ICONE E RELIGIONE > Cennino Cennini, Il libro dell’arte, 1390 ca.

 

Pierre Auguste Renoir (1841-1919), uno dei maggiori esponenti dell’impressionismo, scrisse al mercante Vollard: «Vi ho parlato della mia grande scoperta, intorno al 1883, che per un pittore la sola cosa che vale è l’insegnamento dei musei. Ho fatto questa scoperta leggendo un libretto […] il libro di Cennino Cennini, che offre tante preziose indicazioni sui procedimenti dei pittori del Quattrocento».
Cennino Cennini nacque a Colle Val d’Elsa (Siena) nella seconda metà del XIV secolo, fu allievo del pittore Agnolo Gaddi (figlio di Taddeo) a Firenze, dove apprese la tecnica dei grotteschi, come sostiene Giorgio Vasari nelle
Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri (1550, 1568). Nel 1398 è certo che risiedeva con la moglie, donna Ricca, nella contrada San Pietro di Padova, città in cui fu – lo riferisce Cennini stesso – «pittore famigliare del magnifico signore» Francesco da Carrara. Null’altro si sa di Cennini, non la data di nascita (supposta intorno al 1360), né quella di morte, anche se in un documento catastale del 1427 è registrato un giovane di ventisei anni con nome “Drea del fu Cennino”: se Drea fosse il figlio, sarebbe la prova che Cennini morì prima del 1427.
Incerta è anche l’attività pittorica di Cennini: la partecipazione al ciclo della
Leggenda di Santo Stefano nella Basilica di San Lucchese presso Poggibonsi, due soggetti sacri, ora perduti, nella chiesa conventuale di San Francesco a Colle Val d’Elsa e altri dipinti di cui l’attribuzione divide ancora gli storici.
La fama di Cennini non è però legata alla pittura, ma al
Libro dell’arte (o Trattato della pittura), scritto intorno al 1390 probabilmente a Padova per l’uso di alcuni vocaboli del dialetto locale.
Nel Libro dell’arte, Cennini riporta i segreti custoditi nelle botteghe di fine Trecento, inerenti alle tecniche della pittura e dell’affresco, in uno stile disinvolto, poiché fornisce, oltre alla teoria, consigli, trucchi e alcuni giudizi sui pittori del Trecento, completamente assenti nella precedente trattatistica medioevale. Per questo motivo, alcuni studiosi ritengono che l’opera sia nata nell’ambito di una delle potenti corporazioni padovane che regolamentavano e tutelavano l’attività dei pittori. Comunque sia, il manoscritto più antico pervenutoci è quello custodito nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze del 1437: non è l’originale perché scritto da più mani, ma è il più attendibile (ed è quello qui proposto), perché le altre tre copie presentano variazioni e aggiunte sicuramente successive. La prima copia a stampa fu eseguita soltanto quattro secoli dopo, nel 1821, con le annotazioni di Giuseppe Tambroni e i torchi del romano Paolo Salviucci, cui seguirono le traduzioni in inglese e in francese e altre ristampe più o meno fedeli, più o meno completate o annotate sulla base di successivi codici fiorentini.
Il
Libro dell’arte è lo specchio di un’età di transizione, dove la descrizione dei procedimenti antichi («in gran parte ancora solidamente legate alla concezione bizantina», come ha documentato Erwin Panofsky) si libera degli schematismi medioevali e intravede il mondo nuovo, quello rinascimentale. Più che un trattatista, Cennini si rivela un artista «che ama la propria arte, la sua condizione professionale e che pertanto rivendica una nuova dignità sociale, un ruolo prestigioso, avvalorato perfino da una severa e controllata condotta quotidiana (Cap. XXIX) e dal possesso di un alta professionalità» (M. Serchi).
Il
Libro dell’arte è il primo testo scritto in lingua volgare che ha fornito “di prima mano” gli strumenti della pittura antica, in particolare quella eseguita con la tempera all’uovo. È perciò logico che sia tuttora considerato una sorta di vademecum dagli iconografi, pur ammettendo alcune differenze tra la maniera occidentale e quella orientale. Del resto, non va dimenticato che, prima di Cennini, soltanto il monaco Teofilo descrisse, all’inizio dell’XI secolo, l’arte pittorica derivata dai Bizantini nella sua opera Schedula diversarum artium, pubblicata in Germania nel 1774, ma tradotta in italiano, dal latino medioevale, soltanto pochi anni fa.
Il Libro è indubbiamente destinato agli specialisti, ma la narrazione chiara e scorrevole fa facilmente capire materiali, procedimenti e tempi necessari alla realizzazione di un dipinto.
La versione riportata, integralmente, è inedita sul web: è quella pubblicata a Firenze nel 1913, a cura di Renzo Simi, che segue il primo manoscritto fiorentino (1437), ritenuto il più vicino all’originale.

Cennini – Libro dell’arte (585kB)

 

 

 

 

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