ICONE E RELIGIONE > Enzo Biagi, Dio resiste, 1974 (1)

 

Tutti conoscono Enzo Biagi (1920-2007), riportiamo perciò una parte del servizio sul grande giornalista mandato in onda alla radio “La Voce della Russia”, perché riassume il viaggio di Biagi in Russia e le sue impressioni: «lo stesso entusiasmo che caratterizzava il suo lavoro di giornalista si ritrova nel suo libro-reportage sulla Russia scritto nel 1974. Era frutto di numerosi viaggi in lungo e in largo nell’immenso universo russo ed era un omaggio a un mondo che lo aveva completamente affascinato. Enzo Biagi trascorse tre mesi in Russia. I luoghi visitati furono tantissimi, come pure numerose furono le persone incontrate e intervistate. Tale è la ricchezza di esperienza accumulata durante la permanenza in Russia che sarebbe impossibile ripercorrerla interamente, si possono però enucleare alcuni aspetti della realtà russa verso cui focalizzò la sua attenzione: la letteratura e la storia politica. Una della sue prime tappe dell’itinerario tematico di Enzo Biagi fu la casa moscovita dello scrittore Lev Tolstoj. Tutto era rimasto immutato: dall’arredamento delle stanze agli oggetti di uso quotidiano. Nella stanza da pranzo la tavola era apparecchiata per il pranzo e Biagi col pensiero andò indietro nel tempo, quando lo scrittore sedeva a quella tavola nutrendosi solo di minestre di verdure e gelatine di frutta perché, privo di denti, non poteva mangiare nient’altro. Il salotto della casa era riccamente arredato e il giornalista non poté non immaginare un Tolstoj che, circondato da tanti segni visibili di benessere economico, fosse tormentato dalla sua condizione privilegiata di fronte alle miserie del popolo. Fu naturale per Biagi continuare la sua visita nell’universo tolstojano a Jasnaja Poljana, dove lo scrittore era nato. Qui il giornalista ripercorse quei sentieri per i quali passeggiava il vecchio conte, che rabbrividiva nel suo cappotto al soffio del vento autunnale. Nella casa Biagi poté vedere lo studio dove lo scrittore meditava il destino dei protagonisti delle sue opere. In quella stanza c’erano anche tante foto che ritraevano il vecchio Tolstoj con addosso una lunga camicia bianca, il cinturone di cuoio e gli stivali di feltro come i contadini. E i libri che Tolstoj consultava erano ancora lì: un dizionario enciclopedico, il Corano, la Bibbia, i testi di Platone e Confucio. A Jasnaja Poljana Biagi avvertiva ancora la presenza del grande Tolstoj e i suoi ideali di fratellanza universale e il bisogno di pace per tutti, gli risultavano ancora attuali. Enzo Biagi non riuscì ad incontrare i due nipoti di Tolstoj che ancora vivevano in Russia, in compenso riuscì ad intervistare Lili Brik, la donna amata per 15 anni dal poeta Vladimir Majakovskij, rappresentando la sua più grande passione nonostante tanti altri amori. Lili Brik nell’intervista raccontò come aveva conosciuto il poeta innamorandosene immediatamente. Descrisse il carattere di Majakovskij, tenero, calmo e nello stesso tempo tumultuoso e incostante. In realtà era infelice, aveva sì vissuto gli anni della rivoluzione con furore ed entusiasmo, ma non riusciva ad accettare il trascorrere del tempo, la fugacità della giovinezza, la mediocrità del futuro. Ecco perché a 36 anni si era tolto la vita con un colpo di pistola. Poi Biagi andò a visitare la casa, trasformata in museo, dove Majakovskij aveva abitato con Lili Brik. Tutto era stato lasciato al suo posto: il divano, la tavola apparecchiata con le tazze del caffé, i vestiti, i libri. Fra i tanti amici che frequentavano quella casa c’era anche Pasternak e Biagi in suo omaggio si recò a Peredelkino, luogo dove aveva vissuto e che lo aveva accolto dopo la morte. Rimase colpito dalla semplicità della lapide della sua tomba: solo il nome e le date di nascita e morte. Il giornalista avrebbe voluto parlare con qualcuno che avesse conosciuto lo scrittore, ma non trovò nessuno e allora, seduto su una panchina di fronte la casa di Pasternak non poté non ricordare le parole di Evtusenko sull’indimenticabile autore del Dottor Zivago: “Dava l’impressione di non essere un uomo, ma un profumo, un raggio di sole, un fruscio. E chi si accorge di un fruscio, in un mondo in