ICONE E RELIGIONE > Aldo C. Marturano, Il passaggio dal paganesimo al cristianesimo in terra russa, 2006 (1)

 

La Chiesa cominciò il lavoro di catechizzazione del popolo slavo dai tre centri “cittadini” (gorod) di Kiev, Novgorod la Grande e Polozk.
In primo luogo, si individuarono i sacrari pagani più importanti, per quanto fu possibile, nei dintorni di quei gorod (quelli trovati a Kiev erano già stati sostituiti da chiese o semplicemente distrutti) e al loro posto si eressero le chiese, utilizzando le stesse querce che costituivano i sacri boschi intorno ai sacrari.
Come fare, però, a continuare l’opera evangelica senza avere uomini culturalmente preparati e in numero sufficiente? Fu questo, agli inizi, il problema più grosso. In alcuni periodi della Chiesa russa dei primi anni si ovviò con preti e monaci venuti dalla Grecia e, soprattutto, dalla Bulgaria, ma, in seguito, si procedette a un faticoso tirocinio del personale locale, sfruttando moltissimo il diaconato.
Finché non giunse il tempo di Jaroslav il Saggio (fine dell’XI secolo), lo sforzo materiale delle gerarchie ecclesiastiche doveva essere abbastanza limitato se il principe, allo scopo di rafforzare la propria posizione in tutte le terre russe e conoscendo bene il ruolo ideologico del cristianesimo avendolo visto “al lavoro” in Svezia, decise di costruire a Kiev la più grande chiesa in mattoni mai vista in Europa, dopo Santa Sofia a Costantinopoli.
La nuova chiesa e la ripianificazione della città alta di Kiev superò in magnificenza tutto quanto san Vladimiro aveva fatto fino ad allora – la chiesa detta della Decima e il castello (terem) – che passò così in secondo piano. Infatti, Jaroslav non si limitò soltanto a costruire una chiesa, ma dette tutto l’aiuto possibile affinché il centro religioso di Kiev diventasse il più importante delle terre russe e avesse maggiori mezzi per penetrare adeguatamente nel territorio. Per Santa Sofia a Kiev, fece arrivare degli architetti bizantini e, subito dopo, fece costruire delle cattedrali, altrettanto sfarzose, di mattoni anche a Novgorod e a Polozk. La Chiesa russa aveva ora i suoi teatri dove rappresentare lo spettacolo divino e da cui far partire i suoi predicatori per i più reconditi punti abitati.
Infatti, al seguito degli architetti giunsero prelati, monaci e preti e, non lontano da Kiev ma sempre compreso nel territorio della città, fu concesso al metropolita (greco, naturalmente) di avere una sede degna dove formare le nuove gerarchie russe nell’area che diventò il famoso monastero delle Grotte (Pecherskaja Lavra). A questo punto le processioni e le celebrazioni cristiane, tanto decantate dai mercanti di san Vladimiro quando le avevano contemplate a Costantinopoli, cominciarono alla grande nelle tre maggiori città russe.
Nella Cronaca dei tempi passati si legge: «Anno 6495 [987 d.C.] dopodiché [i mercanti mandati da Vladimiro] giunsero a Costantinopoli e comparvero davanti all’Imperatore. L’Imperatore chiese loro: Perché siete venuti? Raccontarono tutto e l’Imperatore avendo ascoltato lo scopo della visita se ne rallegrò e lo stesso giorno fece loro tutti gli onori possibili. Il giorno seguente poi mandò a dire al Patriarca quanto segue: Sono giunti i Russi a fare esperienza della Vera Fede nostra. Perciò preparati con tutto il clero. Indossate tutti i paramenti sacri affinché quelli conoscano la gloria di Dio Nostro. Udito ciò il Patriarca chiamò a sé tutto il clero e diede gli ordini necessari affinché si addobbasse la Chiesa e si celebrasse una solenne funzione festiva con incenso cori e canti. Poi andarono tutti insieme nella Chiesa e fece accomodare i Russi nei posti migliori. [… I mercanti tornati a Kiev riferirono a Vladimiro che] siamo stati dai Greci e questi ci hanno condotto nel luogo dove venerano il loro dio e non sapevamo se ci trovavamo in cielo o in terra. Di certo sulla Terra non esiste uno spettacolo simile di tale bellezza che non siamo capaci neanche di raccontartelo» (2).
La presenza del cristianesimo in terra russa, almeno per l’osservatore esterno, sembrava consolidata e affermata. Le processioni – come in tutta l’Europa cristiana – cominciarono a snodarsi in ogni occasione con grande solennità per le strade cittadine e il “gran teatro” rappresentato da Santa Sofia (o Santa Sapienza, dedica che accomuna le chiese di Kiev, Novgorod e Polozk) era sempre occupato da manifestazioni religiose senza precedenti. Né tutto ciò fu più eguagliato neppure in seguito, almeno a Kiev quale sede politica principale.
La Chiesa ben sapeva quanto fosse importante sia impressionare la gente che reclutare nuovi adepti, con un sicuro consenso individuale e una salda convinzione missionaria, evitando i bastoni, il fuoco e la spada come era avvenuto nel 988-989 per la conversione dei renitenti.
