ICONE E RELIGIONE > Anton Serge Belajeff, I Vecchi Credenti e la produzione di icone di rame, 1991 (1)

 

Anton S. Beliajeff, storico della Chiesa ortodossa russa, è stato uno dei primi studiosi a pubblicare in Occidente numerosi saggi sui Vecchi Credenti e su una loro attività caratteristica, ossia la fusione di rame per realizzare le icone e le croci di metallo. La fusione di rame era una tecnica facile, in linea con gli antichi dettati della Chiesa ortodossa che i Vecchi Credenti seguivano, adatta ai loro esili, necessitando solo di un crogiuolo e qualche bulino (perciò Beliajeff analizza scuole e soggetti, che si differenziano da luogo a luogo), e remunerativa perché richieste dai fedeli pellegrini che trovavano le icone dipinte su tavole di legno costose, delicate e scomode negli spostamenti. Uno dei suoi ultimi scritti – che tratta in generale il tema della fusione di icone e croci, qui tradotto (2) – fu edito (in memoria) nel 1991 dalla Smithsonian Institution di Washington nel catalogo della collezione Kunz, ricca raccolta di icone in lega di rame.

 

L’importanza delle icone di metallo nella vita dei credenti ortodossi e i milioni di icone fusi durante gli ultimi tre secoli non possono non far ricordare che, il 31 gennaio 1723, il supremo Santo Sinodo della Chiesa russa ortodossa, capeggiato da Pietro il Grande, aveva proibito la fusione e la vendita di immagini sacre in lega di rame, a eccezione delle piccole croci battesimali da portare al collo. A giustificazione, le autorità avevano sostenuto che le immagini erano grossolane, poiché ritraevano in modo rozzo i santi, privandoli, cioè, dell’onore loro dovuto. Per le icone di lega di rame già in uso, si doveva provvedere a chiuderle sotto chiave in sacrestia, mentre quelle in vendita ai mercati dovevano essere confiscate e inviate alla magistratura principale di ogni città. Questo provvedimento seguiva quello del maggio dell’anno precedente, quando il Santo Sinodo vietò di tenere in chiesa icone di qualunque materiale se esso fosse stato intagliato, sbozzato, scolpito o dipinto senza perizia e comunque presentasse immagini non conformi alle Sacre Scritture (3).
Non esistono in letteratura testi che inducano a pensare che queste proibizioni fossero dirette contro i Vecchi Credenti, perciò si suppone che la disposizione sottintendesse l’esigenza di riservare il rame a scopo militare e per il conio delle monete. Solo in seguito si è associato il veto ai Vecchi Credenti, che, per le loro pratiche religiose, utilizzavano molto le leghe di rame.
Le icone e le croci di rame – che rappresentano aspetti profondamente radicati nella storia religiosa russa – hanno sempre avuto grande importanza per i Vecchi Credenti, ossia coloro che si considerano gli unici depositari della fede tradizionale russo-ortodossa. Il movimento dei Vecchi Credenti nacque durante il regno dello zar Aleksej, come reazione ai concili di Mosca del 1666-1667 che avevano riformato i testi liturgici e le pratiche comuni. Ma, contro i Vecchi Credenti, lo zar Aleksej e i suoi successori emisero leggi e decreti per limitare pesantemente i loro diritti sociali e religiosi.
Le comunità dei Vecchi Credenti si divisero in gruppi entrando spesso in competizione tra loro, perché, principalmente, in seguito ai mutamenti istituiti dalla Chiesa di Stato, alcuni – i popovcy (popovtsy) – accettavano ancora l’esistenza di una gerarchia tra preti e vescovi considerandola legittima, altri – i bespopovcy (bespopovtsy) – la respingevano, sostenendo che con le riforme si era interrotta la successione apostolica (4).
Sono i registri del XIX secolo provenienti da Niznij (Nizhny) Novgorod a testimoniare il ruolo centrale che le icone di lega di rame possedevano nelle pratiche religiose dei Vecchi Credenti: nel 1854, un’indagine sul numero di icone e croci dei Vecchi Credenti di quella provincia evidenziò che, se fossero state tutte fuse, si sarebbe potuto armare una brigata di artiglieria. In casa del Vecchio Credente non mancava mai un crocifisso di lega di rame a otto punte o un’icona ottenuta per colata. I popovcy avevano sempre almeno un crocifisso di ottone nell’angolo delle icone. I pomoriani, un gruppo di bespopovcy, veneravano, di preferenza e in maggior numero, icone e croci di metallo. Alcuni tra i gruppi più piccoli di bespopovcy, come i filippovcy (filippovtsy), usavano talvolta soltanto icone metalliche. Spesso, queste icone erano incassate in tavolette di legno.