tempesta?” Enzo Biagi volle ripercorrere alcune tappe della storia sovietica, o meglio, della storia della rivoluzione e della conseguente instaurazione del sistema socialista. E quindi, prima di tutto, volse l’attenzione all’uomo che, per usare le parole di Ignazio Silone, è il punto di riferimento di ogni rivoluzionario: Vladimir Lenin. Per questo motivo Biagi andò sulle rive del lago Rasliv, a pochi chilometri dal confine finlandese, dove nel 1917, in attesa dello svolgersi degli avvenimenti, Lenin si nascose per due mesi. Poi visitò l’appartamento occupato da Lenin nel Cremlino. Nello studio il calendario segnava ancora la data del 22 gennaio 1924, il giorno successivo alla morte del padre della rivoluzione russa. Sul tavolo c’era un tagliacarte, una lampada e un orario ferroviario. In questa stanza si tratteneva a lavorare anche 18 ore al giorno. Nell’attaccapanni dell’ingresso erano ancora appesi il bastone di Lenin e l’ombrellino della sorella. Nella cucina c’era solo il samovar e qualche tegame, Lenin era infatti di gusti semplici, quando consumava i pasti si limitava a una tazza di tè e a un po’ di pane nero con formaggio. Enzo Biagi proseguì il suo pellegrinaggio politico in Georgia, a Gori, città natale di Josif Stalin. In questo viaggio a ritroso nel passato il giornalista si fece accompagnare da Gula, nipote di Stalin. La donna gli descrisse uno Stalin inedito, lo Stalin privato, il nonno affettuoso sempre presente alle feste di famiglia. Nel museo a lui dedicato Biagi poté vedere molti oggetti appartenutigli: le foto che lo ritraevano bambino nel coro della chiesa; i regali ricevuti in occasione dei suoi compleanni; il testo di una sua poesia composta da adolescente. Dalle parole di Gula non venne fuori il ritratto del potente statista quale era stato, ma di un uomo provato dai dolori familiari come la morte del figlio o della moglie. Gula non aveva mai abitato in Georgia e quindi i suoi ricordi erano legati a Mosca, alle stanze del Cremlino o alla dacia dove di solito tutta la famiglia si riuniva per festeggiare il Capodanno. Descriveva a Biagi un uomo fondamentalmente buono con i nipoti, non faceva loro mai dei regali, ma provvedeva a tutti i loro bisogni. Durate le feste il nonno Stalin voleva che la tavola fosse imbandita di tante prelibatezze, limitandosi solo ad assaggiarle perché non era ingordo, in compenso amava bere, e in fondo reggeva bene l’alcol nelle lunghe cene fra amici che duravano anche 6 ore. Lo Stalin ritratto da Gula è diverso dall’immagine ufficiale, un uomo semplice che amava andare a caccia o a pesca, che rideva nel vedere le comiche di Charlie Chaplin o che si commuoveva alle lacrime quando ascoltava le canzoni popolari. Un uomo dalle abitudini modeste che rifuggiva il lusso e le stravaganze: si accontentava di una sola stanza dove mangiava, dormiva, lavorava, leggeva. Però, continuava Gula, era solo, infelice e circondato da collaboratori malevoli e infidi che hanno giocato un ruolo terribile nella vita della Russia. Gula parlò a Biagi anche dell’ultima volta che vide il nonno, sei mesi prima della sua morte. Lei aveva 15 anni, e Stalin era andato a cenare alla dacia di famiglia: lo ricordava affaticato, taciturno e ancor più gravato dal peso della vecchiaia. Della sua morte non volle parlare con il suo intervistatore, espresse solo il suo rimpianto di non avere alcun oggetto che le ricordasse il nonno. Questa è solo una delle tante testimonianze raccolte da Enzo Biagi per cercare di capire l’universo-Russia, come era stata sua intenzione all’inizio del suo viaggio. Prima di lasciare la Russia, però, cambiò atteggiamento e fece sue le parole di Tolstoj, “è impossibile capire la Russia; bisogna credervi”, e ha lasciato una testimonianza scritta sulle sue sensazioni: Teniamoci ai fatti, scrive Biagi, il vecchio e insuperato marchese de Custine lasciò detto: “Bisogna essere russi per giudicare la Russia”. Io sono un italiano che la ama: per i suoi orizzonti, i suoi boschi, la sua sofferenza, e per quello che ha dato a tutti: coi suoi poeti e coi suoi soldati, con Cechov e con Stalingrado» (2)
Il brano che segue, riguardante la religione, è tratto dallo stesso libro
Russia fin qui descritto.