La ritualità e i riti umani rientrano nel meccanismo biologico di tutti gli animali. Nella vita umana, il rito è diventato fondamentale e nessuno di noi riuscirebbe a farne a meno, perché proprio per mezzo del rito acquistiamo sicurezza nelle nostre azioni e affrontiamo le vicissitudini con maggiore tranquillità. I genitori c’insegnano i loro riti e noi aggiungiamo i nostri. Il mir (3) non faceva eccezione: era anch’esso pieno di riti. Sbarazzarsi di loro per raggiungere la libertà di scegliere una fede al posto di un’altra era un sacrificio impossibile che, difatti, non avvenne mai in terra russa. La vita dello smerd (4) sembrava potesse esser difesa soltanto difendendo ad oltranza i suoi riti antichissimi. D’altro canto, raramente lo smerd si recava in città perché non era ben accetto dal potere che temeva sempre le sommosse e le proteste di piazza. Di conseguenza, le notizie sul cristianesimo, sulle chiese sfarzose, sulle processioni indimenticabili, sui riti solenni e cantati rimanevano nelle favole e nei racconti reboanti dei forestieri che passavano dalle campagne oppure abbagliavano chi viveva in città. Nel mir ne arrivò quindi solo l’eco e per il multietnico Paese continuò a restare incolmabile la frattura culturale esistente fra gorod e mir, tra città e comunità.
Visto in quest’ottica, si capisce bene l’accanimento della Chiesa russa delle origini nelle battaglie contro il paganesimo slavo (mai vinte finora!). E, anche considerando solamente queste enormi difficoltà logistico-economiche, si possono capire e accettare i compromessi e le conseguenze della sorda lotta, durata secoli, per conquistarsi l’anima della gente isolata in campagna.
La Chiesa russa era figlia di Costantinopoli e aveva esperienze molto antiche di evangelizzazione dei ”barbari slavi”, ma forse le circostanze trovate nelle terre russe non erano mai capitate fino ad allora.
Verso la seconda metà del X secolo, l’impero romano si trovò nella necessità di riaffermare la propria sovranità sui territori della Penisola balcanica e nel Mar Nero, sia per contrastare il rafforzamento dei Musulmani, sia per fermare l’espansione degli Ottoni nell’Europa dell’Est. Per la verità, i territori del Nord-est, a partire dalla riva sinistra del Danubio, erano ben conosciuti e si sapeva quanto erano difficili da penetrare. Conquistarli? Possibile, ma era una costosissima impresa! E comunque in quei frangenti del X secolo, era un progetto assolutamente irrealistico per l’impero, se non dopo aver ripreso la perduta Bulgaria del Danubio. L’idea albergò nella mente di qualche imperatore, come Costantino VII Porfirogenito, ma la scelta obbligata fu un’altra: mantenere relazioni pacifiche e amichevoli coi Chazari e col loro centro politico di Itil sul Volga (5), finché il loro impero era in grado di controllare il traffico vitale proveniente da quell’area. Infatti, l’impero chazaro, quale protettore correligionario degli ebrei di Kiev che facevano da intermediari commerciali, rappresentava ancora un’entità politica di tutto rispetto in quegli anni. Allo stesso tempo, si cercò l’amicizia dell’élite slavo-variaga quando questa apparve abbastanza affidabile nella sua pretesa di dominare l’enorme area dal Baltico al Mar Nero. Anzi, quando nel 965 d.C. Svjatoslav conquistò Tmutarakan’, sullo stretto di Kerc’, ai Chazari, l’importanza di questa élite si accrebbe per Costantinopoli.
La storia russa deve ringraziare l’interesse quasi ossessivo dell’imperatore Costantino VII per le terre russe e per l’élite al potere a Kiev (sembra che si fosse innamorato di Olga, nonna di san Vladimiro!) se abbiamo informazioni sulla nascita dell’ethnos “russo” a Kiev. Con lui e già prima di lui, erano stati stipulati trattati di amicizia fra Costantinopoli e Kiev e, come appariva, il legame politico era abbastanza durevole.
Nel 980 (Costantino VII e Olga erano già defunti), Vladimiro aveva preso il potere e aveva imposto il dio Perun e il suo Olimpo, ma, Kiev, cosmopolita dal punto di vista religioso, poiché si veneravano da sempre diversi dèi per le diverse etnie presenti, oppose qualche resistenza. Tuttavia, la situazione cambiò rapidamente. I Chazari erano in sfacelo e Costantinopoli sembrava essere in auge per cui, poco alla volta, Vladimiro si avvicinò all’imperatore Basilio II, tanto più che c’erano stati già vari tentativi da parte dell’Occidente di coinvolgerlo nel consesso dei regni franchi, interessatissimi clienti compratori delle preziose merci russe. Inoltre, i successi militari bizantini ottenuti con la riconquista della Bulgaria danubiana ebbero una grande eco nel Nord-est e l’élite variago-russa si convinse definitivamente che un’alleanza più solidale con l’impero romano d’Oriente era una mossa politica molto importante.
Roma Nova (Costantinopoli) non può però accettare legami permanenti con popoli non cristiani, che erano considerati nella splendente capitale del Bosforo al pari di animali. Di qui le perplessità e l’evoluzione dell’atteggiamento religioso di Vladimiro verso il cristianesimo. Alla fine, egli decise, dopo aver parlato a lungo coi suoi dignitari, di cambiar bandiera e il dio Perun è abbandonato per Cristo. E non è finita! Kiev diventò tutta cristiana (salvo gli Ebrei, che proprio per i loro unici e preziosi servigi di intermediari commerciali internazionali conserveranno uno statuto speciale) e, come dice la Cronaca dei tempi passati, subito dopo toccò a Novgorod la Grande, dove la conversione finì nel sangue e nelle fiamme, e a Polozk. Nelle regioni del Volga invece questo cambiamento di fede risultò più difficile: si sa che il vescovo destinato a Rostov la Grande fu ucciso e un altro cacciato finché non si intervenne, ancora una volta e più decisamente, con la forza, ma solo… nel XII secolo!
