ARTE E ARCHITETTURA > Anatolij Korolëv, L’ortodossia, eterna chiave della cultura russa, 2004 (1)

 

Anatolij V. Korolëv (1946), filologo, filosofo e giornalista, ma soprattutto romanziere e drammaturgo con numerosi premi all’attivo, ha lavorato anche presso la Ria-Novosti (Agenzia russa d’informazione internazionale) per la quale ha realizzato innumerevoli servizi e scritto oltre cinquecento articoli, tra cui quello qui proposto.
Poiché non tutti i personaggi e gli eventi citati sono conosciuti ai più, si sono aggiunte alla traduzione alcune note esplicative, oltre a quelle necessarie di correzione o precisazione dei termini.

 

A nord-ovest di Mosca, c’è un monastero, quello della Nuova Gerusalemme, che, ai nostri occhi, è l’esempio migliore per comprendere la natura dell’ortodossia. Quasi trecento anni fa, fu costruito dal patriarca Nikon, il cui carattere riuniva le caratteristiche di Savonarola e Machiavelli. Sotto il suo ministero, la Chiesa russa si divise in due ali nemiche, le quali, più nello spirito che nei documenti ufficiali, sono in conflitto ancora oggi. Il patriarca riformatore concepì il monastero come una replica di quello di Gerusalemme all’epoca della crocifissione di Cristo. I monaci vi scavarono anche un “Giordano”, elevarono, con pietre portate dai campi circostanti, un Golgotha, piantarono un Uliveto… In questo modo, nei credenti, il patriarca voleva inculcare l’idea che la Terra Santa – quella vera, non quella che era già sotto l’influenza musulmana – era molto vicina a Mosca, non dove si presumeva essere. Ecco la chiave ortodossa della cultura nazionale: il primato, come effetto della vera ortodossia.
Come qualunque altra, la cultura russa – risultato di assimilazione e del ricambio culturale europeo, ma anche frutto di migrazioni ideologiche – non smette di insistere sulla propria qualità di essere la primaria fonte di purezza morale e autenticità, in virtù del suo diritto ereditario (2). Quanto alle fonti e agli originali, essi sono respinti per principio, come insignificanti. Pietro il Grande costruì San Pietroburgo come una città di isole e canali, sotto l’influenza del suo soggiorno ad Amsterdam. È proprio quest’immagine che, per ordine dello zar, si trova alla base del piano di costruzione della città presentata dall’architetto Domenico Trezzini (3). La bellezza della grande città di San Pietroburgo, destinata deliberatamente a occultare la fonte, insisteva dunque su un fatto: Amsterdam è sui bordi della Neva e non in Europa. Col tempo, questa tesi, ingenua e degna di un selvaggio ma allo stesso tempo sfida audace, ha formato la concezione della cultura russa come un campionario sistematico per le altre culture mondiali. Il XX secolo rappresenta il culmine di questo messianesimo russo. Fin dall’inizio, creando il “Quadrato nero”, Kazimir Malevic (4) creò non soltanto una tela completamente astratta ma anche una icona del suprematismo. Il suo significato consisteva in questo: Malevic cancellava, da un lato, il dipinto come una debolezza e un conformismo di creazione, ma, dall’altro, seguiva completamente la tradizione ortodossa, cioè creare delle cose adatte per l’adorazione universale.

San Pietroburgo nel 1717 in una delle varianti del Piano per l’isola Vasil’evskij di Domenico Trezzini
Kazimir Malevic, Quadrato nero