 

Volevo vedere cosa è rimasto di Dio. La battaglia tra l’Urss e il Cielo è cominciata nel 1917, e continua. Nelle scuole, sui giornali, in caserma, perfino a teatro. I ragazzi si divertono a leggere Tartufo, e l’insegnante spiega che a Molière venne negata, dai preti faziosi, la sepoltura nel camposanto, ma non bisogna preoccuparsi troppo per le sanzioni della Chiesa: Tolstoj, nonostante la scomunica, visse in buona salute fino a 82 anni.
Nella Krasnaja Zvjezda si racconta che il soldato semplice Pjotr Kunda, un protestante, malgrado i premurosi e successivi interventi di quattro ufficiali, che volevano liberarlo, «è ancora prigioniero delle sue convinzioni religiose».
Il diffuso periodico Sjelskaja Zizn (Vita rurale) narra di una contadina, Ljusja che, affascinata dalla liturgia, il coro sommesso e i ceri, l’odore dell’incenso e i bagliori delle icone, volle sposarsi con l’antico rito. Ebbene, dopo sei mesi, è fuggita dal consorte piangendo, perché per fondare una famiglia non basta la benedizione di un dio che non esiste.
Come in tutti i balletti, anche nel Fiore di pietra c’è un cattivo, ma il malvagio di questa vicenda ha gusti particolari: prima di entrare in un’isba per rubare, e per rapire una fanciulla, si fa con devozione il segno della croce.
Ho accennato a qualche storia, per chiarire subito che l’inchiesta è complicata: c’è anche chi, dopo aver messo da parte la Bibbia, non si sente neppure soddisfatto della soluzione materialista, e cerca, nell’Universo, una forza coordinatrice superiore.
Non si sa, con esattezza, quanti sono, oggi, i cristiani ortodossi: nessun censimento lo ha mai potuto stabilire. Chi dice cinquanta, chi sessanta milioni di praticanti, e c’è chi sostiene che il 30 per cento dei neonati della campagna vengono ancora battezzati, e il 15 per cento dei bambini che vengono al mondo nelle città. Solzenitzyn appartiene a questa confessione: se non si tiene conto della sua religiosità non si possono capire le sue scelte.
Poi bisogna tener conto dei cattolici lituani, o di quelli che vivono nei territori polacchi passati con la guerra all’Urss, dei musulmani, dei Vecchi Credenti, dei battisti, dei luterani, degli israeliti.
«La religione» affermava Marx «è l’oppio dei popoli»: ma la Svjatajia Rossija, la Santa Russia, non vuole cedere, non vuole morire. Mentre l’élite dell’epoca imperiale parlava francese, e leggeva Voltaire e gli enciclopedisti, e della devozione si avvaleva come strumento di potere, la massa, legata ai vecchi costumi, imparava a leggere nella raccolta dei Salmi, si edificava con le vite dei santi, restava incantata dalle pie avventure degli eremiti o dei questuanti.
«Il solo elemento precristiano che è restato per tanto tempo vivo nella fede russa, e vi è ancora implicito,» scrive Pierre Pascal «è la credenza nella forza e nella santità della Terra».
Si narra ancora la storia della signora Morozova, che in prigione, sentendosi morire, chiese a un soldato di lavare il suo unico abito perché, disse «sarebbe sconveniente che questo corpo scendesse con una veste impura nel seno di sua madre la Terra».
