ARTE E ARCHITETTURA > Daniele Ludovico Viganò, L'invisibile visione del Palazzo dei Soviet: iconografia e architettura negli anni Trenta sovietici, 2002

 

Introduzione del libro interamente scaricabile

Immagine e rappresentazione, visibile e invisibile, reale e virtuale, utopia e ideologia: queste sono le parole, i testi e i linguaggi che, nel modo più adeguato, descrivono, donando respiro e senso di vivificazione, l’insieme di vicende che incarnano e strutturano la storia dell’architettura e dell’agire all’interno della dimensione urbanistica della città sovietica, tra l’inizio degli anni Venti e la fine degli anni Trenta.
Nell’ambito dell’articolazione generale del presente lavoro, argomenteremo e analizzeremo, da una parte, diversi aspetti e momenti della storia dell’Unione Sovietica, situazioni e frangenti, differenti tra loro per natura e composizione, ma legati da una concatenazione di eventi e di pieni significati; dall’altra parte, offriremo approfondimenti di origine ideologico-filosofica per scovare, nelle reali motivazioni e nei continui flash-back di matrice storiografica, il convincimento di come l’evento e il prodursi delle vicende relative al mondo sovietico e all’immagine, che di questo mondo si voleva consegnare alla Storia, abbiano, forse inevitabilmente, sorretto e determinato l’intera struttura di pensiero e quella sofferente complessità di gestione di un futuro «radioso», desideroso di appartenere, ogni giorno, all’istante presente, senza alcuna possibilità di fuggire da un destino illuminato ma ineluttabile.
La Prima guerra mondiale è stata un evento quanto mai disastroso per l’Unione Sovietica, sia perché ha portato la popolazione allo stremo a causa di una povertà già consistente ed estesa nella totalità della terra russa, sia per l’avvento al potere di Lenin che ha voluto bruscamente sbarazzarsi del «passato scomodo, borghese e improduttivo», incarnato dalla precedente epoca zarista.
Gli anni successivi sono stati denominati anni del «comunismo di guerra»: difficili, faticosi e duri, nei quali si acuisce la fisiologica mancanza di alloggi e spazi per il popolo, un’annosa problematica che ha accompagnato l’intera genesi del progetto socialista, interpretato da Lenin prima e inscenato da Stalin poi.
L’arte e l’architettura sono state ideologicamente funzionali all’assetto sociale, per il quale, a partire dagli anni Venti e proprio per voler risolvere quella che sarà chiamata, in senso lato, la «questione abitativa», si sono sperimentate diverse soluzioni al fine di trovare e concretizzare il modello perfetto, in cui l'«uomo nuovo» sarebbe stato protagonista assoluto.
La prima tappa di questo progetto è identificabile nella costruzione delle «città-giardino», moderne e solari residenze unifamiliari sorte ai margini delle grandi città. In particolare, già dai primi anni, è a Mosca che si concentrano, in questo settore, gli sforzi del regime, tesi a rendere la capitale immagine e specchio di un elevato rigore e costante progresso di cui far mostra anche in Occidente.
Verso la metà degli anni Venti, un ruolo primario è assunto dal Costruttivismo, che genera un sensibile cambiamento di orientamento delineando il progetto di «casa comune». Questa nuova tipologia viene motivata dal protocollo del «collettivismo», come condizione indispensabile per la nascita e la naturalizzazione delle sfumature dello stile di vita socialista, il quale prevede la condivisione sia degli spazi abitativi che della sfera quotidiana, in cui il cittadino sovietico è chiamato a vivere e operare, secondo una sorta di cadenzario funzionale alla "regimentazione" dei comportamenti individuati entro e non oltre il cosiddetto bene collettivo.
All’epoca del primo Piano quinquennale (1928) e all’interno di un forte processo di radicalizzazione voluto dagli organi dirigenti, mutano i criteri nella scelta delle forme artistiche. Ciò porta alla trasformazione della concezione dell’architettura da una rappresentazione della proprietà legata a una dinamica “orizzontale” - che premia la realizzazione di un’utopia in grado di offrire un’abitazione a ciascuno - a una concezione “verticale” dell’edificio, che esprime non tanto un’esigenza del proletariato, in senso stretto, quanto un servigio alle manie di grandezza e maestosità del potere centrale. Soprattutto Mosca, città e capitale, cuore e ragione del socialismo, subisce la ricostruzione, pressoché totale, del suo landscape, anche se realizzato per lo più solo su carta, ma, nonostante ciò, già trasceso e assolutamente spacciato come reale.
