il 29 maggio 1453, si fece strada l’ideologia di “Mosca terza Roma”, che si rafforzò nel 1472, quando Ivan III, sposando Sofia Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore bizantino, reclamò l’eredità storica, politica e religiosa di Costantinopoli. Celebre è la frase scritta, sotto il regno di Vasilij III, figlio di Ivan e Sofia, dal monaco Filotej di Pskov: “Due Rome sono cadute, la terza sta e la quarta non ci sarà”. (N.d.T.) 3. Nel testo originale è indicato “Domenico Tresini”, anziché Domenico Trezzini (1670-1734). Architetto italiano di origini svizzere, Trezzini progettò alcune fortezze costiere per il re di Danimarca. Per questo motivo, Pietro il Grande lo scelse per disegnare la nuova capitale russa, San Pietroburgo, nella zona paludosa della Neva. Trezzini giunse sul posto nel febbraio 1704, dando inizio ai lavori di bonifica e palificazione con l’aiuto di trentamila servi della gleba (editto 1 marzo 1704) che durano due anni. Per San Pietroburgo, Trezzini progettò il piano generale e tutti gli edifici, tra cui il Palazzo d’Estate, l’ospedale, il Collegio dei Dodici (università), il monastero di Aleksandr Nevskij, e la cattedrale dei Santi Pietro e Paolo. Alla sua morte (1734) i lavori proseguirono sotto la guida dell’architetto Bartolomeo Rastrelli. (N.d.T.) 4. Dal 1907, dopo aver studiato a Kiev, dove nacque, e a Mosca, Kazimir Malevic (o Malevich; 1878-1935) partecipò a diverse mostre collettive, sperimentando stili diversi, fin quando si inserì nei movimenti all’avanguardia. Nel 1915 scrisse il manifesto Dal Cubismo al Suprematismo. Il nuovo realismo pittorico, e alla mostra “0.10. Ultima mostra futurista” espose trenta opere, tra cui il Quadrato nero (olio su tela, ora la Museo di Stato russo di San Pietroburgo). In seguito alla Rivoluzione del 1917, Malevic, sostenuto dal governo sovietico, ebbe diversi incarichi di responsabilità nel settore artistico antico e moderno e pubblicò articoli e saggi, tra cui Suprematismo: il mondo come non oggettività o eterno riposo e Dio non è stato detronizzato: arte, chiesa, industria. Nel 1927 tenne una mostra personale a Varsavia e a Berlino, dove conobbe gli artisti del Bauhaus. In seguito riprese la pittura figurativa e impressionista fino al 1930, quando partecipò alle mostre di arte sovietica a Berlino e a Vienna. Al ritorno fu arrestato, ma fu subito rilasciato e poté riprendere l’attività pittorica pubblica, ormai inserita nella maniera realista. (N.d.T.) 5. Fu Nikolaj Berdjaev a definire “età d’argento” l’epoca, fra il 1895 e il 1925, caratterizzata da un rinascimento culturale distintosi per l’attiva e intensa relazione tra i diversi rami dell’arte, della filosofia e della letteratura all’insegna del simbolismo. «Mentre in Europa si diffondeva un sentimento messianico che si esprimeva nell’annuncio di un imminente tramonto della civiltà occidentale, in Russia si diffondeva l’idea di essere in una fase aurorale di rinascita che sarebbe stata foriera di rinnovamento per l’Europa e per la storia mondiale. Come era accaduto per l’Europa dell’800 ma con accenti più fortemente mistici il simbolismo russo rievocava il ritorno ad un mondo mitico originario dell’armonia perduta, come desiderio di restituire all’umanità la sua integralità; un desiderio che aveva alimentato sentimenti nostalgici in buona parte dei filosofi e poeti europei verso la Grecia, quale patria perduta. Un’esaltazione del dionisiaco che in Russia assumeva certamente toni accesi dal momento che essa viveva in maniera più forte il legame con la vita e con la natura» (A. Giustino Vitolo). (N.d.T.) 6. Pascal Quignard (1948) è romanziere, poeta, saggista, latinista, musicologo e violoncellista. Dopo gli studi di filosofia, è entrato come redattore nella casa editrice Gallimard e ha insegnato all’Ecole Pratique des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Nel 1990 ha fondato, e diretto per quattro anni, il festival dell’opera e del teatro barocco de Versailles. Nel 1994 abbandona tutti gli incarichi per dedicarsi esclusivamente alla letteratura e, nel 2002, riceve il premio Goncourt (il più prestigioso premio letterario francese) per Les Ombres errantes, primo tomo della serie Dernier Royaume (Ultimo Regno) di cui Quignard ha detto: «Ho già previsto un libro sulla ricerca dei luoghi meravigliosi che si chiamerà Les Paradisiaques. Un altro, Les Sordissimes, metterà insieme tutto ciò che il discorso lascia cadere, quello che Bataille chiama la parte maledetta e che va dalle ricette di cucina alle macchinine e alle caramelle. Scriverò anche delle stagioni, delle età e delle ore. Non so quanti volumi scriverò. Non voglio legarmi le mani con le mie dichiarazioni. Quel che è certo è che morirò in questa impresa battezzata Dernier Royaume, il mio modo di dire che il secondo mondo (il primo è quello uterino, prenatale) è l’ultimo, che non c’è un’altra vita». (N.d.T.) 7. Cavalieri Portaspada o Ordine Livoniano (in latino, Fratres militiae Christi) è il nome di un ordine monastico cavalleresco, costituito ufficialmente nel 1204 dal vescovo Albrecht von Buxthoeven sulla base della regola dei Cavalieri Templari. (N.d.T.).
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