Attraverso Cristo trovano Dio, che il mugik può incontrare ogni giorno sulla strada, perché parlano la stessa lingua, e ambedue credono nella salvezza dell’uomo.
L’icona, con il volto di Gesù e della Madonna che il pittore si preparava a dipingere raccogliendosi con digiuno e la preghiera, domina la vita: nelle chiese e nei crocicchi, sulle porte, e in ogni stanza, accompagna gli eserciti che vanno a difendere la patria, e alla Vergine di Smolensk è attribuita la vittoria di Poltava, e alla vigilia di Borodino, Kutuzov chiede la protezione, per battere i francesi, di Nostra Signora di Kazan.
Per ogni necessità c’era un patrono, sempre adeguato ai bisogni della povera gente: Basilio proteggeva i maiali, Cosma e Damiano i polli, Zosima le api, Geremia gli attrezzi.
La chiesa era maestra, e al suo insegnamento il popolo si atteneva. I peccati più condannabili erano quelli contro la carità: il furto, il brigantaggio, l’assassinio, ma anche l’usura e la maldicenza. Le regole tenevano conto delle tentazioni più forti e delle circostanze. Un detto afferma: «L’inferno è costruito con cuori duri». Vasilij Rozanov ha spiegato che per i russi sentimentali la virtù maggiore è l’umiltà. Giudicare il prossimo è sempre stata considerata la colpa più grave.
Nel 1917 milioni di uomini hanno creduto, religiosamente, di creare un mondo senza guerre e senza oppressi. Chi lanciò l’ammonimento: «Chi non lavora non mangia»? San Paolo. Chi incitò «Lasciate agire la collera di Dio»? San Paolo. Per i combattenti sconfitti e per i contadini affamati la rivoluzione era anche un movimento cristiano contro lo Stato che li opprimeva e li mandava a morire; la rivolta aveva un motto che ricordava il coro degli angeli sulla grotta di Betlemme: «Pace a tutto l’universo».
Ma lo Stato sovietico ha la sua dottrina e la mette in pratica: il marxismo. Nega tutte le religioni, la sua base è l’ateismo. «Le chiese» sostiene «sono al servizio delle forze nemiche borghesi e reazionarie». La polemica ideologica si scatena: la religione educa al disprezzo del lavoro, eredità del peccato di Adamo e di Eva; la morale comunista esalta l’amore per il paese del socialismo, e l’odio per gli avversari, e i preti invitano al perdono e ad intercedere per coloro che ci hanno offesi.
Tutta l’avventura dell’umanità è una lotta implacabile del clero contro la scienza e la libertà di pensiero. Nei monasteri imperava la pederastia, il biblico Loth era un vecchio ubriacone che andava a letto con le figlie, non state a dar retta ai miracoli, alla favola della manna che piove dal cielo: gli dei se ne infischiano degli affamati e degli infelici. Nell’Enciclopedia Sovietica si legge: «Dio: un essere mistico inventato».
Invece delle feste del calendario, ne hanno suggerite delle nuove: c’è il Giorno dei carristi, quello dei pescatori, degli artiglieri; poi, hanno trovato una liturgia profana: la Consacrazione dei lavoratori, il Palazzo della felicità, le Esequie civili.
Dicono che dal ‘17, nella sola Mosca, più di duecento chiese sono state distrutte (ce n’erano quattrocentosessanta), o trasformate in depositi di grano, cinema, musei. San Nicola è diventato un circolo di pionieri, una cappella in via Cechov è stata tramutata in un circo, nella cattedrale di Kazan, a Leningrado, come ho detto, c’è la più grande raccolta di materiale antireligioso: oltre 150 mila pezzi esposti fra statue, fotografie, quadri, incisioni. Nella cripta, sotto una tetra luce rossa, han ricostruito una camera di tortura dell’Inquisizione con boia, tizzoni ardenti, tenaglie e vittime. C’è una capanna, luogo di convegno di Vecchi Credenti, impegnatissimi nell’animare un’orgia.
