ICONE E RELIGIONE > Ettore Mo, Siberia, L’Odissea dei Vecchi Credenti, 2003 (*)

 

Verchnyi Ujmon (Siberia centro-meridionale) – Questa è la Terra Promessa, la terra di latte e miele: e qui sta il futuro dell’umanità. «Chi vi mette piede una volta, s’ammala di nostalgia ed è costretto a tornarci». «Qui c’è la Russia straordinaria. So di un soldato che prima di morire in guerra a Stalingrado, ha chiesto di essere sepolto qui, nel suo villaggio. Anzi, nel cortile di casa. Lo hanno accontentato». «Qui parlano una lingua antica, quella delle fiabe. Anche per questo non potrei mai andarmene». «L’aria è fredda e secca, la neve sempre candida e in nessun altro posto si beve acqua tanto pura».
Ecco alcune dichiarazioni d’amore che ho raccolto a Verchnyi, Za-Multà e Tichonkaja, tre villaggi della Valle di Ujmon, mille chilometri a Est di Novosibirsk, nel cuore non ancora completamente ghiacciato della Siberia centro-meridionale, indicato sulla mappa postsovietica come la Repubblica autonoma degli Altaj: dove oltre tre secoli fa trovarono rifugio gran parte dei Vecchi Credenti (o Vecchi Ortodossi) che alla fine del ‘600 non accettarono la Riforma liturgica del Patriarca di Mosca Nikon e furono perciò perseguitati come scismatici dagli Zar e dalle autorità ecclesiastiche. Una manciata dei loro discendenti abita ancora questa landa, che affascina e sgomenta al tempo stesso: per l’incontaminata bellezza dello scenario e anche per la sensazione di essere arrivati alla periferia estrema del mondo. Più in là non si può andare.
Ci avevano premunito che non sarebbe stato facile allentare la diffidenza e il riserbo dei Vecchi Ortodossi, da sempre ansiosi di preservare la propria identità mistico-culturale e le proprie tradizioni, scoraggiando la curiosità morbosa degli «stranieri». E in realtà i primi approcci non promettono nulla di buono. I villaggi, su cui è caduta una prematura spruzzatina di neve, sembrano vuoti. Quasi deserte le strade, dove la presenza umana è ridotta al minimo: un vecchio, qualche bambino col berretto di pelliccia e lo zainetto, due-tre uomini, il fucile da caccia in spalla. Numerosa, invece, la popolazione animale: cavalli, mucche, pecore e branchi di maiali, maialini e scrofe, sozzi e grufolanti, una puzza da non dire. Ma più tardi qualche porta si apre ed è curioso che il primo Antico Credente ad abbassare la guardia abbia il volto di una donna – Ludmilla – che di austero e dogmatico non ha proprio nulla. Si mette a pregare davanti alle icone della sua casa-chiesa in mezzo al bosco: e lo fa a velocità supersonica dopo aver coperto la testa con uno scialle bianco di seta, comprato a Betlemme. Cinquantanovenne ma agile come una ragazzina, è arrivata dagli Urali qualche anno fa: e tutti ormai la conoscono come la Ludmilla degli Altaj. Nel tempo libero dalle sacre funzioni, scrive poesie: dal ‘94 ad oggi ha riempito 35 quaderni di versi. «Ascolta, Signore, l’amara canzone della mia vita», dice uno di essi. Sarà Ludmilla a scortarci, la sera, nella chiesetta di Za-Multà, dove si celebra la Messa per i Vecchi Ortodossi: e a raccomandarci di fare il segno della croce con due dita unite, secondo la vecchia liturgia, e non con tre, come impone la Riforma «diabolica» dei Nuovi Ortodossi. Quasi un’ora di inchini, genuflessioni, ginocchia e fronte sul pavimento: finché una scossa tellurica molto forte non interrompe bruscamente la cerimonia e la terra continua a tremare mentre ci precipitiamo fuori all’aperto. Salvi, incolumi. Un segno, un avvertimento di Dio, secondo Ludmilla. Il conflitto tra Nuovi e Vecchi Credenti è stato cruento