La Russia, si sa, è diventata, durante la sua “età d’argento” (fine del XIX e inizio del XX secolo) (5), il leader della creazione artistica mondiale, fondando tre prestigiose correnti dell’arte moderna: arte astratta, costruttivismo e suprematismo. L’Urss, sua erede e forza di ogni primo progetto, presentava la sua esistenza come un sistema di tipi per tutta l’umanità. In fondo, questo messianesimo è una copia del comportamento della Chiesa ortodossa che nega autenticità al cristianesimo non russo ed è così rimasta con la Chiesa cattolica, fino a un’epoca molto recente, in un conflitto irreconciliabile come quello dell’URSS di fronte agli Stati Uniti.
Pascal Quignard, filosofo e saggista francese, gran conoscitore della cultura romana (6), sostiene che Roma non è scomparsa in seguito allo scontro con il cristianesimo, ma è riuscita a far adottare ai suoi postulati e ai suoi costumi delle forme cristiane. Il culto di Cesare è diventato la fede nella santità di Cristo, gli ideali dell’isolamento patrizio si sono trasformati in pratica monastica…
È facile provare la giustezza di quest’idea riferendosi alla Russia, dove l’ortodossia, che è passata per le spine della rivoluzione, è riuscita a immettere dell’anima in una potenza atea. Ricordiamo la deificazione di una guida vivente e quella delle reliquie di una guida defunta, e il principio dell’edificazione del Partito come quella dell’ordine monastico dei Portaspada… (7)
Si sostiene che anche il disegno della croce sia stato conservato: è l’incrocio della falce e del martello nelle mani dell’operaio e della kolchoziana nel gruppo scolpito da Vera Mukhina (8).

Vera Mukhina, L’operaio e la kolchosiana, collocazione all’Esposizione internazionale di Parigi del 1937 (a sinistra) e al Centro delle Esposizioni della Russia a Mosca (ex VDNKh)

Croce o meno, il recente smontaggio di questa scultura a scopo di restauro e, soprattutto, l’inevitabile momento in cui le due statue cariche di pathos si sono trovate senza testa sono stati presentati dai nostri mass-media con una nota di panico. L’ironia della sventura si è rotta nel momento in cui esso si è trasformata in collera ai piedi di questo colossale simbolo metallico. Se si volesse, vi si potrebbe vedere la segreta immutabilità di ogni totem nazionale, dove solo l’invulnerabilità alimenta il sarcasmo insensato della nostra stampa, ma quando questa invulnerabilità è messa in causa, il sarcasmo è rapidamente dimenticato!
Oggi, come nel passato comunista, anche alcuni casi estremi – in particolare, la negazione totale della fede ortodossa – sono, di fatto, dei casi religiosi. Per esempio, un anno fa, al Centro Sacharov, è stata presentata al pubblico una scandalosa esposizione di icone ricoperte di iscrizioni oscene. L’evento si è concluso con l’attacco del pubblico indignato: i muri del Centro sono stati coperti a loro volta di ingiurie! Esempio di negazione della negazione, classico per la nostra cultura, dove le parti al cospetto si disputano, freneticamente, il buon diritto.
È un’ortodossia inconscia, un’ortodossia a fianco di uno scandalo con essa stessa.
Ma un rapido sguardo sulla scena moscovita basta a scoprire il quadro variopinto della coesistenza di tendenze apertamente ortodosse: gli studi di Anatolij Vasil’ev (9), come la pièce dedicata al poeta Aleksandr Puskin [Pushkin], fanno appello ai canti religiosi, perché la recente messa in scena della prima rappresentazione in un teatro di Mosca ha stupito il pubblico per un angelo dalle enormi ali che beveva vodka prima di inviare ad patres (10) l’anima dell’eroina dello spettacolo.
La penetrazione dell’ortodossia nella cultura moderna non assume in Russia soltanto forme evidenti. Notiamo la popolarità sorprendentemente non europea delle configurazioni classiche nel balletto moderno, o la spiritualità della musica d’avanguardia, per esempio nella creazione di Sofia Gubaidulina (11), di Alfred Snitke (scomparso non molto tempo fa) (12) o anche della “Sinfonia del Mondo” di Aleksandr Bakca [Bakcha]… Osserviamo lo stesso processo nel suo “aspetto nascosto”, ma sulla matrice della coscienza sociale non è meno evidente. Nel kitsch della letteratura a buon mercato, nell’immagine di un brigante alle prese con la feccia del mondo intero, qualunque storico di cultura distinguerà facilmente una replica del comportamento dei santi ortodossi, per esempio Aleksandr Nevskij (13). E anche nell’immagine di una strega uscita da un thriller mistico si vedranno le caratteristiche delle veggenti ortodosse, la bulgara Vanga (14) o la beata Matrëna… (15) La loro cecità non fa che aiutarli a chiarire meglio i misteri.
Infine, il culmine di questo pensiero contraddittorio è nel secolo scorso, ne Il Maestro e Margherita di Michajl Bulgakov (16). Le matrici mentali subcoscienti dell’ortodossia sono fantasticamente vivaci, persino entro lo spessore delle variazioni satiriche sui temi satanici, ove il Principe delle tenebre finisce per diventare, nelle mediazioni, il cavaliere della Giustizia accanto alla Luce.
Da oltre mille anni, l’oceano della cultura russa è illuminato da questa luce di salvataggio.

