ARTE E ARCHITETTURA > Stefania Zini, Le pitture rupestri del fiume Pegtymel’, 2005

 

Il Circondario autonomo della Chukotka è nell’estremo Oriente russo: 720.000 kmq per meno di 50.000 abitanti. Vi abitano Chukchi (pronuncia: Ciukci), Coriacchi, Lamuti ed Esquimesi.
Anticamente, la regione era unita all’Alaska da una striscia di terra, la Beringia, un largo istmo che collegò l’Alaska e la Siberia durante le ere glaciali del Pleistocene (cioè fino a circa 20.000 anni fa). Poi i ghiacci si sciolsero, il mare si alzò, i popoli – siberiani e alaskan – furono divisi. I Ciukci si dedicarono alla pesca e all’allevamento di renne e fino al XVI secolo rimasero sconosciuti ai Russi – il primo riferimento risale al 1641 – cioè fino all’arrivo dei cosacchi sul fiume Kolyma. In questa sede poco interessa lo sviluppo successivo, basti sapere che molti ciukci conservano ancora i caratteri culturali dei paleosiberiani, sono organizzati in clan endogamici a struttura patriarcale, praticano lo sciamanesimo, sono nomadi che vivono di pesca e renne, abitano nelle yaranga, le caratteristiche tende cilindro-coniche, e parlano un dialetto che solo nel 1930 conobbe una prima forma scritta. Ora la loro storia antica sta affiorando con la scoperta di numerose pitture rupestri. Stefania Zini – esploratrice e giornalista – ha partecipato alla prima spedizione archeologica italo-russa in quelle terre e, per sua gentile concessione, se ne pubblica resoconto e fotografie.


Latitudine Nord 69?32’, longitudine Est 174?31’: siamo in Chukotka, la lontana regione della Russia affacciata sullo Stretto di Bering e comunemente chiamata Alaska russa. Non a torto: il villaggio chukcha di Uelen dista appena 83 chilometri da Wells, il paese eschimese sulla costa statunitense. E il confine tra America e Russia divide a metà lo stretto passando tra due isole – la Piccola Diomede (o isola di Kruzenshtern) e la Grande Diomede (o isola di Ratmanov) – separate da un braccio di mare di soli tre chilometri, ma la prima appartiene alla Russia, la seconda agli Stati Uniti.
È in questo angolo remoto che, nei mesi di luglio e agosto del 2005, si è svolta la prima spedizione archeologica italo-russa in terra polare, in collaborazione con l’Istituto di Archeologia RAN di Mosca.
A circa cinquanta chilometri dalle sponde del Mare Siberiano Orientale si trova la scogliera di Kajkuul, che occupa la riva destra del fiume Pegtymel’ per oltre un chilometro di lunghezza prima della foce. Il massivo roccioso, alto circa trenta metri, rompe la ripetitività di un paesaggio di rive basse e pianeggianti tipico del tratto inferiore dei fiumi del Nord russo.
Il Pegtymel’ è uno dei maggiori fiumi della regione. Lungo 345 chilometri, nasce tra le alte vette del crinale e scorre verso Nord. A valle, i picchi frastagliati dell’entroterra chukcha, che raggiungono i 1800 metri di altezza, lasciano il posto alle colline a alla pianura. La tundra rocciosa e spoglia di colore grigio-marrone si trasforma nella tipica tundra delle zone artiche, coprendosi di un fitto manto di arbusti, cespugli, betulle nane, ledo, erica, mirtillo rosso, erbe, muschi e licheni, che si stende fino al mare alternandosi alla pietra nuda.
In questo paesaggio, la scogliera di Kajkuul si evidenzia non solo per l’imponenza, ma soprattutto perché ospita una moltitudine di antiche immagini rupestri, magistralmente incise, intagliate, graffiate dai popoli nomadi di passaggio. Impresse nella roccia sulle superfici verticali lisce, protette da pensiline rocciose o nascoste in grotte e crepe, queste opere d’arte sembrano osservare lo splendido paesaggio sottostante perdersi all’infinito. Oggi, sono il simbolo della Chukotka.
Le famose raffigurazioni – le uniche della Russia asiatica a trovarsi oltre il Circolo Polare Artico – sono state rinvenute quarant’anni fa, ma hanno lasciato molte domande senza risposta certa: chi sono gli autori, a quali periodi appartengono esattamente, perché fu scelta proprio la scogliera di Kajkuul?
Occorrerebbero ancora anni di studio per risolvere ogni dubbio, ma organizzare una spedizione in loco continua a essere un’impresa complessa e onerosa. Il problema della lontananza geografica è aggravato dalla quasi totale assenza di vie di comunicazione interne e, soprattutto, dall’avversità delle condizioni meteorologiche. Il territorio è infatti molto difficile da raggiungere per buona parte dell’anno.
Scoperte per caso nel 1965 dal geologo russo Samorukov, le incisioni rupestri assunsero fama mondiale grazie al lavoro dell’archeologo Nikolaj Dikov. Durante le spedizioni del 1967 e del 1968, egli rinvenne e classificò 103 gruppi di immagini riunite su undici sporgenze rocciose. Dikov scoperse e studiò i resti di due accampamenti risalenti al tardo Neolitico (1000 a.C.) e una grotta con immagini e materiale archeologico appartenente alla cultura Drevneberingomorskaja (VIII-XI secolo d.C.). Inoltre, a una decina di chilometri dalla scogliera in direzione della foce, Dikov rinvenne una raffigurazione su uno scoglio solitario, sulla cui sommità furono trovati i resti di un altro accampamento risalente al tardo Neolitico.
Il lavoro compiuto dall’archeologo russo nell’arco di sole due stagioni fu enorme e i risultati furono raccolti in Gli enigmi rupestri dell’antica Chukotka: i disegni rupestri del Pegtymel’, un libro pubblicato nel 1971, ben sei anni dopo il ritrovamento del sito, e tradotto in lingua inglese, che ancora oggi è considerato il vademecum dell’arte rupestre della Chukotka.
Negli anni seguenti, Dikov tornò periodicamente alla scogliera di Kajkuul, ogni volta annotando composizioni non registrate durante le precedenti spedizioni, ma il suo lavoro non fu subito classificato. Soltanto alla fine degli anni Novanta del XX secolo il mondo scientifico ha rivolto la propria attenzione al lontano monumento archeologico, accorgendosi che il numero dei disegni non catalogati – e non analizzati – era molto superiore alle aspettative.
È quindi stato il lavoro svolto dalla spedizione italo-russa del 2005 che ha consentito di intervenire in modo sistematico su tutti i ritrovamenti, cosicché il numero totale delle composizioni ufficialmente catalogate è salito a duecentosettanta.