Fu la preoccupazione per i traffici a convincere Vladimiro a cambiar religione? O forse il timore di far la fine della Bulgaria danubiana? In realtà, se così pensassimo, avremmo perso di vista lo spirito dei tempi e l’intelligenza dell’uomo. È probabile che fosse una moda del tempo diventar cristiani, perché non c’era il pericolo immediato di essere invasi dalle truppe costantinopolitane. In realtà, dopo anni di frequentazioni a Costantinopoli, dopo anni di discorsi con gli Ebrei rahdaniti di Kiev, dopo le visite di ecclesiastici occidentali e le notizie di nascita di Stati slavi nei Balcani, non mancavano gli elementi per riflettere meglio su come entrare di diritto nei circuiti politici internazionali, mantenendo la propria indipendenza politica. Restava qualche dubbio… Quale orgoglioso sovrano avrebbe accettato una religione nata in difesa dei derelitti e dei reietti della società schiavistica romana al posto di una religione di dèi vittoriosi con le armi in mano? Quale sovrano avrebbe mai accettato che la propria sovranità discendesse in qualche modo da Roma?
A quel tempo, la Chiesa cristiana aveva già superato la sua “inferiorità” ideologico-politica di protettrice delle classi dominate, rispetto al paganesimo delle classi dominanti, e ormai, per la sua capillare organizzazione, si era arrogata l’eredità di mantenere integro l’impero romano, nonostante le vicende degli ultimi anni, in vista dell’avvento del Regno di Cristo, ben più potente ed eccelso. Ma il potere imperiale era nelle mani di Basilio II, per cui l’imperatore continuava a essere all’apparenza più potente del patriarca. Egli continuava ad essere considerato sacro, come durante il paganesimo romano, ma ora era obbligato a muoversi nell’ambito della “religione universale”, per la quale Dio Padre aveva concesso all’imperatore il potere temporale (l’imperatore unto), per tutta la durata della sua vita, ma la dottrina della Chiesa era in ogni caso l’unica garante della sacralità di quel potere. Si era all’epoca del cosiddetto “cesaropapismo”, in cui non era sempre chiaro chi comandasse a Costantinopoli nel nome del Dio che concede il potere: l’imperatore o il patriarca?
Secondo l’escatologia cristiana, naturalmente da noi semplificata, Cristo ritornerà sulla Terra per riprendere, insieme al Padre, il possesso del mondo con tutti i suoi abitanti, proprio partendo da Roma (in questo caso da Roma Nova sul Bosforo).
Nessuno, però, poteva sapere il giorno esatto del Giudizio finale… poteva essere anche subito, dunque all’erta! Tutti sarebbero stati giudicati secondo le azioni condotte nella vita terrena, prima di essere assegnati al Paradiso o precipitati nel buio dell’Inferno dove regnava il demonio! Il sovrano che avesse governato gli uomini senza autorizzazione divina (e cristiana) avrebbe subìto i castighi più gravi e indicibili, proprio per aver esercitato il potere illegittimamente. Chi, al contrario, avesse già abbracciato la fede cristiana non aveva nulla da temere, poiché si sarebbe salvato. Descrivendo questo quadro minaccioso e terribile, il famoso filosofo, che, secondo le cronache russe, ebbe un lungo colloquio con Vladimiro prima della conversione, deve aver facilmente convinto il principe ad abbracciare il cristianesimo. E a Kiev arrivò la nuova fede: una teoria delle società umane governate, secondo le leggi cristiane, da un signore designato da Dio e il cui regno faceva parte di un consorzio di altri regni, tutti più o meno assoggettati all’impero romano d’Oriente!
Kiev e le terre russe diventarono così la metropolia della Tauroscizia (6), ma non una colonia di Bisanzio! Da Sebaste (oggi Sivas, in Turchia), il patriarcato costantinopolitano inviò al più presto Teofilatto come primo metropolita, ma non per dirigere la politica di Kiev!
A parte questa impostazione della vicenda, giustamente N.M. Nikol’skij fa notare che a Costantinopoli, alla fine del X secolo, era diventato talmente popolare entrare nella carriera ecclesiastica che fra chierici, preti e servi (insieme a bancarottieri e reietti) il numero di questi “dipendenti della Chiesa” si era accresciuto in modo spropositato, non solo nella capitale, ma anche nella seconda città dell’impero, Salonicco, dove c’era la foltissima colonia bulgara sfuggita tempo prima allo zar bulgaro “apostata” Simeone-Michele perché sospettata di bogomilismo (7).
Il monachesimo, inoltre, dominava la moda greca a quei tempi. Nato come movimento laico di persone disperate che non riuscivano a sbarcare il lunario in altro modo se non vivendo come indicato da Cristo, in astinenza sessuale e nella massima frugalità, si era diffuso costituendo talvolta intere comunità agricole senza alcuna proprietà privata. Sempre sotto stretta sorveglianza dei vescovi, normalmente questi “ribelli”, che inneggiavano alla povertà in nome di Cristo, erano condannati come eretici! Anzi, dopo le ultime leggi emesse da Basilio II (imperatore di Costantinopoli e futuro cognato di Vladimiro) i monaci isolati vivevano in modo sempre più precario per mancanza di terra da coltivare e non riuscivano a trovare una sistemazione adeguata in un impero che si vedeva sempre più ridotto del proprio territorio. Perciò la nuova metropolia costituì l’occasione buona che aprì nuove prospettive: di guadagno, per i mercanti di professione, di misurarsi con una nuova realtà ricca ma selvaggia, per le gerarchie ecclesiastiche greche (alte) e bulgare (basse) “senza lavoro”, e di vivere, per i monaci più avventurosi, secondo i loro princìpi ma non più in pericolo di vita e in ristrettezze.