 

Note:
1. Anatolij Korolev, L’ortodossia, eterna chiave della cultura russa, in “Europaica Bulletin”, n. 45, 16 luglio 2004. Traduzione dal francese e note: © associazione culturale Larici, 2007.

2. Si allude al mito della Terza Roma. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte dell’Impero Ottomano, il 29 maggio 1453, si fece strada l’ideologia di “Mosca terza Roma”, che si rafforzò nel 1472, quando Ivan III, sposando Sofia Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore bizantino, reclamò l’eredità storica, politica e religiosa di Costantinopoli. Celebre è la frase scritta, sotto il regno di Vasilij III, figlio di Ivan e Sofia, dal monaco Filotej di Pskov: “Due Rome sono cadute, la terza sta e la quarta non ci sarà”. (N.d.T.)

3. Nel testo originale è indicato “Domenico Tresini”, anziché Domenico Trezzini (1670-1734). Architetto italiano di origini svizzere, Trezzini progettò alcune fortezze costiere per il re di Danimarca e per questo fu scelto da Pietro il Grande per disegnare la nuova capitale russa, San Pietroburgo, nella zona paludosa della Neva. I lavori di bonifica e palificazione con l’aiuto di trentamila servi della gleba (editto 1 marzo 1704) durarono due anni e Trezzini progettò il piano generale e tutti gli edifici importanti. Alla sua morte i lavori proseguirono sotto la guida dell’architetto Bartolomeo Rastrelli. (N.d.T.)

4. Dal 1907, dopo aver studiato a Kiev, dove nacque, e a Mosca, Kazimir Malevic (Malevich; 1878-1935) partecipò a diverse mostre collettive, sperimentando stili diversi, fin quando si inserì nei movimenti all’avanguardia. Nel 1915 scrisse il manifesto Dal Cubismo al Suprematismo. Il nuovo realismo pittorico, e alla mostra “0.10. Ultima mostra futurista” espose trenta opere, tra cui il Quadrato nero (olio su tela, ora la Museo di Stato russo di San Pietroburgo). In seguito alla Rivoluzione del 1917, Malevic ebbe diversi incarichi di responsabilità nel settore artistico antico e moderno e pubblicò articoli e saggi, tra cui Suprematismo: il mondo come non oggettività o eterno riposo e Dio non è stato detronizzato: arte, chiesa, industria. Nel 1927 tenne una mostra personale a Varsavia e a Berlino, dove conobbe gli artisti del Bauhaus. In seguito riprese la pittura figurativa e impressionista fino al 1930, quando partecipò alle mostre di arte sovietica a Berlino e a Vienna. Al ritorno fu arrestato, ma fu subito rilasciato e poté riprendere l’attività pittorica pubblica, ormai inserita nella maniera realista. (N.d.T.)

5. Fu il filosofo Nikolaj Berdjaev (1874-1948) a definire “età d’argento” l’epoca, fra il 1895 e il 1925, caratterizzata da un rinascimento culturale distintosi per l’attiva e intensa relazione tra i diversi rami dell’arte, della filosofia e della letteratura all’insegna del simbolismo. (N.d.T.)