Per tentare il bilancio (ma si possono misurare i sentimenti, l’indifferenza, il turbamento, o la certezza delle coscienze?) sono andato a trovare il compagno Puzin, presidente del Comitato per i culti. Il compagno Puzin è piccolo, tondo, diffidente e furbetto. È il solo funzionario sovietico che non si appella trionfalmente ai numeri, alla statistica: ignora quanti sono gli ortodossi, perché nessuno, giustifica, si è mai preoccupato di saperlo, non sa nemmeno quante chiese sono aperte a Mosca, certo, meno di quelle che esistevano nel periodo prerivoluzionario. L’ho tolto dall’imbarazzo: «Quarantaquattro, lo si legge anche nelle pubblicazioni ufficiali», ma non mi è parso grato per tanta precisione. Mi ha detto che, durante la guerra, le sofferenze avevano ridestato fervori che parevano soffocati, o scomparsi, le file dei fedeli si allungavano sul sagrato; ma dopo lo slancio è diminuito e si sa, ha commentato ridendo, che, quando i credenti sono scarsi, il pope scappa. Lo Stato non spende un copeco per mantenere in funzione gli altari, ma le entrate dei sacerdoti sono molto alte, e questo permette loro di condurre una vita lussuosa.
Ci sono, in tutta la Russia, meno di diecimila chiese aperte ai fedeli, ma anche se per Pasqua la gente non si abbraccia per le strade dicendo: «Cristo è resuscitato. In verità è resuscitato», molti mettono ancora al centro della tavola le uova colorate, e vanno a deporre sulle tombe dei loro morti pezzetti di torta, e il 7 gennaio festeggiano la nascita di Gesù.
Il pope deve limitarsi “all’esercizio del culto”: non può impartire alcun insegnamento, né sbrigare lavori manuali, come fabbricare rosari o ceri, né organizzare biblioteche, o prestare assistenza ai malati, non deve fare propaganda lontano dal pulpito, né pubblicare libri. La libertà di religione è riconosciuta dalla Costituzione sovietica, come si vede, con parecchie restrizioni. «Non hanno» scrive Giuseppe Josca «alcun potere autonomo, non possono gestire scuole, la loro unica fonte di finanziamento sono le offerte dei devoti».
Il regime ha fatto qualche concessione, in cambio di una assoluta docilità. Così il patriarca Alessio deprecò nel 1956 «le forze antipopolari che hanno turbato la vita pacifica dell’Ungheria»; il metropolita Nikolaj definì Pio XII «un agente dell’imperialismo americano», e Pimen, che amministra adesso gli ortodossi, a degli osservanti che gli chiedevano di appoggiare la loro domanda per la riapertura di un tempio ha risposto: «Se le autorità non danno il loro consenso, Dio non può benedire la vostra iniziativa».
Solzenitzyn lo aveva accusato di sottomissione “abietta”, in una lettera che circolava clandestinamente: «Una chiesa diretta in maniera dittatoriale da alcuni atei è uno spettacolo che non si era visto da duemila anni». Rispondono: meglio il meno peggio che il nulla.
Ho chiesto al compagno Puzin quanti sono gli ebrei: non ama le cifre ma, vibrando di composto sdegno, mi ha fatto presente che la questione dell’antisemitismo è stata inventata in Occidente. Allora gli ho ricordato un articolo della Pravda che condannava il triste fenomeno, e riportava, come si usa, per dar forza al discorso, anche il giudizio di Lenin: «Una infame esasperazione dell’odio nazionalista», e ho osservato che, di solito, non si parla di problemi che non esistono, e non si deplorano colpe o tendenze che non si manifestano.
Gli ho domandato se non ne sapeva nulla di un libretto stampato a Kiev, sotto gli auspici dell’Accademia delle Scienze, con la firma di un certo D.K. Kycko, e il titolo indicativo: Il giudaimo senza abbellimenti. L’operetta, criticata anche dai comunisti italiani, era di facile e invogliante consultazione, stante le numerose illustrazioni: il giudeo che bacia lo stivale nazista, corrompe la gioventù, traffica con la Germania federale. Lo sanno anche i capitalisti, l’ho confortato, che non ci sono più i pogrom, come al tempo dello zar, né le spedizioni in Siberia, come al tempo di Stalin; ma il libro di Ehrenburg sulle sofferenze patite dagli ebrei durante l’ultimo conflitto non è mai uscito, e non hanno più un loro teatro, e la tiratura del mensile Sovietisch Heimland (La patria sovietica) è di venticinquemila copie, per tre milioni di potenziali lettori. Pochine.