Il lavoro non è stato solo quantitativo, ma soprattutto qualitativo. Infatti, all’approfondimento con le più recenti metodologie dello studio delle già note composizioni, si sono affiancati l’individuazione di altre raffigurazioni rupestri nella parte bassa del fiume, la riproduzione a disegno e a calco delle immagini più significative, l’analisi dello stato di conservazione del monumento archeologico, lo studio storico-culturale della regione e il rilevamento della frequenza dei soggetti.
Le raffigurazioni sono ovviamente correlate alla vita quotidiana dell’uomo primitivo, la cui principale attività era la caccia. I nomadi dell’entroterra chukcha uccidevano la renna selvatica, mentre chi abitava le coste colpiva i giganti marini.
La renna nordica è il soggetto principale delle pitture rupestri lungo il Pegtymel’. L’uomo conosceva molto bene gli spostamenti migratori delle mandrie di renne selvatiche e si appostava vicino a un guado per catturarle: era infatti in quel momento che l’animale era più debole, perché impedito nei movimenti. Si spiegano così le numerose scene di caccia che riprendono un uomo che, da un’imbarcazione monoposto, colpisce la renna con frecce e arpioni. In altre immagini, il cacciatore trascina l’animale ucciso, le cui dimensioni sono rese gigantesche rispetto all’uomo.
La vicinanza della scogliera alla foce giustifica la presenza di scene legate alla caccia marina, in cui un uomo arpiona balene e pinnati di varie specie, ma le imbarcazioni ospitano più persone, necessarie per portare a riva i grossi animali. È anche molto probabile che gli abitanti delle coste si spostassero periodicamente nella tundra a caccia di renne.
Più rare sono le scene di caccia a piedi, dove sono ripresi orsi, alci, lupi, cani e qualche uccello dalle gambe molto lunghe.
L’attento esame delle immagini ha rivelato l’uso di stili e tecniche esecutive differenti: i disegni sono realizzati in modi più o meno accurati e, oltre alla tecnica dell’incisione, sono utilizzate anche quelle dell’intaglio e della smerigliatura.
Ciò fa supporre che i disegni della scogliera di Kajkuul appartengano a periodi diversi, anche molto distanti tra loro.
Le renne, per esempio, possono essere riunite in due gruppi stilistici distinti. Al primo gruppo, appartengono gli animali disegnati in modo realistico, con il corpo arrotondato, le zampe incurvate e munite di zoccoli, i musi particolareggiati e gli occhi sporgenti. Al secondo gruppo, più numeroso, sono gli animali raffigurati in maniera schematica, col corpo a forma di triangolo e le zampe dritte.
Si può pensare che la scogliera di Kajkuul sia stata un luogo di ritrovo per molte generazioni di popoli di svariate etnie. Ed è probabile che essi si riunissero periodicamente in questo luogo non solo per cacciare, ma anche per celebrare riti e cerimonie di carattere mistico-religioso.

