ICONE E RELIGIONE > Rudolf Arnheim, La prospettiva invertita e l’assioma del realismo, 1986

 

Contro il relativismo
Ho tentato di mostrare che la formula della prospettiva centrale, che ha trovato applicazione una sola volta in tutta la storia dell’arte (5), è solo uno dei tanti metodi per rendere l’esperienza della profondità tridimensionale su una superficie piatta. Se la si guarda dal di fuori della tradizione rinascimentale, essa non è né migliore né peggiore delle altre. Mi rimane da accertare che questa mia dimostrazione non venga fraintesa e fatta coincidere con l’opinione relativistica secondo la quale la scelta dei metodi di rappresentazione sarebbe interamente dovuta all’elemento accidentale della tradizione. Nella versione più oltranzista dell’approccio relativistico, si arriva a dire che la rappresentazione pittorica non ha intrinsecamente nulla in comune con i soggetti che rappresenta e quindi si fonda semplicemente su un arbitrario accordo tra le parti interessate. Questa banale sfida alle opinioni date per scontate dal resto della popolazione è esattamente il contrario di ciò che mi proponevo di dimostrare.
La prospettiva centrale è più vicina alla proiezione ottica degli altri metodi di rappresentazione della profondità, ma non possiamo dire che essa offra l’equivalente più stretto, nel medium bidimensionale, del modo in cui lo spazio viene esperito nell’ambiente visivo che ci circonda. Tale prospettiva anzi comporta più di qualsiasi altra procedura distorsioni di forma e dimensione rispetto a ciò che percepiamo comunemente. Per questo si è sviluppata così raramente e così tardi. Perché occorrono condizioni culturali molto particolari per passar sopra ai vincoli costrittivi che essa impone alla percezione naturale dello spazio da parte del pittore. Una volta che la tecnica è stata dominata dalla pittura realistica o dalla fotografia, gli osservatori possono essere indotti, a volte non senza qualche difficoltà iniziale, a considerare i loro prodotti come duplicati del mondo esterno.
Altri e più comuni metodi per rappresentare gli oggetti nello spazio, sviluppatisi in modo indipendente in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche e spontaneamente usati e compresi, differiscono radicalmente dalla proiezione ottica. Quello che ho tentato di mostrare attraverso l’esempio della “prospettiva invertita” è che queste procedure in modo non meno legittimo di altre dalle condizioni della percezione umana e del medium bidimensionale. Un’analoga dimostrazione si può dare per altri aspetti della rappresentazione non realistica e per altri media, per la scultura ad esempio. Così, anche se dobbiamo tener presente che i nostri antichi legami con una particolare tradizione di pittura realistica ci hanno impedito di comprendere gli altri modi di raffigurare lo spazio, nulla ci costringe ad accettare la conclusione nichilistica che solo le preferenze individuali e soggettive leghino la rappresentazione ai suoi modelli naturali. Al contrario, abbiamo mostrato che l’osservazione della natura è solo una delle determinanti universali che regolano le rappresentazioni dello spazio e rendono conto della loro varietà.

 

 

 

Note:
5 . Quando la prospettiva isometrica si applica all’architettura simmetrica e frontale, sembra ad un primo sguardo simile a quella centrale. La prospettiva isometrica prevale nelle pitture murali pompeiane ma White basa appunto su di esse la sua pretesa che la prospettiva centrale fosse praticata nell’antichità. Beyen, la fonte di White, è d’accordo su questo punto ma sottolinea in modo più esplicito quanto rari, parziali e inesatti siano gli esempi di convergenza prospettica. Inoltre, gli esempi presentati da Beyen sono disegni, non fotografie dei dipinti. Nella sua Fig. 4 le linee convergenti vengono evidenziate nel diagramma, laddove nel suo stesso disegno del dipinto le linee di fuga anteriori divergono da quelle posteriori. Lehmann riconosce che non si conoscono esempi di applicazione coerente ma preferisce interpretare le inconsistenze della prospettiva pompeiana come variazioni stilisticamente deliberate della rappresentazione spaziale.

 

 

 

 

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