per secoli e neanche la rimozione, nel 1971, dell’anatema contro gli «scismatici» è riuscita ad assicurare una pacificazione completa tra questi ultimi e la Chiesa Russa Ortodossa. «Non viviamo più sulle barricate, questo è certo – ammette Sergey Andreevich, uno dei saggi del villaggio che ha appena officiato la Messa (la maggior parte dei Vecchi Ortodossi non vuole avere né sacerdoti né vescovi) – e ognuno è libero di professare la propria fede: tra noi e loro non esiste alcun rapporto. Quel che so è che noi viviamo di elemosina, nessun finanziamento da parte dello Stato. Il problema più grave, adesso, è che le chiese sono sempre più vuote. Settant’anni di comunismo hanno lasciato il segno». A Verchnyi non troviamo storici o accademici pronti a spiegare «scientificamente» lo scisma del XVII secolo in Russia. Ma contadini, artigiani, cacciatori e pescatori della Valle di Ujmon hanno assorbito nella memoria e nel sangue la coscienza dei loro antenati e sanno benissimo che la Riforma di Nikon non consisteva semplicemente in innovazioni cosmetiche del rituale liturgico e nella revisione dei testi sacri, ma riguardava direttamente i rapporti tra la Chiesa e lo Stato, lo Zar e il Patriarca: e agli occhi degli «Starovery» – così sono chiamati in russo i Vecchi Credenti – essa veniva interpretata come una sottomissione del potere ecclesiastico al potere politico e spianava la strada all’avvento dell’Anticristo. «Lo Zar – ricorda Raissa Pavlova Kuchuganova, che gestisce in due stanzette il museo storico – scatenò una repressione feroce contro i ribelli, che fuggirono dalla Russia occidentale verso Nord e verso Est, in Siberia. Quando arrivarono da noi, si sentivano ancora perseguitati, avevano paura della gente, della gendarmeria locale. E infatti li chiamarono “Kamenshiki”, gli uomini che si nascondono tra le rocce. È una storia che ognuna di queste famiglie potrebbe raccontarci ripescando nel passato, sulla base di vecchi diari (ormai rarissimi, introvabili) o di leggende tramandate oralmente, omericamente, da una generazione all’altra. Perchè questa è la nostra Odissea». Un tragico poema epico, i cui endecasillabi faticano ora a trovare risonanza nel paesaggio così domestico delle isbe raccolte a gregge sul fondovalle, coi tetti che fumano e, più lontano, contro l’orizzonte già oscurato dalle nubi, il profilo gelido delle montagne, dominate dal massiccio del Belukha, a 4.506 metri la vetta più alta della Siberia e dell’Estremo Oriente. Le vittime si contano a migliaia. Stragi, suicidi in massa, deportazioni: e che meglio ci poteva essere di questo deserto, nel cuore assopito dell’Asia per isolare ed esiliare a vita i più fieri oppositori del regime e della Nuova Chiesa Ortodossa di Mosca? Cent’anni dopo la Riforma, sono già più di 30 mila gli energumeni irriducibili della fede che Caterina la Grande mandò a morire in questa valle. E potevano forse ritenersi fortunati, anche se il cammino a piedi nella steppa, sotto la scorta dei cosacchi, poteva durare un anno. Ma ciò che avevano visto e s’erano lasciati alle spalle era assai peggio. Il suicidio, incoraggiato dal leader dei Vecchi Credenti Avvakum Petrovich, un modesto prete di campagna, pervaso da un devastante febbrile zelo apostolico, sembrava la soluzione più ovvia. Quella del «rogo volontario». Intere famiglie morivano tra le fiamme, in casa o in chiesa, per non farsi il segno della croce con tre dita. Altri s’erano limitati a tagliarsi l’indice per non darla vinta alle innovazioni liturgiche di Nikon, cui il pollice e l’anulare non bastavano per collegarsi direttamente col