Ci sono poi stati d’animo che si traducono in piccole malvagità. Così nella cronaca nera, se tra i colpevoli di qualche “delitto economico” c’è un semita, lo si dice, e i presunti legami degli ebrei sovietici con Israele suscitano una certa xenofobia.
Non è mai stato semplice essere ebreo in Russia. I guai cominciano già con Ivan il Terribile che fa annegare tutti gli israeliti di Polotsk nella Dvina. Poi le espulsioni in massa, la segregazione, i pogrom continuano senza interruzione, fino al XX secolo, con ondate violente verso il 1881, e dal 1903 al 1907. Prima, dal ‘60 al ‘70, si era vista l’affermazione di una grande borghesia e di una intelligentzija giudea. Una cultura yiddish si imponeva. È da quei villaggi sereni, che hanno i colori di Chagall, che escono i pionieri del sionismo, i Goldmann o i David Ben Gurion. Li ritroveremo alla nascita dello Stato di Israele.
Lenin la pensa come Babel: «L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli», e tra i militanti rivoluzionari, e tra i commissari del popolo, ci sono molti figli o nipoti di rabbini. Ma l’epoca d’oro dura meno di dieci anni. Stalin non li ama. Troppo cosmopoliti, troppo ironici, troppo portati alla fronda: meglio eliminarli. Il suo antisemitismo si manifesta drammaticamente negli “anni neri”, dal ‘48 al ‘52. Però è anche il primo a riconoscere Israele. In teoria, gli ebrei hanno gli stessi diritti che competono agli appartenenti alle più diverse nazionalità, a una propria cultura, all’insegnamento della loro lingua, alle pratiche religiose. Sono tre milioni e mezzo, e rappresentano un quarto del giudaismo mondiale, ma la realtà è invece amara: c’erano, nel Trenta, sedici teatri, tra cui il famoso “Habbima” al quale collaborarono anche Gorkij, Saljapin e Stanislavskij, non ce n’è più uno; nel ’56 c’erano ancora 450 sinagoghe; 55 tredici anni dopo, con solo tre vecchi rabbini. Non è proibito imparare l’yiddish (ma nessuno l’insegna) né conoscere la tradizione ebraica (ma è una materia che non figura). Se si può, e se pesa troppo, non c’è che emigrare.
Il compagno Puzin mi ha risposto elencando le benemerenze editoriali del Comitato: anche i battisti hanno la loro rivista, il Bratskij Vjestnik (letteralmente: Il messaggero fraterno), e anche il patriarcato, e si pubblicano perfino calendari per i cattolici e per i musulmani. Il nostro dialogo è stato breve e imbarazzante; nessuno toglierà dalla testa del compagno Puzin l’idea che io sono o un rabbino o un insidioso provocatore.
Sono andato, una domenica mattina, ad assistere alla messa, nella cattedrale di Elochovskij. Era gremita. Dalla cantoria piovevano sulla folla (c’erano anche tanti giovani, anche dei militari) le invocazioni. «Dio ci protegga», diceva il grosso pope, con la voce profonda, e il coro rispondeva: «Sia pace a tutti».
I diaconi si inchinavano, toccavano quasi la terra con la fronte, brillavano gli ori, le lampade verdi, rosse, blu cupo, arancione, il canto era forte e terribile, credo che annunciasse l’ultimo giudizio; i devoti si segnavano tre volte, il vescovo, coi paramenti color tortora, incensava il suo popolo, poi andò vicino al corpo del Santo Alessio, avvolto nelle bende, c’erano tante lettere, chiedevano grazie, e “l’uomo di Dio” cominciò a leggerle con tono implorante.
Il vescovo si chiama Konstantin Nicajev, è alto, bello, biondo, ha più di cinquant’anni, ed è figlio di un medico; era studente all’università quando decise di entrare nelle celle di Zagorsk e di votarsi al Signore. Quando ebbe finito di domandare pace per i tormentati, salute per gli infermi, la salvezza per i peccatori, allargò le braccia, e intonò quel mottetto che dice: «Ringrazio Dio. Egli sarà con voi, e così lo Spirito Santo». E la gente rispose: «Alleluja, alleluja».