Ancora nel 1840, nonostante la produzione di centinaia di migliaia di icone fuse, le autorità non ritenevano decaduto il bando petrino: un rapporto della polizia sui Vecchi Credenti di Mosca annotava che «la fusione di icone di rame, come è noto, è proibita per legge». Tuttavia, pur se illegale, il commercio di icone e di croci di lega di rame prosperava e i prodotti erano scambiati apertamente, con la sola eccezione delle croci eseguite dagli erranti (stranniki), che costituivano un piccolo gruppo considerato pericoloso dal governo per le idee sovversive.
Un editto (ukaz) del Santo Sinodo, datato 30 aprile 1858, confermò l’ordine di sequestrare le icone – dipinte e di metallo – e i libri durante le perquisizioni di cappelle e case sospette di Vecchi Credenti. Le icone di proprietà privata giudicate sufficientemente ortodosse erano poi restituite ai proprietari, mentre quelle delle cappelle venivano distrutte o consegnate alle parrocchie della edinoverie, un ramo di Vecchi Credenti che si erano in qualche modo ricongiunti alla Chiesa ufficiale ortodossa e, pertanto, avevano ottenuto il permesso di seguire il vecchio rituale (5).
Nonostante le proibizioni, la produzione e il commercio delle icone di lega di rame continuarono senza intoppi nei secoli XVIII e XIX. Deve ancora essere scritta la storia della fabbricazione e della diffusione delle icone in lega di rame, ma esiste abbastanza materiale per farsi un’idea della loro quantità, della distribuzione in termini geografici e del tipo di commercio.
Il primo centro dei Vecchi Credenti destinato alla produzione di icone in lega di rame era al Nord vicino alle spiagge del Mar Bianco, nella regione di Pomor’, da cui deriva il nome di una delle comunità di bespopovcy: i pomorcy (pomortsy) o pomoriani.
Andrej Denisov, uno dei fondatori della comunità pomoriana di Vyg, centro situato vicino al fiume omonimo, ne impose le regole: «Nella fonderia di rame, il tesoriere deve controllare che tutto il lavoro, di rame o di argento, sia fatto sotto la sua autorità. Il tesoriere deve registrare quanto rame è stato dato alla fonderia di rame e quante parti di dittici o trittici e croci siano state ottenute e quante ne siano state distribuite alla confraternita».
Poche icone metalliche dei Vecchi Credenti della comunità di Vyg sono datate. L’icona più antica è stata fusa nel 1719: è un trittico che raffigura, tra gli altri santi, Zosima e Savvatij, i fondatori del monastero di Solovki. Un’altra icona datata è una Deesis del 1731. Il metallo usato a Vyg era l’ottone, reso spesso lucido come l’oro attraverso un passaggio nel fuoco. Le prime icone non erano smaltate, ma la smaltatura diventò presto di uso generale. La fusione avveniva in due fornaci, la lucidatura e la smaltatura in un altro edificio separato. La tradizione dice che anche le copertine e i fermagli dei libri sacri venivano fusi a Vyg.
Le fonti storiche hanno tramandato i nomi di alcuni fonditori di icone di lega di rame. Vasilij Evstratov di Novgorod lavorò con suo nipote nella skit Sheltoporozhskii, un eremo pomoriano situato vicino al fiume Vyg. Nella stessa città di Vyg, Vasilij Petrov e Goburn fondevano icone delle Dodici Feste e altre piccole icone, con e senza smalto.
A Vyg, i pittori e fonditori erano guidati da una regola enunciata nella Confessione di fede dei padri pomoriani del 1780: «Noi ordiniamo che i maestri delle icone dipingano e i maestri del rame fondano seguendo i modelli antichi della tradizione della Chiesa, con le iscrizioni regali e teologiche che sono sulle sante, miracolose croci e cioè “Re di Gloria Gesù Cristo Figlio di Dio”, ecc.» (6).
Il commercio di icone di Vyg era attivato sia dai pellegrini provenienti da altre aree di Vecchi Credenti che dalle persone che la stessa comunità Vyg mandava a vendere le icone di lega di rame e gli altri beni religiosi in tutto l’impero. All’aumento del traffico di icone di metallo, corrispose il cambiamento di ruolo della comunità di Vyg: infatti, la diffusione delle icone diventò preponderante sulla loro produzione (7). A questo scopo, la comunità monastica aveva organizzato la fusione delle icone di metallo in diverse parti dei circostanti distretti di Povenec (Povonets), tanto che solo nel 1835, prima che l’autorità zarista la sopprimesse, la comunità di Vyg era riuscita a ricavare ben cinquemila rubli dalla vendita delle sole croci in lega di rame (8).