Tutto cominciò sotto la protezione dei Rjurikidi (8) e il sostegno finanziario della decima (9), ma, proprio a causa di ciò, prima d’ogni altra cosa, la Chiesa sentì il dovere di rafforzare se stessa come partner politico primario del prìncipe (knjaz). Di certo, Vladimiro si fidava più dell’appoggio consolidato dei Variaghi che dei nuovi chierici arrivati al seguito della sua nuova moglie (10) e, quindi, il suo primo dovere era stato quello di convincere la sua druzhina (11) che la scelta fatta era valida e che non avrebbe intaccato i loro rapporti. Superato questo problema, le prospettive dei nuovi arrivati dal Sud si allargarono e si accrebbero quando fu concesso ai vescovi locali, oltre alla decima del principe, il diritto di farsi pagare il controllo dei pesi e delle misure, i giudizi sulle liti per le eredità e sul diritto di famiglia…
Non possiamo negare che le spese, specialmente militari, per gli interventi a largo raggio sulla popolazione del territorio kieviano e a esso collegata erano tante e altissime, essendo i villaggi nascosti e sparsi nel fitto di foreste estesissime, come riferiscono dei resoconti del XVII secolo, ma dal tempo di Costantino il Grande (IV secolo) la Chiesa cristiana era stata l’arma segreta per governare l’immenso impero attraverso la religione, perciò non poteva rinunciare ad espletare lo stesso servizio qui nelle terre russe al servizio del Knjaz di Kiev.
Fu l’inizio di un’impresa titanica. I problemi davanti ai quali si trovò la Chiesa erano molto più complicati di quel che si era creduto. Il territorio era vastissimo e difficile da percorrere, non esisteva una geografia definita, né un censimento degli abitanti e in più la gente parlava varie lingue. La pretesa del potere secolare kieviano però era molto chiara e pressante: la Chiesa doveva agire non soltanto per il riconoscimento internazionale della dinastia rjurikide, ma anche per consolidarne la posizione politica in tutto il territorio, comprese quelle regioni che si andavano via via incorporando!
Possiamo notare da qualche episodio raccontato nelle cronache dell’epoca che questo rapporto fra Knjaz e gerarchie ecclesiastiche non fu tutto rose e fiori e riusciamo a immaginare come il Knjaz covasse sempre il timore di passare sotto la sovranità bizantina alla minima debolezza e proprio per il tramite della Chiesa.
La Chiesa prese subito alcune decisioni abbastanza pratiche: niente multietnicità, ma un solo popolo russo; una sola lingua per comunicare; l’obbligo ferreo da parte del Knjaz di lasciare partecipare il più intimamente possibile la gerarchia ecclesiastica alla vita politica, in modo che il consiglio della Chiesa e del suo sistema ideologico diventassero l’unica via da seguire. E inoltre: l’istituzione e il rispetto assoluto dei digiuni canonici il mercoledì e il venerdì oltre a quelli lunghi preparatori per le feste più importanti, per diminuire il consumo di carne; la preparazione da parte del principe e la consegna, casa per casa, di un numero enorme di karavàj (12) per “equilibrare” i banchetti principeschi con la fame del popolo, tentando di far diventare tradizione a Kiev la cerimonia della “mensa gratuita”; la riforma del matrimonio, per cui ai nobili erano concesse al massimo una moglie legittima e una concubina, quindi la monogamia dell’élite…
E nei villaggi? Ci si affidò alle buone intenzioni dei bojari locali, ma la cristianizzazione non progredì. Di certo qualche prete (in russo pop) più ardito di altri si lanciò nell’avventura di evangelizzare qualche comunità, ma non gli mancavano i problemi: egli doveva metter su famiglia in loco, ma, quando si presentava da solo alla ricerca di una sposa, trovava soltanto le ragazze destinate a essere vendute schiave e così, invece di integrarsi nella comunità, si isolava ancora di più. Inoltre, appena cominciavano a circolare le voci sulla sua intenzione di riformare i costumi e i cibi come scritto nei suoi magici libri, ci furono molti casi in cui il prete fu invitato a cambiar luogo di residenza!
I maghi e gli stregoni capirono subito che aria tirava e si affrettarono a nascondersi e far tutto il loro lavoro di nascosto. Qualcuno, si raccontava ancora nel XV secolo, che credeva in un maggior potere del cristianesimo rispetto alle tradizioni pagane, si avventurava a nascondersi in un angolo della chiesa alla Grande notte di Pasqua per aspettare che il prete dicesse: “Cristo è risorto!”. A quel punto, invece di rispondere “È vero! È risorto!”, pronunciava sottovoce le formule segrete che dovevano accrescere o restituire il potere magico che si era attenuato per la concorrenza del pop!
Proprio quest’atteggiamento verso la nuova fede della gente del mir nel XI secolo portò ad un periodo di grande fervore nelle terre russe da parte del clero e perciò sono innegabili i grandi sforzi fatti ricorrendo a vari espedienti, anche compromissori.