È in questo contesto che si sviluppa la progettazione del Palazzo dei Soviet, mastodontico edificio simbolo della futura incontrastata e incontrastabile potenza sovietica su scala mondiale. Il Palazzo dei Soviet, oggetto di due concorsi, rimane irrealizzato, se non nelle provvisorie fondamenta, smantellate, per gran parte, allo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Sotto l’aspetto culturale, il fervore degli anni Trenta costituisce un territorio privilegiato e dà fiato alla mutazione del concetto di “bello”: ora i canoni estetici devono richiamare la classicità e la monumentalità, affinché gli apparati architettonici maestosi risultino sobri ma di grande effetto.
Dal punto di vista filosofico, nel “dietro le quinte” di questa esperienza si possono rielaborare quei concetti e quelle categorie appartenuti al periodo staliniano e apportare una distinzione efficace e probante sulla possibile visione che si pone automaticamente in essere tra luogo e non-luogo. Infatti, entrambe le espressioni, cariche di significato e di rimandi ulteriori, ci permettono di dimostrare come Stalin in persona si sia costruito un ruolo ad hoc e, di ciò, ne abbia avuto piena facoltà, mettendo in scena la vita sovietica e persuadendo il popolo che il «fulgido domani» aveva davvero un significato totale e sarebbe stato più reale della realtà stessa. Tuttavia, proprio uno di questi non-luoghi per eccellenza è rappresentato dal progetto del Palazzo dei Soviet, che ha mantenuto a lungo un indiscusso primato nella coscienza proletaria, in quanto lo scopo e l’immaginario collettivo, riversati intorno a questo luogo d’elezione, hanno comportato un coinvolgimento visibile di carattere emotivo e di convinta adesione. Attraverso una forte e scaltra propaganda, mediante i manifesti e il continuo parlarne, l’area destinata alla edificazione ha assunto un’aura di sacralità sfociata, poi, nell’identificazione del palazzo in un vero e proprio simulacro.
È qui che subentrano quei tratti significativi e quelle proprietà appartenenti alla sfera del mondo dell’immagine, nella sua primaria distinzione tra eidòs e eìdolon di antica memoria platonica, che mostra come sia sempre valsa fin dall’antichità e come si sia trascinata lungo i secoli attraverso quell’ambiguità tra idolo e Idea, tra rappresentazione di un’immagine e ciò che riguarda, invece, il suo statuto ontologico e le sue modalità.
Per questo è utile tornare a indagare il concetto di icona, paradigma dell’immagine per antonomasia, per quel suo significato e significare profondo di cui si rende incarnazione e che tende, per sua stessa natura, a rimandare in un “al di là” dell’immagine verso il mondo dell’invisibile. Proprio il continuo apparire e scomparire, nel lungo percorso della storia, di queste caratteristiche dell’icona nell’immaginario collettivo diventa il leit motiv di ogni trattazione sul rapporto tra reale e virtuale. Quando nel Rinascimento nasce l’illusione prospettica, le raffigurazioni pittoriche diventano sempre più una pura e semplice descrizione della realtà, senza complicazioni e significati ulteriori, cioè l’immagine è visibile nella sua stessa realtà, così come appare, priva di ulteriori significati.
Dimostreremo che quest’ambiguità dell’immagine si innesta nel linguaggio e nel testo scritto della vicenda del Palazzo dei Soviet, perché fa capire il valore e il significato che, al di là della sua qualità, l’opera architettonica ha immediatamente assunto nell’immaginario collettivo. Seguire le tracce di un progetto mai realizzato fa anche cogliere, proprio per il lungo perpetuarsi della sua invisibilità al centro della storia dell’architettura sovietica, quello stretto legame tra reale e virtuale, visibile e invisibile, immagine e rappresentazione che è stato il cardine del socialismo reale e che prende la configurazione di un’utopia di incontrollabili dimensioni o, forse, solo e unicamente, esperienza simulacrale del vuoto e della libertà insieme.

Introduzione
I. L’architettura sovietica tra gli anni Venti e Trenta (86kB)
II. Il Palazzo dei Soviet (63kB)
III. Ambiguità artistiche e iconografiche del mondo sovietico
Conclusione (58kB)
IV. Tavole (2,1MB)

 

 

 

 

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