Le croci pomoriane, come quelle prodotte a Vyg e dintorni, hanno alcune caratteristiche distintive. Infatti, il citato capo di Vyg, Andrej Denisov, sosteneva che i pomoriani dovessero seguire la vecchia tradizione ortodossa di fondere le croci di rame senza l’iscrizione di Ponzio Pilato. Questa è una distinzione importante tra le croci dei pomoriani, le croci di altri ortodossi e quelle dei Vecchi Credenti. Jakov Sergeev, dopo aver visitato la comunità di Vyg nel 1737, ha lasciato scritto: «I pomoriani non si inchinano a una croce con l’iscrizione “Gesù di Nazareth Re dei Giudei” […] per cui ne faranno essi stessi con l’iscrizione “Re di Gloria” e a quelle si inchineranno». I pomoriani, invece dell’acronimo che corrisponde al latino INRI, hanno la scritta IC XC (Gesù Cristo Re di Gloria) e, in cima alle loro croci, è un Mandylion al posto del Dio Sabaoth (9).
Altri gruppi di Vecchi Credenti, diversamente dai pomoriani, avevano accettato la versione della Chiesa ufficiale ortodossa che voleva che l’iscrizione corretta, o titlo, sulla croce fosse INRI. Per esempio, sul giornale popovcy “Tserkov’” si è sottolineato che INRI si basa sulle Scritture e che è ricordato nel catechismo. Nello stesso articolo si riconosce, inoltre, che l’iscrizione pomoriana “Gesù Cristo Re di Gloria” era in uso già prima dei cambiamenti voluti dal patriarca Nikon nel 1650 e si conclude sostenendo che la venerazione della croce in sé è più importante della specifica iscrizione che vi appare sopra.
I teodosiani (Fedoseevcy o Feodosievcy), un gruppo bespopovcy, avevano originariamente usato INRI, ma gradualmente adottarono l’iscrizione dei pomoriani. Tuttavia, una minoranza di teodosiani mantenne ancora il dogma originale di quattro lettere dopo il 1791, una distinzione che procurò loro il nome di titlovscina (titlovshchina). Questi, verso la fine del XIX secolo, erano concentrati soprattutto nelle province di Novgorod e di San Pietroburgo.
Pietro il Grande permise alla comunità pomoriana di Vyg di prosperare grazie al suo importante contributo all’industria del ferro e del rame. Nel XVIII secolo, l’industria si estese nella zona degli Urali e i Vecchi Credenti con i mastri metallurgici di Vyg e di altre località la seguirono. I bespopovcy, dapprima insediatisi a Nord, si spostarono lungo le strade commerciali, mentre i popovcy, concentrati a Sud, andarono verso Est, verso gli Urali e in Siberia lungo i fiumi Volga e Kama.
È evidente che i Vecchi Credenti giocarono un ruolo dominante nell’industria metallurgica russa del XVIII secolo. Il loro peso era particolarmente forte nella zona degli Urali dove essi costituivano la maggior parte della forza lavoro e dei mastri esperti. Sulla base della loro esperienza e della solidarietà di gruppo, i Vecchi Credenti diventarono anche direttori e proprietari: la famiglia Demidov arrivò, all’inizio del secolo XVIII, ad avere il controllo dell’industria metallurgica degli Urali e a mantenere stretti legami con le comunità pomoriane originarie di Vyg, rifornendole di rame, argento, denaro e provviste. Le immense proprietà dei Demidov furono in seguito vendute a Savva Jakovlev (Yakovlev, un teodosiano. In effetti, la maggior parte degli artigiani, sia degli Urali che di altri importanti centri – come Olonec (Olonets), Velikij Ustiug e Tula – conservarono il vecchio Credo anche nel XIX secolo.
Un importante centro di produzione e commercio di icone di metallo diventò naturalmente la capitale Mosca, specie dopo il 1771, anno in cui i popovcy e i bespopovcy vi si insediarono stabilmente. I popovcy si erano raccolti vicino al cimitero di Rogozskoe (Rogozhskoe) e i bespopovcy teodosiani si sistemarono a Preobrazenskoe (Preobrazhenskoe), dove cominciarono a fondere le croci poco dopo la vicina apertura di un cimitero.
Mosca era importante per la produzione e il commercio di una grande varietà di oggetti religiosi. Per esempio, a Mosca e a Tula, città quest’ultima con un’antica tradizione di lavorazione di metalli, era concentrata la produzione di turiboli sormontati da una croce e usati esclusivamente dai Vecchi Credenti.