Cielo e con la Santa Trinità. Due donne famose – la boiarda Fiedosia Morozova e la principessa Eudokia Urusova – s’erano lasciate morire di fame in un monastero. L’apocalisse è vicina, minacciava il Savonarola delle steppe Avvakum, che già si vedeva circondato da «un esercito di diavoli», e la gente impazziva. Chi si lanciava in danze scatenate, stramazzando esausto a terra, chi si procurava mutilazioni orrende, asessuandosi. Per cui sembrava probabile che dopo l’ultimo squillo di tromba del Giudizio Universale, sarebbero sbarcati nella Valle di Josafath legioni di siberiani evirati e di lattee siberiane senza seno. Ma c’è pure una seconda ondata di persecuzioni di cui è rimasto qualche testimone oculare (pochi, per la verità), ancora in grado di accennare l’ultimo canto di quest’Odissea russo-siberiana. Ma se adesso sono anziani tra i 70 e gli 80, allora andavano all’asilo e i ricordi sono vaghi: c’è poi chi rimugina cronache ancor più approssimative, carpite come favole dalla bocca dei nonni. «Fino agli anni Trenta – dice comunque Raissa Pavlova – i Vecchi Credenti stavano relativamente bene, questa almeno era l’opinione di mia madre che faceva la maestra. Ma poi cominciano le purghe staliniane, la strage dei “kulaki” (i contadini ricchi) e metà della popolazione viene deportata a 200 chilometri di distanza. Fino agli anni Cinquanta e oltre, vietato andare in chiesa, ti arrestavano. I ragazzi andavano a scuola con la croce al collo, ma dovevano nasconderla sotto il fazzoletto rosso della gioventù comunista». Nessuno è mai riuscito a scuotere la fede di Lidja Provantjevna, 66 anni, burrosa, gli occhi che sorridono nel faccione roseo. Mi riceve sul ballatoio, in cima alla scala di legno, e subito esibisce la sua carta d’identità: «In questa casa – dice, ma senza enfasi – nessuno ha mai bevuto, fumato, detto parolacce, bestemmiato». E ammette che niente le è più dispiaciuto, nella vita, che metter il fazzoletto rosso al collo dei suoi figli, quando Verchnyi era meno di un puntino nero nella mappa dell’Urss. Una duplice tragedia ha bussato, negli anni Quaranta, alla porta dei fratelli Nikolakj e Piotr, oggi vicini ai 70: alto e ossuto il primo, più massiccio e ruvido il secondo, mezzo cieco, con una gran barba bianca. Agricoltori ambedue, una vita a trebbiare il grano. Ma il loro nonno, Igor Fiodovich, era un intellettuale, sempre sprofondato nei libri: «E un giorno – racconta Nikolakj – arrivarono due guardie rosse e se lo portarono via. Non l’abbiamo mai più visto. La nonna, invece, che lo aveva seguito volontariamente, riuscì a tornare dai gulag della Kolima dov’erano finiti». Tocca a Piotr, ora, chiudere il sipario (il sudario?) sulla loro infanzia: «Il papà fu tra i 200 soldati della valle precettati per la guerra. Ne tornarono solo 29 e lui non era tra quelli». Non parlerei di angoscia, ma è deprimente la sensazione, alla fine di ogni giornata, che l’arcano dei Vecchi Ortodossi e questa loro collocazione in una zona inaccessibile dello spirito rimangano un riccio chiuso di cui si sa ben poco. Forse, per sciogliere il mistero, basterebbe bussare a una porta che però – ti avvertono – rimane sempre sigillata e sbarrata come il forziere di una banca. «E prima ancora di bussare – informa la nostra guida, con un pizzico di terrore negli occhi – bisogna fare i conti col cane che sta dietro il cancelletto del cortile, una bestia feroce!». L’inaccessibile personaggio si chiama Timofej Filippovich ed è da tutti considerato il decano della comunità e il gran saggio del villaggio: una solida reputazione che arriva fino a Novosibirsk. Ma la