Inoltre, nella comunità c’era sempre qualche persona o debole di mente o fisicamente disabile, secondo un nostro punto di vista odierno. Queste persone, nel mondo slavo, venivano venerate dalla gente “normale” perché rappresentavano un modo in cui il Creatore comunicava con gli uomini. Essi si riunivano in gruppi, spesso con i nati ciechi, che solitamente imparavano a suonare gli strumenti musicali meglio di altri per la loro più acuta sensibilità uditiva, e durante la bella stagione vagavano di villaggio in villaggio, suonando e recitando le byline (13) degli antenati o facendosi interrogare dalla gente. A questi si aggiungevano gli Handicappati Vaganti, in russo Kalekì Perehòzhie, persone invasate dalla nuova religione – che conoscevano abbastanza bene per aver letto i Vangeli: alcuni di questi personaggi erano persino di origine principesca e dunque letterati – che si intrufolavano negli spettacoli di piazza dei loro compagni di vagabondaggio e riuscivano a raccontare vite e miracoli dei santi e dei personaggi biblici. Tutto questo fu tollerato.
La Chiesa ortodossa ammise persino la lettura di racconti e dei vangeli apocrifi, cioè diversi da quelli canonici, purché il cristiano confessasse di leggere cose non vere e ammettesse di leggerle soltanto per rafforzare la fede.
Proprio in seguito a ciò, nella Rus’ di Kiev si diffusero molte leggende sulla vita e sulla morte della Vergine Maria, certamente identificata con la dea slava orientale Terra Umida Madre. In particolare, diventò molto popolare il racconto della sua visita nell’Inferno fra punizioni e peccatori, accompagnata dall’arcangelo Michele. Nei racconti si metteva in evidenza il potere di questa donna di intercedere presso Dio con grande efficacia e ciò impressionava l’immaginazione collettiva, poiché poneva la Madonna allo stesso livello delle migliori znaharki (14). Non dimentichiamo che a racconti simili si ispirò lo stesso Dante nello scrivere la Divina Commedia
Questa venerazione della Vergine “di tipo russo” fu subito messa a frutto e nella vita del mir si aggiunse una serie di feste e di celebrazioni dedicate alla Madre di Cristo. In particolare, la festa del 21 novembre, ossia la Presentazione di Maria al Tempio, divenne molto popolare perché si diceva che la Vergine annunciava sì l’inverno alle porte, ma assicurava – e questa era la cosa più importante – la sua materna e continua protezione. Durante la festa, in special modo nelle nuove chiese, ai bambini si faceva cantare una canzone a sua gloria e si distribuivano i biscotti (pirozhkì) fatti con l’ultimo grano della passata raccolta. Ecco la canzone:
È arrivata la Festa della Presentazione!
È arrivato il tempo per l’inverno di ritornare a casa propria!
Zimà (15) ha già attaccato i cavallini alla slitta
E si è avviata verso la via del ritorno.
Il ghiaccio si è ammorbidito per lasciarla passare!
Un tempo questa era la festa dell’ultimo mercato all’aperto, ora era diventata una sagra cristiana, una di quelle manifestazioni che, accoppiate con le processioni di rito, la Chiesa ebbe cura di rafforzare negli usi del mir e di diffondere al posto delle feste pagane (guljanie). Lo scopo era di far incontrare gli abitanti di più villaggi per giungere a una più rapida propagazione della fede, rompendo l’isolamento tradizionale.
Se la Madonna diventò la divinità più popolare del Cristianesimo russo, nelle città dove abitavano i nobili si diffuse invece l’idea che l’intercessione dei monaci era migliore, a causa della loro santa vita e delle loro preghiere per le anime dei morti (pomìnki). I monaci, cioè, potevano salvare con più certezza dalle pene dall’inferno, così i nobili si affrettarono sia a farsi monaci non appena si trovavano in fin di vita, sia a lasciare in eredità ai conventi quanto possedevano (tutto o in gran parte) affinché si pregasse per loro dopo la morte. La Chiesa diffuse persino l’idea che chi moriva intorno a Pasqua era sicuramente diretto in Paradiso, sebbene fosse costretta a tollerare che il cadavere fosse seppellito con un uovo sodo colorato in rosso nella mano destra, a maggiore e antica garanzia!
Un altro espediente, stavolta linguistico e concettuale e indirizzato alla gente colta, fu adottato dal metropolita Ilarione (XI secolo) per cercare di integrare le credenze pagane con quelle cristiane. Nel suo famoso Sermone sulla Legge e sulla Grazia parla della Trinità come Dio dei Tre Soli con un chiaro richiamo alla venerazione degli Slavi per questo astro (Svarog, Dazh’bog e Hors).
Nel XII secolo finalmente comparvero le cosiddette Letture mensili (Minei cet’i), o Menologio, ossia una grande raccolta di vite dei santi suddivise per mesi e giorni, da leggersi ai parrocchiani per far capir loro quale potenza avevano questi uomini di Dio, rispetto agli dèi pagani ancora temuti e venerati. Naturalmente, le vite dei santi erano adattate, talvolta inventate, in modo che ciascuno potesse scegliersi il santo e venerarlo invece degli aborrendi idoli pagani.
Insomma, i tentativi furono tanti e a tutti i livelli e mescolarono talmente le vecchie credenze pagane con quelle cristiane che oggi è difficile risalire da queste a quelle.
Il personaggio direttamente implicato in tutto questo lavoro di “rieducazione” restava, alla fine, il volenteroso prete semplice, il pop. Sebbene la vita nel villaggio sembrasse scorrere indisturbata, sebbene il pop arrivasse mandato dal vescovo della città vicina e sebbene la comunità fosse obbligata ad offrirgli un pezzo di terra da coltivare più un aiuto materiale per costruire casa e chiesa, l’integrazione rimase circonfusa di sospetto finché tutti non si abituarono ad averlo “fra i piedi” come una maledizione divina da sopportare. Anche san Pietro gli dette una mano perché fu introdotta la sua festa (insieme con san Paolo) al 29 giugno e il pop acquisì il diritto di far il giro, con la sua famiglia sul suo carro, per raccogliere i doni per la chiesa e di fare propaganda religiosa casa per casa.