Certamente, la dimensione mistica aveva un ruolo importante nella vita dell’uomo antico, di cui se ne ha traccia sulla scogliera di Kajkuul in un’altra composizione ricorrente: le cosiddette “donne mukhomory”, le “donne fungo”. Molte pratiche rituali diffuse tra gli aborigeni siberiani implicavano l’uso di funghi allucinogeni (mukhomory) capaci di provocare un effetto psicotico. Nell’immaginario degli aborigeni, i mukhomory erano degli esseri fantastici dalle fattezze umane, ma con il capo che terminava con un enorme fungo.
Sui mukhomory esistono i miti più svariati. Secondo alcuni, i mukhomory sono donne trasformatesi in fungo e fuggite sottoterra con i figli, dopo essere state offese dai mariti. Secondo altri, le donne fungo sono esseri mandati dall’aldilà per accompagnare l’eroe morto verso l’incontro con i suoi avi. Secondo altri miti ancora, si tratta di belle ragazze che costringono gli uomini a dimenticare le proprie mogli…
La spedizione italo-russa ha scoperto soggetti mai notati in precedenza, come alcuni arcieri e una renna marchiata con un simbolo a forma di cerchio con un punto al centro. Secondo le tradizioni mitologiche eurasiatiche, questa simbologia veniva utilizzata per contrassegnare gli animali destinati al sacrificio.
I nuovi soggetti sono stati rinvenuti a diverse altezze della scogliera e in differenti condizioni. Due enormi pietre, capovolte e immerse nell’acqua del fiume, presentavano disegni di imbarcazioni di diverse dimensioni. Un masso, completamente interrato nella sabbia lungo la riva del Pegtymel’ e nascosto da arbusti, muschi e licheni, recava su due lati delle composizioni di renne di varia misura e – unica dell’intero massivo – un’abitazione, in cui sono due figure antropomorfe. Sotto il masso sono state trovate delle corna di renna nordica, possibili strumenti dell’incisore. Proprio lo spuntare di un corno, durante un periodo di acqua bassa, ha permesso di rinvenire le immagini.
I restauratori che hanno partecipato alla spedizione hanno svolto il lavoro molto importante di riproduzione delle composizioni più significative, sia note che nuove.
Le copie sono state eseguite utilizzando tecniche e materiali diversi, in modo da garantire l’esatta corrispondenza agli originali e permettere la loro esposizione in tutto il mondo, affinché la conoscenza delle lontane pitture rupestri del fiume Pegtymel’ non resti un privilegio di pochi studiosi.
Per far ciò, sono state eseguite delle riproduzioni su carta Mikolentnaja oppure utilizzando materiali a base di silicone per ottenere le copie-matrici. Sono stati sperimentati due diversi tipi di silicone: uno a indurimento veloce, un altro ad azione lenta. Il primo aveva il vantaggio di riprodurre la matrice in pochissimo tempo, 45 secondi, ma il rapido essiccamento impediva la copia di composizioni di grande dimensione.
Per evitare che l’utilizzo di silicone danneggiasse la pietra, a causa degli oli in esso contenuti, è stato necessario porre tra l’originale inciso sulla pietra e il silicone uno strato a base di metilcellulosa.
Nello specifico, le superfici sono state anzitutto fotografate in proiezione ortogonale al loro stato originario, poi sono state ripulite a secco dalle “impronte” lasciate dagli agenti atmosferici, ricoperte da cinque strati protettivi e, in ultimo, dal silicone. Quando il polimero si è indurito completamente, la superficie è stata ricoperta di gesso per riprodurre meglio la tridimensionalità della roccia. In questo modo, si sono ottenute delle matrici in negativo, idonee a riprodurre fedelmente l’originale nei materiali più vari: gesso, materie plastiche, cemento. Avvalendosi del rilievo fotografico, le copie possono essere tinte per rendere le sfumature dell’originale.
Il lungo lavoro di riproduzione aveva pure l’importante funzione di conservare un’immagine nel caso di perdita dell’originale. Lo stato di conservazione della scogliera di Kajkuul è infatti preoccupante: sotto l’azione degli agenti atmosferici, interi massi di roccia con raffigurazioni si staccano dalla scogliera e cadono sgretolandosi. Muschi e licheni, poi, attaccano la roccia, rendendo più fragile lo strato superficiale.
Le figure rupestri della scogliera di Kajkuul sono al momento le uniche rinvenute in Chukotka. Tuttavia, sono numerose le testimonianze degli autoctoni che riferiscono di altri disegni lungo le rive del Pegtymel’, ma le indicazioni sui siti non sono precise. Per questo motivo, negli ultimi anni, il lavoro di ricognizione si è esteso su entrambe le rive del Pegtymel’. Durante la spedizione del 2005, una parte della squadra ha percorso a piedi il tratto della riva destra del fiume che separa la scogliera dalla foce, raggiungendo il massivo roccioso vicino al Capo Izba di Shalaurov, non ottenendo risultati significativi. La prossima spedizione italo-russa proseguirà le ricerche sulla scogliera di Kajkuul e allargherà il campo di ricognizione lungo un altro fiume, il Kuvet, nella speranza che i racconti dei Chukchi trovino conferma.

 

Sull’argomento, si veda anche l’articolo di Stefania Zini e Alexander Borodin (in “The Explorers Journal” n. 25, 2006) scaricabile cliccando qui.

 

 

 

 

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