Dal 1840, i rapporti della polizia di Mosca cominciarono a riportare i nomi di alcuni Vecchi Credenti che fondevano croci di lega di rame. Gli stessi rapporti riferiscono una grande richiesta di croci battesimali. Il teodosiano Ivan Trofimov fondeva croci con il suo assistente Emel’ian Afanas’ev. Un collega di Trofimov, esiliato in Siberia, produceva croci e icone in lega di rame per i Vecchi Credenti siberiani in una casa per mercanti di Tjumen’ (Tyumen). Ignat Timofeev fondeva considerevoli quantità di icone per i bespopovcy e le sue icone e le sue croci erano vendute dai mercanti in luoghi lontani, come San Pietroburgo, Saratov, Kazan’ e Tjumen’. Icone e croci venivano spedite da Mosca in pud, ognuno dei quali pesava 16,38 kg e valeva 75-80 rubli.
Anche i gruppi minori di Vecchi Credenti si erano organizzati e fondevano icone e croci a otto punte: per esempio, gli erranti (stranniki) lavoravano nel villaggio di Borodino nella provincia di Tver’ e nel loro centro spirituale principale – il villaggio Sopelki, vicino a Jaroslavl’ – si producevano piccole icone di metallo. Gli erranti rifiutavano di venerare icone e croci fatte da mani di non-erranti (10). Verso la metà del XIX secolo, le aree principali per la fusione di icone e croci di metallo erano le province di Mosca, Olonec e Jaroslavl’ e alcuni luoghi nella provincia di Niznij Novgorod, tra cui i centri di Lyskovo, Muraskino (Murashkino) e Mareseevo.
Un altro centro di produzione era Il’inskij Pogost (Ilinskiy Pogost), situato nella regione di Guslicij (Guslitsy), non lontana da Mosca. Spesso si sono utilizzate piccole icone di pietra, legno o osso per preparare le forme per le fusioni delle icone di metallo.
La fiera annuale di Niznij Novgorod (iarmarka) era il principale centro di compravendita di icone di lega di rame ed era regolarmente frequentata dai collezionisti di oggetti religiosi antichi. Le principali fonti di approvvigionamento per la fiera erano Mosca, Pomor’ e le province di Kostroma, Jaroslavl’ e la stessa Niznij Novgorod. Alcuni negozianti, come Aleksej Vasil’ev Meledin di Semënov nell’area di Niznij Novgorod, vendevano tutto l’anno icone di lega di rame, libri e oggetti religiosi. Alla fiera di Niznij Novgorod, i commercianti sistemavano le merci lungo il corso Sunduk, sotto le arcate di pietra e nei chioschi vicino al ponte della fiera: nel 1853 i collezionisti comprarono icone e croci per un valore di cinquanta rubli e i Vecchi Credenti per circa millecinquecento rubli. Il giro di affari delle icone dipinte era decisamente più alto, ma i Vecchi Credenti erano disposti a pagare un sovrapprezzo per quelle icone che mostravano il segno della croce con due dita e le scritte antiche.
I documenti dimostrano che Mosca era il secondo centro più importante per le icone di metallo e che, di solito, i mercanti vi si recavano proprio dopo essere stati alla fiera di Niznij Novgorod. Anche in altre aree si producevano icone di lega di rame, ma se ne hanno scarne notizie. Si suppone che dovesse esistere un grande laboratorio nella regione baltica alla fine del XIX secolo a giudicare dal grande numero di icone e di croci in lega di rame provenienti da quell’area: queste hanno, in genere, dimensioni maggiori di ogni altra trovata in Russia e presentano elementi caratteristici del XIX secolo.
È importante ricordare anche un’altra categoria di icone in lega di rame del XIX secolo: le novodely o nuovi beni (11). Esse erano prodotte per essere vendute non ai collezionisti, ma agli ingenui nostalgici: infatti, erano oggetti contraffatti, eseguiti utilizzando vecchi stampi o più spesso erano stampati (e non fusi), realizzati con leghe di composizione, con colori diversi da quelli originali e un aspetto assai primitivo.
Secondo lo studioso M.N. Prinzeva, le autentiche icone di lega di rame dei Vecchi Credenti possono essere: «facilmente riconoscibili grazie alla loro decorazione precisa e ben rifinita e alla dettagliata preparazione della superficie. Gli articoli dei Vecchi Credenti non presentano mai segni di trascuratezza, convenzionalità o volgarizzazione, come talvolta si vede con le fusioni di lega di rame delle altre scuole. Gli artigiani Vecchi Credenti […] ritoccavano con attenzione gli stampi di fusione usurati con un arnese da taglio. Perciò i loro pezzi appaiono sempre come unici e originali» (12).