6. Pascal Quignard (1948) è romanziere, poeta, saggista, latinista, musicologo e violoncellista. Dopo gli studi di filosofia, è entrato come redattore nella casa editrice Gallimard e ha insegnato all’Ecole Pratique des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Nel 1990 ha fondato, e diretto per quattro anni, il festival dell’opera e del teatro barocco de Versailles. Nel 1994 ha abbandonato tutti gli incarichi per dedicarsi esclusivamente alla letteratura e, nel 2002, ha ricevuto il Premio Goncourt per Les Ombres errantes, primo tomo della serie Dernier Royaume (Ultimo Regno) di cui Quignard ha detto: «Non so quanti volumi scriverò. Non voglio legarmi le mani con le mie dichiarazioni. Quel che è certo è che morirò in questa impresa battezzata Dernier Royaume, il mio modo di dire che il secondo mondo (il primo è quello uterino, prenatale) è l’ultimo, che non c’è un’altra vita». (N.d.T.)

7. Cavalieri Portaspada o Ordine Livoniano (in latino, Fratres militiae Christi) è il nome di un ordine monastico cavalleresco, costituito ufficialmente nel 1204 dal vescovo Albrecht von Buxthoeven sulla base della regola dei Cavalieri Templari. (N.d.T.)

8. Vera Ignat’evna Mukhina (1889-1953), scultrice, nacque a Riga, studiò a Mosca e a Parigi e visitò l’Italia. La sua opera più celebre è il monumento all’operaio (con il martello in mano) e alla donna del kolcholz (con la falce), ideato per il padiglione sovietico all’Esposizione internazionale di Parigi del 1937. Alto 24 metri e pesante 75 tonnellate, il monumento è in fogli di acciaio inossidabile saldati insieme con un metodo all’epoca innovativo ed è diventato un simbolo in tutto il mondo dell’arte sovietica. In seguito, la Mukhina realizzò molti ritratti-monumento: Jakov Sverdlov, Vladimir Lenin, Pëtr Cjaikovskij, Maksim Gor’kij… (N.d.T.)

9. Dopo la laurea in chimica conseguita a Rostov sul Don e il tirocinio sulle navi nell’Oceano Pacifico, Anatolij Aleksandrovic Vasil’ev (1942) scelse di dedicarsi al teatro e frequentò, dal 1968 al 1973, il corso di regia del GITIS (Istituto Statale di Arte Teatrale) diretto da Marija Osipovna Knebel’ e Andrej Alekseevic Popov. Lo spettacolo di esordio di Vasil’ev fu A solo per orologio con suoneria dell’autore slovacco contemporaneo O. Zagradnik. Nel 1976 accettò di lavorare per il suo ex insegnante Popov, diventato direttore del Teatro Stanislavskij di Mosca, mettendo in scena drammi (di ispirazione simbolista o sociale) innovativi, sia in termini di repertorio che di spettacolo, con grande successo ma le autorità ne ostacolarono l’attività teatrale fino alle dimissioni di Popov e alla disgregazione del gruppo. In seguito, Vasil’ev ha diretto altre opere – meno spettacolari – e ha tenuto dei corsi di regia in vari istituti. Nel 1986 il Soviet di Mosca ha aperto per Vasil’ev un nuovo teatro, la “Scuola d’arte drammatica” (nome proposto da Vasil’ev stesso), inaugurato con l’opera Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. Dal 1995, dopo le alterne fortune che hanno seguito le vicende politiche e la regia in altri teatri, russi ed europei, Vasil’ev è tornato a rappresentare opere nel suo teatro, tra cui Il convitato di pietra ed altri versi, spettacolo basato sulla tragedia di Puskin, ma che include anche altri componimenti poetici dello scrittore russo. (N.d.T.)

10. In latino nel testo. (N.d.T.)

11. Sofia Asgatovna Gubaidulina (1931) è nata nella Repubblica Tatara e ha studiato pianoforte a Kazan’ e composizione a Mosca. Dal 1992 vive in Germania. La sua opera compositiva è influenzata dal folklore russo, caucasico e asiatico, rielaborati in un personale linguaggio. (N.d.T.)