La sua chiesa però continuava a non essere frequentata come ci si aspettava, perché la gente non abbandonava la ritualità antica dei banchetti sacri e delle orge pagane e solo se costretta assisteva alle liturgie. In parte era comprensibile: i banchetti che il paganesimo slavo allestiva con grande convivialità di popolo erano troppo radicati nella tradizione e non paragonabili, agli occhi dei contadini, alla ridicola distribuzione di un cibo come le prosfore (16) fatta dal prete fra i fedeli presenti all’Eucaristia!
Poi a poco a poco, intorno a Kiev, Novgorod e Polozk, interi villaggi passarono sotto il controllo dei monasteri locali quali parti di eredità dei signori che avevano deciso per la vita monastica prima di morire e i popy non si presentarono più come ospiti, ma come funzionari della nuova “amministrazione” ecclesiastica che ora aveva il pieno possesso del mir. Ciò non bastò a sopraffare le vecchie abitudini: l’affondo al paganesimo slavo poté essere inferto solo molto tempo dopo, con la fondazione di monasteri nel cuore della foresta.
In verità, questi monasteri costruiti nelle foreste furono visti come un sacrilegio vero e proprio che causò spesso la ribellione armata degli smerdy, ossia dei contadini che si sentivano attaccati e invasi dalla città. I primi conventi erano sorti nei boschi intorno a Novgorod, Kiev e Polozk (il metropolita Ilarione scrisse che già al tempo di san Vladimiro se ne contavano 68!) sulle rovine dei sacrari pagani, ma la vera “ondata” di nuovi monasteri si riversò in maniera sistematica attorno alla seconda metà del XIV secolo, soprattutto dal basso corso del Volga fin nel profondo Nord. Essi ebbero un grande impatto economico e scientifico sullo smerd.
La Regola adottata era quella studita, elaborata a Bisanzio intorno all’XI secolo (17), che rimase in vigore in tutti monasteri russi fino al XV secolo. Essa ammetteva due tipi di attività: il lavoro interno al convento, fatto direttamente dai monaci, e quello esterno che i monaci, non potendosi allontanare, affidavano agli smerdy più disperati. Queste attività esterne erano la coltivazione dei campi e la cura delle bestie, che, con i consigli e le esperienze dei monaci greci e bulgari, costituivano sempre più un modello di produzione capitalistica ad altissima efficienza rispetto alla coltivazione tradizionale che il contadino conosceva. A vedere le messi migliori e più abbondanti, la piantumazione di nuovi alberi dai frutti succulenti mai visti, l’orto con erbe e aromi miracolosi portati dal Sud per ogni malanno… lo smerd ne rimaneva incantato, letteralmente. Forse gli dèi prediligevano i cristiani? Forse i riti e i sacrifici fatti finora non erano più graditi agli dèi? Insomma, confrontandosi con le tecniche e le culture di gran lunga più avanzate introdotte dall’opera e dall’esempio della Chiesa, lo smerd s’accorse che stava per crollare il suo universo fondato sull’agricoltura tradizionale.
Lo smerd aveva un computo del tempo molto diverso dal nostro, poiché il suo calendario era nei segni che la natura dava giorno per giorno (primet) ed egli lo sapeva ben individuare e interpretare. L’archeologia ha dimostrato che ogni giorno che passava era inciso sullo stipite della porta e che i giorni più significativi erano segnati con tacche particolari. Ebbene, la Chiesa si affrettò ad impadronirsi anche di questo suo modo di ricordare i giorni e i mesi e, al posto del Giorno delle Allodole, del Giorno della Famiglia o del Mese della Mietitura ci mise i suoi santi, lasciando che col tempo si creasse intorno al santo del giorno una tradizione di eventi e di miracoli, più o meno adattati al passato pagano. È in questo modo che san Nicola (Mikula in antico-russo), vescovo di Mira morto nel 343 e la cui festa cadeva (e cade) il 9 maggio, approdò nella Rus’ di Kiev e diventò popolarissimo. A san Nicola (detto in russo il Caldo) era costume dedicare la Festa dei giovani pastori, perché quel giorno i ragazzi portavano per la prima volta i cavalli a pascolare. Si accendevano i fuochi nella via del mir e si rimaneva a mangiare, cantare e danzare tutta la notte. Volentieri vi partecipava il pop che benediceva i cibi e invitava i vecchi (opportunamente istruiti) al convito per raccontare ai giovani astanti le proprie esperienze e per… controllare che la festa non scivolasse nella solita orgia. D’altronde, san Nicola è noto in tutto il mondo sotto le spoglie di Babbo Natale (la seconda festa di san Nicola, detto stavolta in russo il Freddo, è il 6 dicembre) e quindi non ne parleremo oltre. Una cosa curiosa è invece che il santo ebbe la venerazione dei musulmani di alcune zone del Volga e, a detta di A.A. Korinfskij, questo culto si conservò fino al XIX secolo!