 

Note:
1. A.S.Beliajeff, Old Believers and the manufacturing of Copper, in Richard Eighme Ahlborn e Vera Beaver-Bricken Espinola (a cura di), Russian Copper Icons and Crosses from the Kunz Collection: Casting of Faith, Smithsonian Studies, in “History and Technology”, n. 51, 1991, pp. 17-21, scaricabile cliccando qui.
2. La traduzione si limita alle parti principali, non riportando i riferimenti alla collezione, né le numerosissime note bibliografiche che confortano le tesi di Beliajeff.
3. Tali icone sopravvissero in special modo nelle chiese del Nord e in Siberia. Quasi un secolo dopo, nel maggio 1841, il Concistoro spirituale di Tomsk proibì, in un ordine relativo alla certificazione delle icone, la vendita di icone fuse e ordinò la loro rimozione da parte delle autorità civili. Una delle ragioni per cui il clero scoraggiò l’uso di icone intagliate o scolpite fu la loro somiglianza con quelle in uso tra i cattolici-romani. Nonostante il divieto, le icone di lega di rame continuarono ad essere diffuse in Siberia e, specialmente, tra i Vecchi Credenti, le cui icone erano talvolta confiscate dalle autorità. (N.d.A.)
4. Tra i vecchi Credenti spicca la figura dell’arciprete Avvakum, noto per avere scritto su questioni relative alla pittura delle icone. (N.d.A.)
5. Le icone private o di famiglia erano ancora conservate nelle cappelle dei Vecchi Credenti come si può desumere dalle richieste dei contadini dell’insediamento di Danilov (Vyg) del 1843, volte a riottenere le icone sequestrate nella cappella. Tra i tanti sequestri, è ben documentato quello avvenuto il 2 gennaio 1854, in cui il capo della provincia di Niznij Novgorod prese le icone fuse in rame da una casa occupata da monaci e suore Vecchi Credenti. Pure le icone dei Vecchi Credenti spedite all’estero erano talvolta sequestrate prima di varcare i confini dell’impero russo. (N.d.A.)
6. Esiste una planimetria del XVIII secolo dell’insediamento pomoriano di Vyg che precisa il luogo della fonderia. La collezione di Fëdor Antonovi Kalikin (1876-1971), Vecchio Credente egli stesso e restauratore, raccoglie un certo numero di icone di Vyg, di cui ha stabilito la datazione e comprende una Madre di Dio della Passione del XVIII secolo con un coronamento sporgente. (N.d.A.)
7. Nel Nord le croci in lega di rame erano attaccate ai chasoven’ki, i pali di legno o croci che si trovavano lungo le strade e all’ingresso dei villaggi. Nei cimiteri, i pali con punta triangolare presentavano croci attaccate in cima e delle piccole icone inchiodate al palo stesso. (N.d.A.)
8. Il mezzo di scambio della Russia del XIII secolo era la drivna. La parola rublo deriva dal russo rubit che significa “spaccare”. Il rublo valeva mezza drivna che pesava 200 grammi, pertanto un rublo corrispondeva a 100 grammi di argento. Nel XVI secolo un rublo valeva 1/3 di drivna, nel XVII secolo un rublo era uguale a 48 grammi di argento, nel 1698 esso valeva 28 grammi di argento e nel XVIII secolo il rublo valeva 18 grammi di argento. (N.d.A.)
9. Osservando altre immagini, il pomoriano Ignatij Beglec (Beglets), che significa “fuggiasco”, insegnava che i pannelli di lega di rame che descrivevano le Dodici Feste non dovevano essere venerate, formando così un gruppo separato di pomoriani. (N.d.A.)
10. In alcune province bespopovcy si preferivano esclusivamente le icone di lega di rame, mentre i popovcy accettavano icone dipinte e fuse. Lo stesso autore dice anche che i bespopovcy non accettavano icone con l’immagine del Sabaoth o dello Spirito Santo. (N.d.A.)
11. La parola novodely corrisponde a remake in inglese: copie moderne di oggetti antichi. (N.d.T.)
12. Contro la venerazione delle icone di metallo, ebbe una posizione estrema Afanasij I. Nochrin (Nokhrin), un Vecchio Credente che insegnava nel villaggio di Il’ino, vicino agli Urali inferiori, il quale affermava che non ci si dovesse inchinare ai crocifissi e alle icone in lega di rame perché questi rappresentavano idoli. (N.d.A.)

 

 

 

 

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