12. Alfred Garrievic Snitke (Shnitke; 1934-1998), nato in Russia ma di origini tedesche ed ebraiche, studiò pianoforte a Vienna e a Mosca, dal 1948, direzione di coro, contrappunto e composizione. Dal 1961 al 1972 fu insegnante di strumentazione al Conservatorio moscovita e, nelle composizioni, sviluppò un proprio stile “partendo dallo spirito delle grandi cantate di Kabalevskij e di Khacaturian”. Dal 1973 al 1980 si dedicò quasi esclusivamente alla composizione, poi insegnò a Vienna e a Monaco di Baviera. Riccardo Chailly ha detto che Snitke è l’espressione buona dell’ultimo Sostakovic (Shostakovich). (N.d.T.)

13. Aleksandr Nevskij (1220?-1263) fu principe di Novgorod dal 1245 e la Chiesa ortodossa russa lo canonizzò nel 1547. Aleksandr combatté contro gli invasori svedesi nel 1240 e si racconta che, la notte prima dello scontro decisivo, sulla riva della Neva gli apparvero i santi Boris e Gleb che gli promisero il loro appoggio. Aleksandr vinse e da allora fu soprannominato “Nevskij” (della Neva). Nel 1242 vinse anche contro la cavalleria dell’Ordine Teutonico e la vittoria fu considerata quella dell’ortodossia bizantino-russa sul cattolicesimo romano. Morì nella città di Gorodec (Gorodets), di ritorno dalla capitale dell’Orda d’Oro dove si era recato a consegnare i tributi richiesti dai Tatari, allora dominatori della Russia. Nel 1725 i suoi resti furono traslati a San Pietroburgo. (N.d.T.)

14. Vanga (Vangelia) Pandeva (1911-1996), viveva a Petrich, in Bulgaria. In seguito a una tromba d’aria che la investì, perse la vista a 12 anni. Cominciò a predire a 16 anni, ma i suoi poteri furono conosciuti dopo i trent’anni. La sua storia è ricca di profezie e di personaggi celebri che le chiedevano indicazioni: si racconta che Adolf Hitler lasciò la casa di Vanga di pessimo umore. Nel 1980 predisse con precisione la tragedia del sommergibile Kursk avvenuta vent’anni dopo; nel 1989 quella delle torri gemelli del World Trade Center di New York («I gemelli americani cadranno dopo essere stati attaccati dagli uccelli d’acciaio») del 2001; nel 1988 predisse l’ingresso della Russia nel G7 «ma bisognerà aspettare ancora a lungo prima che… verrà firmato un accordo definitivo di pace sulla Terra». La differenza temporale tra previsione e avvenimento e il linguaggio oscuro hanno fatto paragonare Vanga a Nostradamus. Tra le tante profezie, due aspettano di essere verificate: «I treni inizieranno a volare nel 2018, saranno alimentati dal sole. La Terra riposerà fino a quando cesserà l’estrazione del petrolio» (1960) e «Tutto si scioglierà come il ghiaccio e la gloria di Vladimir, la gloria della Russia saranno le sole cose che resteranno. La Russia non solo sopravviverà, ma dominerà il mondo» (1979), in quest’ultima resta da capire chi sia “Vladimir”, se il santo principe di Kiev, Lenin o Putin. (N.d.T.)

15. Cfr la biografia di santa Matrona.

16. Michajl Afanas’evic Bulgakov (1891-1940) si laureò in Medicina a Kiev, Ucraina, e, arruolato come medico, andò nella regione caucasica, dove iniziò il lavoro di giornalista sotto il regime sovietico. Scrisse commedie, critiche letterarie, storie e traduzioni alcuni romanzi, molti dei quali non trovavano più pubblicazione, perché nel 1929 tutte le sue opere (satiriche contro il regime) erano state messe al bando. Allora scrisse a Stalin, che ammirava Bulgakov, chiedendogli di dargli la possibilità di andare all’estero oppure di lavorare e il dittatore gli telefonò in persona per offrirgli un lavoro al Teatro d’Arte di Mosca. Il suo romanzo più famoso è il satirico Il maestro e Margherita, che fu pubblicato nel 1967, quasi trent’anni dopo la sua morte, grazie all’editore Giulio Einaudi. Il libro girò prima clandestinamente in Unione Sovietica, poi venne pubblicato, censurato, a puntate sul giornale “Moskva”. (N.d.T.).

 

 

 

 

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