Non bastarono però i santi e il cristianesimo si insinuò in punta di piedi persino nell’izbà. In gran parte, la ripartizione dell’izbà è rimasta quella dei tempi antichi, ma certe suppellettili hanno cambiato forma e posizione e altre si sono aggiunte proprio nei secoli di cui parliamo. Per esempio, fu introdotta la tavola per desinare – a imitazione dell’altare della Chiesa! – che non si seppe neppure come chiamare, perché non era un tavolo vero e proprio, era uno scranno un po’ più alto dei soliti e quindi si cominciò a indicarlo con stol, sedia. Questo arredo si mutò in simbolo del potere, perché all’abitante più vecchio (starik, bolsciak, starozhilez) fu assegnato proprio il posto “a capo della tavola”: egli si sedeva per primo, mettendo in soggezione tutti coloro che sedevano dopo di lui. L’izbà che aveva una tavola era dunque stòlnaja (cioè “con tavolo”) e là abitava il più anziano del villaggio, rappresentante del potere della città! Egli era sempre stato la persona più riverita e accreditata per parlare a nome del mir a qualsiasi estraneo – il ciur (18) era passato ormai nelle leggende – ma col cristianesimo diventò l’interlocutore preferenziale del prete e, per il nobile locale, addirittura un affidabile starosta (sindaco) che raccoglieva il tributo, perché l’anziano conosceva bene tutte le tradizioni, le usanze, le famiglie, le parentele, i confini dei campi e delle foreste. Alla Chiesa restava il problema di come fare ad accattivarsi le sue simpatie…
Il pop aveva tanta buona volontà, ma non disponeva di influenze politiche o di ricchezza tali da poter promettere regali e onori all’anziano per avere il suo assenso a quanto la Chiesa richiedeva e per questo, talvolta, i due personaggi si confrontavano con toni molto aspri, come si deduce dalla byline. L’unica ricompensa che il prete cristiano poteva offrire era la salvezza dell’anima dalle pene del fuoco eterno ma… dopo morto! Sicuramente, il prete lo invitava ad associarsi nelle celebrazioni solenni nella chiesa per dare l’esempio agli altri, senza però rendersi conto che invitava proprio colui che era il capo del paganesimo, il volhv del villaggio! È facile immaginare la miriade di controversie che si ebbe in questi incontri. Ad esempio, nei casi più sfortunati, il pop e lo starozhilez non parlavano la stessa lingua, oppure lo starozhilez fingeva di accettare le nuove regole perché aveva capito che il pop aveva l’appoggio del signore locale, o ancora l’anziano che si sentiva abbastanza potente, poteva incitare il mir a cacciare il pop quale ospite indesiderato.
Malgrado ciò, la distruzione del mondo del mir era ormai avviata. A conferma di quanto detto sopra e in riferimento al famoso e controverso Libro di Veles del conte Uvarov (1858) esaltante il paganesimo della campagna, riportiamo le parole di V.N. Djomin: «Non tenendo conto delle misure draconiane e della politica inquisitoria, alla Chiesa non riuscì in alcun modo di eliminare ciò che la stessa natura fornisce come conoscenza. Né i russi, né gli altri popoli si separarono mai dalle relazioni del proprio Paganesimo con l’Universo e col mondo circostante, sentendosi comunque parte di quel mondo. Come diabolico marchia la Chiesa il primo trattato cosmologico russo del XII secolo che parla della fede della gente nel Sole, nella Luna, nelle Stelle e nei Fiumi e nelle Sorgenti e negli Alberi… e nel Fuoco e negli Animali e in tante altre cose diverse…».
Alla fine, agli smerdy non rimase che perseverare nei loro riti pagani, purché si svolgessero, un po’ mascherati, sotto l’egida della Chiesa e con la partecipazione – economica – del pop, ossia con la cessione di una parte di produzione agricola (popova dolja) uguale a quello che percepiva una volta il volhv come offerta sacrale agli dèi e per il proprio mantenimento. Ad esempio, intorno alla metà di agosto, quando si raccoglieva il primo miele, i favi più abbondanti venivano portati in chiesa per esser benedetti, anziché al sacrario pagano per ringraziare gli dèi che avevano fatto lavorare bene le loro “operaie divine”, e una parte di quel miele era ceduta al pop.
Il peggio fu quando la Chiesa intervenne nel diritto di famiglia e cominciò a condannare la promiscuità sessuale ed economica che era negli usi da sempre. Essa sancì che una donna e un uomo che si sposavano fondavano una nuova famiglia, la quale aveva il diritto (e il dovere) di erigersi una nuova casa, avere una discendenza separata e così via. La Chiesa iniziò anche la conta delle persone e obbligò ogni donna incinta a denunciare l’imminente parto affinché il pop potesse battezzare il piccolo, nato vivo o morto, per salvarne l’anima!
In altre parole, la Chiesa voleva intervenire sull’inizio naturale di tutta la società: un’impresa titanica perché operava cambiamenti netti in una materia tanto complessa, che contemplava molti eventi della vita di un uomo e della collettività, come nascite, matrimoni, morti, parentele… E qui ci si accorse che la figura centrale del mir russo non era l’uomo, malgrado tutte le apparenze, ma la donna – consorte, madre o strega che fosse – con la quale bisognava confrontarsi e, possibilmente, allearsi.
Sono state formulate alcune ipotesi sul supposto matriarcato primordiale nelle società slave antiche e probabilmente corrispondono a verità perché rimasugli di questa autorità femminile traspaiono molto spesso nella storia, persino nel primo corpo di leggi russe, la Pravda Russkaja di Jaroslav il Saggio, risalente all’XI-XII secolo.