Poi sono entrato nella stanza del diacono Fjodor, c’era odore di stoffe preziose, di legno corroso, lo stantio del chiuso e del tempo. Sul petto di Fjodor, sulla tunica azzurra, brillava una grande croce e la catena spariva sotto i capelli chiari, sotto la barba fluente; Fjodor sorrideva, fece bollire il samovar, mi offrì del tè in una tazzina che sapeva di muffa, si scusò, non aveva altro.
Volevo sapere perché aveva scelto quella strada, che porta a quello strano Personaggio, che dicono inventato dalla paura e dalla superstizione, un Personaggio che, nonostante gli Sputnik e l’atomo, è faticoso cancellare. Mi raccontò che, quando era bambino, andava a giocare nella casa di uno starosta – un vecchio che era stato il capo di un villaggio – dove c’erano molti oggetti sacri, e il piccolo Fjodor domandava a che cosa servivano, che cosa rappresentavano.
Vent’anni fa, una sua sorella si uccise per amore, e la madre non seppe sopportare la pena. Allora lui pensò che doveva pregare per quella ragazza infelice, pregare fino all’ultima ora, per salvare quell’anima disperata. Si era sposato presto – ha due figli – e per ciò, anche dopo gli studi in seminario, è rimasto un semplice sacerdote. «M’innamorai» disse quasi per scusarsi «che ero tanto giovane».
E un sabato sera sono andato alla sinagoga di via Archupova, che è una delle quattro aperte al culto. Rivolti al muro che guarda a oriente, gruppetti di piccoli ebrei gemevano, si inchinavano davanti ai rotoli della torah, la dottrina che Mosè insegnò al popolo d’Israele, che i genitori continuavano a insegnare ai figliuoli e i saggi agli stolti, e Dio agli uomini, con le parole e le visioni dei profeti.
Portavano tales un po’ sbiaditi – i tales sono i manti rituali, che si buttano sulle spalle per la preghiera – ardevano i candelieri dalle molte braccia!
Conversai con un ebreo ricco, portava un cappello di feltro, conosceva il tedesco, mi disse che possedeva una dacia, che aveva un figlio ingegnere e proprietario di un’automobile, e non dovevo meravigliarmi, cinquantasette ebrei sono membri dell’Accademia delle Scienze, e venti di quella della Medicina, più dell’8 per cento dei giornalisti e degli scrittori è ebreo, e anche più del 7 per cento degli artisti e dei musicisti, e fece con orgoglio qualche nome, David Ojstrach, Leonide Kogan, e Maja Plisetskaja, e il regista cinematografico Donskoj; anche il monumento a Karl Marx, in centro, è di Lev Kerbel, un ebreo.
Disse che, purtroppo, i suoi correligionari hanno dimenticato l’yiddish, ottanta su cento non lo sanno più. E con gli anni, inesorabilmente, anche sulla lingua del Talmud si è posata la polvere dell’indifferenza, come sulle reliquie.
Si avvicinò un piccolo israelita, mi disse che era un pensionato, indossava un impermeabile ormai senza colore, aveva l’aria dolce e rassegnata di chi ne ha viste tante, ma sa che Dio non può abbandonarlo, perché Dio salvò la sua gente dalle crudeltà dell’Egitto, e dalle insidie del deserto, e mi chiese, e lo chiese per avere una conferma, per sentirsi vicino a qualcuno: «Anche lei è ebreo, vero?». E io non seppi dire di no, mentii: «Sì, sono ebreo anch’io», e pensai, per un attimo, al compagno Puzin e mi misi accanto al piccolo uomo dall’impermeabile senza colore, davanti al muro che guarda a oriente.

 

Note:
1. E. Biagi, “Dio resiste”, in Russia, Rizzoli, Milano 1974 – Club Italiano dei Lettori, Milano 1981, pp. 267-277.
2. Servizio di Laura Venniro, 9 giugno 2009, in http://italian.ruvr.ru.

 

 

 

 

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