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ARTE E ARCHITETTURA > Jean-Pierre Vouga, L’architettura e il realismo socialista (1)

 

Figlio e nipote di architetti del Cantone svizzero di Vaud, Jean-Pierre Vouga (1907-2006) ebbe un ruolo importante, a livello locale e internazionale, nella promozione dell’architettura e dell’urbanistica moderne. Dal 1948 al 1972 fu molto attivo all’interno dell’Unione internazionale degli architetti (UIA) – cosa che gli permise di viaggiare in tutto il mondo “matita in mano” – e negli stessi anni fondò a Zurigo il Centro svizzero di razionalizzazione dell’edificio (CRB) per promuovere internazionalmente un coordinamento modulare per accelerare il processo di industrializzazione edilizia sui principi del funzionalismo razionalista. Con l’incarico di “architetto dello Stato di Vaud” (1960-1972) e di delegato aggiunto del Consiglio federale all’assetto del territorio (1972-1976; con Martin Rotach e Marius Baschung) si adoperò per pianificare e riorganizzare il territorio svizzero, promuovendo piani urbanistici di ampio respiro e la tutela paesaggistica. Intensa fu anche la sua attività di pubblicista, come fondatore di riviste, saggista sui più importanti periodici internazionali di architettura e storico del suo Cantone. All’interno di questi scritti si colloca il saggio qui riproposto, uscito all’inizio degli anni Settanta quando in Occidente si doveva prendere atto della nuova architettura sovietica, ma si stentava a riconoscerne un ruolo nel panorama mondiale. Nel testo sono inframmezzate diverse fotografie, sprovviste di didascalia.

 

Non è inutile precisare, all’inizio di queste righe, che le parole «realismo socialista» saranno qui prese nel loro senso storico e si riferiranno agli eventi che hanno avuto origine in Urss nel 1932. Forse, quando tenteremo di stabilire il bilancio, saremo portati ad interrogarci su ciò che potrebbe essere, nelle migliori condizioni, l’espressione di un realismo socialista nell’architettura?

Le fonti
Per ora, la nostra prima intenzione è di determinare le diverse fonti di questa architettura, di descrivere le circostanze per cui è stata imposta per venticinque anni a un popolo di più di duecento milioni di abitanti ed è stata diffusa, come simbolo collettivo del socialismo staliniano, fino alle porte dell’Occidente, da un lato, e ai confini dell’Oriente, dell’altro, e di provare a comprendere, senza cadere nello scherno, quale slancio ha potuto in realtà consolidare a Berlino Est, in pieno XX secolo, gli sfarzi del Stalinallee (2), a Varsavia l’imponente Palazzo dei Congressi (3), a Bucarest la Scânteia (4), come a Mosca e a Leningrado le stazioni della metropolitana e i giganteschi viali, e ha potuto imporre a Alma Ata (5), a Ulan Bator (6) e all’immensa Cina popolare i loro imperturbabili, colossali e provocatorie caserme da abitare.

La filiazione accademica
Come tutte le scuole che affermano di volere risalire alle fonti, il realismo socialista si è fortemente tinto di accademismo. Non c’era da risalire molto lontano: il grande movimento che aveva fatto emergere a San Pietroburgo le maestose manifestazioni classiche, l’Ammiragliato di Zaharov, il Maneggio di Quarenghi, il Museo Russo di Rossi, Sant’Isacco di Montferrand, i palazzi Pavlovskij di Cameron, non avevano molto più di cent’anni. Da allora, gli emuli e i discepoli di Ledoux avevano sparso centinaia di questi palazzi gialli e bianchi – metà urbani, metà campagnoli – dalle colonne pesanti e dai frontoni bucati da una finestra a mezzaluna, i quali, ai nostri occhi di europei, evocano ammirevolmente la Russia perché procedono parallelamente ai racconti di Tolstoj, di Cechov o Dostoevskij. Una di queste splendide residenze, Suchanovo, nei dintorni di Mosca, vecchia proprietà del principe Volkonskij, era stata del resto appena offerta all’Unione degli architetti per gli svaghi e le vacanze dei suoi membri e per l’accoglienza che da allora offre agli ospiti.
Per certi versi, non è dunque neppure necessario parlare di un ritorno alle fonti, è quasi una filiazione diretta e ininterrotta per coloro che rappresentavano i capifila.

Una filiazione popolare?
Tuttavia, sotto la pressione degli eventi politici, si era fatto in fretta a immaginare, in qualunque parte, delle pseudo-fonti storiche armene, georgiane, uzbeche o siberiane per alcuni prestiti riscontrabili nella ricercatezza e nelle decorazioni popolari, ma senza alcun supporto architettonico. I dirigenti volevano provare, inoltre, che il socialismo sapeva distribuire le ricchezze e rendere la bellezza accessibile al popolo. Di conseguenza, occorreva mettere queste ricchezze alla portata del popolo: il marmo scendeva le scale della metropolitana. Allo stesso tempo, la costruzione utilitaria, portata al proscenio dai costruttivisti, era assimilata all’indigenza. Ormai, le costruzioni socialiste blandivano senza ritegno i gusti della massa popolare, la meno preparata al discernimento. Se, dunque, il realismo socialista in architettura trovava una fonte nel popolo, questa era molto più vicina agli strati borghesi che al proletariato.

 

 


Note
:
1. J-P. Vouga, L’architecture et le réalisme socialiste, in “L’architecture d’aujoud’hui”, n. 158, ottobre-novembre 1971, pp. 48-53, traduzione dal francese a cura dell’associazione culturale Larici, fotografie originali di Giles Erhmann.

2. La Stalinallee (oggi Karl-Marx Allee e Frankfurter Allee) era il monumentale asse urbano che portava da Mosca nel cuore di Berlino capitale della DDR e che segnava il legame tra il Cremlino e Alexander Platz. (N.d.T.)

3. Accanto alla fedele ricostruzione dei maggiori monumenti, a Varsavia spicca il "Palazzo della Cultura e della Scienza" (Palac Kultury i Nauki, o PKiN), fatto erigere da Stalin nel 1952-1955 accanto alla stazione centrale, con forme e dimensioni simili alle “sette sorelle” (grattacieli) di Mosca. (N.d.T.)

4. La Scânteia o Scînteia (scintilla) era il nome del partito comunista in Romania che redasse pubblicazioni clandestine dal 1931 fino alla fine della Seconda guerra mondiale. In seguito diventò il mezzo principale con cui il regime sovietico indicava gli obiettivi. La sede del giornale fu costruita sotto Stalin e fu chiamata allo stesso modo. (N.d.T.)

5. Alma Ata, capitale del Kazakistan, è oggi chiamata Almaty. (N.d.T.)

6. Ulan Bator, capitale e principale città della Mongolia, prende il nome da situata nella parte centro-settentrionale del paese. La città porta questo nome dal 1924 (da Ulaanbaatar, eroe rosso) in onore dell’eroe nazionale mongolo Damdin Süchbaatar, i cui soldati avevano liberato il Paese da cinesi e russi bianchi combattendo a fianco dell'Armata Rossa. (N.d.T.)

 

 

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