Per questo motivo, dopo l’eliminazione del regime matriarcale e a difesa del ruolo del maschio nel nuovo regime patriarcale, il sesso femminile era sottoposto alla stretta tutela del capofamiglia (la donna era la prima a essere venduta in schiavitù o al marito). Se il patriarcato era l’evoluzione ultima del mir, esso si presenta ai nostri occhi come una società troppo chiusa rispetto alle forme più articolate delle relazioni umane diverse da quelle del padre-padrone. È vero che questa chiusura ci ha conservato costumi e usanze che avremmo perso nel tempo, ma è altrettanto vero che, di fronte allo sconvolgimento portato avanti con la forza dall’élite variaga al potere e dal cristianesimo lungo le correnti dei grandi fiumi, tutto questo non poteva non riflettersi nell’intimo dello sterminato Paese. Ciononostante intere aree geografiche della Russia si chiusero spontaneamente alle nuove correnti culturali, assolutamente isolandosi. È il caso del famoso Poles’e (ossia la Foresta, altrimenti detta Paludi del Pripjat), poco a nord di Kiev, o dell’estremo Nord intorno all’attuale Archangelsk sul Mar Bianco che era parte del territorio “repubblicano” novgorodese. Queste regioni continuarono a rimanere, secondo la definizione delle cronache, «selvagge», cioè pagane fino al XVI-XVII secolo.

 

Note:
1. Aldo C. Marturano, La Chiesa entra nel mir, in Vita di smierd, cibo e magia nel Medioevo russo (in collaborazione con William Lamberti e con la MGU-Università di Mosca), Atena, Poggiardo 2006. Adattamento e note (N.d.C.), con il permesso dell’autore, a cura dell’associazione culturale Larici. Altri saggi di Marturano sulla storia medioevale russa sono in http://www.mondimedievali.net/Medioevorusso/indice.htm.
2. Cronaca dei tempi passati, redazione di D.S. Lichacëv, 1969, traduzione di A.C. Marturano. – Per il testo completo curato dall’associazione culturale Larici cliccare qui.
3. Mir, in russo, vuol dire sia “pace” che “mondo”. In slavo antico indicava, invece, la “comunità” di un villaggio ed è in questa accezione che viene qui usato. (N.d.C.)
4. Smerd (pronuncia: smierd) è, in antico-russo, il contadino. Egli lavorava per il proprio sostentamento, per quello della comunità e per produrre o procurare i prodotti necessari per pagare i tributi richiesti dal Gran Principe di Kiev. (N.d.C.)
5. Il nome del centro chazaro deriva dal fiume Volga, anticamente conosciuto come Atil, Itil o Idil. (N.d.C.)
6. Così era ufficialmente chiamata la pianura russa nella burocrazia bizantina.
7. Il bogomilismo è la più importante eresia della fine del primo millennio, nacque verso il 930 in Bulgaria a opera di un prete di nome Bogomil. Quando, nel 1014, la Bulgaria occidentale fu invasa dall’esercito bizantino dell’imperatore Basilio II Bulgaroctono (976-1025), il bogomilismo si diffuse nell'impero, estinguendosi soltanto dopo le invasioni dei Turchi del XIV-XV secolo. La dottrina era di tipo dualista: Dio aveva due figli, Cristo e Satana (Satanael). Satana era il figlio ribelle, il Dio dell’Antico Testamento, responsabile della creazione della materia e quindi dei corpi degli uomini, all'interno dei quali erano stati imprigionati gli angeli. La missione di Cristo – considerato solo spirito – era quella di sconfiggere il cattivo Satana liberando gli angeli e, per far questo, ma solo in apparenza, Cristo aveva assunto la natura umana. I bogomili rifiutavano i rapporti sessuali e il matrimonio ed erano vegetaliani. (N.d.C.)
8. I Rjurikidi sono i discendenti di Rjurik, capostipite della dinastia che governò in Russia fino al XVI secolo. (N.d.C.)
9. Il principe Vladimiro aveva destinato alla Chiesa la decima parte dei proventi, suoi e dei suoi successori. Da allora, questa offerta si è chiamata “decima”. (N.d.C.)
10. Vladimiro aveva sposato Anna, figlia del basileus bizantino, dopo la promessa di farsi cristiano. (N.d.C.)
11. La druzhina era la corte del principe formata dai parenti, i nobili, i capi della città e della milizia, i consiglieri, i vescovi e i rappresentanti dei boiari e dei mercanti. (N.d.C.)
12. Il karavàj è il tipico dolce delle feste, realizzato con farina di miglio, latte, miele, uova, panna acida, uvetta e burro. (N.d.C.)
13. Tipiche della tradizione orale, le byline sono i canti epici diffusi nell’area slava fin dall’XI secolo. Nel loro racconto si straficarono, lungo i secoli, tradizioni pagane, memorie tribali e precetti cristiani. (N.d.C.)
14. La znaharka (plurale: znaharki) era la “sapiente”, un po’ misteriosa, che sapeva curare le malattie con le erbe della foresta, a noi più nota col termine di “strega”. Ancora molto tempo dopo l’introduzione del cristianesimo in Russia non era raro che un regnante preferisse i rimedi della znaharka a quelli proposti dai monaci. (N.d.C.)
15. Zimà: l’inverno, in russo, è femminile.
16. Le prosfore sono i pani lievitati con il sigillo della Croce che si usano nella Liturgia ortodossa, equivalenti alle ostie della Liturgia latina.
17. La cosiddetta “Regola studita” fu redatta dal patriarca costantinopolitano Alessio Studita (1025-1043) e subito tradotta da san Teodosio di Pecersk che la introdusse nel monastero a Kiev dov’era igumeno (N.d.C.).
18. Con ciur (o sciur) si indicava l’anziano patriarca di una famiglia slava, che comandava agitando un bastone e faceva da giudice e guida, perché era l’unico ritenuto capace di riconoscere e interpretare i segni lasciati dagli spiriti benevoli. (N.d.C.)

 

 

 

 

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