sorpresa più grande è che lui non è affatto quel cerbero arcigno che ci hanno dipinto e che non c’è nessun ringhioso pitbull a difendere la sua privacy. È tutto molto semplice, invece. Appena conosciuto il motivo della nostra visita, la figlia apre la porta senza esitazione ed eccoci al cospetto dell’insigne «recluso», che di ascetico e austero non ha proprio nulla: al contrario, ha tutta l’aria di un nonnino gobbo, contorto, sordo e rinsecchito di 87 anni, ma carico di una vivacità senile che i suoi movimenti riescono a malapena a esprimere. Però ciò che più colpisce è la barba, che sembra di zucchero filato o di fili di seta: bianca, leggera, fluente. «Ma è il Gandalf del Signore degli Anelli», esclama Luigi, che d’ora in poi lo risucchia nell’obiettivo, indagandolo con affettuosa e implacabile curiosità. La stanza, con una serie bellissima di icone allineate in alto sulla parete, è luogo di incontro e di preghiera per i Vecchi Credenti che non hanno una cappella. «Ai tempi di Stalin – racconta – ci raccoglievamo qui in segreto per le funzioni e “oscuravamo” le finestre. Nella mia gioventù ho fatto più anni di galera che di scuola. Nel ‘29, i comunisti bruciarono tutte le nostre case e fuggimmo in Kazakhstan, ma io riuscii a scappare e tornai al mio villaggio. Due volte, negli anni Trenta, i “rossi” mi hanno sparato e ferito. Nel ‘37 mi arrestarono e mi misero in prigione. Per la mia fede. Più volte, il capo della polizia ha minacciato di mettermi al muro e in quegli anni 17 Vecchi Credenti vennero fucilati. In qualche modo, però, me la son cavata meglio di tanti altri, grazie al mio fiuto eccezionale... Sì, ho davvero il fiuto di un cane da caccia e proprio come un cane riesco spesso a rintracciare uomini e animali. Durante la guerra, il Kgb ha sfruttato questa mia caratteristica mettendomi alle calcagna del nemico, spie e soldati tedeschi: e col mio naso di cacciatore siberiano qualche successo l’ho ottenuto». L’ultima chiacchierata è nell’isba di Eugenij Prochorovich Soshnev, un contadino di quasi 80 anni che vorrebbe raggiungere i figli in Bielorussia: «Ma non ce la farò mai – dice rassegnato –, non ho i mezzi». Non è un Vecchio Credente, Eugenij, piuttosto ha l’aria di un Country Gentleman senza barba né baffi. Ma la sua esperienza è in tutto simile a quella di tanti altri, ed è pienamente d’accordo con la moglie – lei sì, religiosa zelante – quando afferma che «neanche al peggior nemico bisognerebbe augurare un regime sovietico». Ricorda le conseguenze disastrose del piano quinquennale di Stalin, la carestia, il lavoro «disumano» dei kolkoz e la guerra civile «tritacarne» che «spazzò via tutto quanto era stato costruito prima del ‘17». La profezia dell’arciprete Avvakum Petrovich (morto sul rogo ad Archangel’sk con altri «eretici» nel 1682), che prevedeva la fine del mondo nella seconda metà del ‘600, non s’è avverata. In queste latitudini si respira comunque una strana atmosfera e c’è chi la butta sul ridere insinuando che le recenti scosse di terremoto sono un avvertimento – magari lanciato dallo stesso Avvakum – che il giorno del Giudizio Universale è vicino. Nell’attesa, salmone e caviale e, soprattutto vodka, che per ogni credente è un peccato mortale: basta un sorso per mandarti dritto all’inferno. In realtà, in queste latitudini si respira una strana aria che induce a conclusioni apocalittiche. Ogni sera, nel caldo della stufa, abbiamo sentito il nostro Vladimir, falegname e padrone dell’isba che ci ospita in questi giorni, disquisire su concetti astrali. Attingendo alle teorie di un filosofo-pittore locale, Nicolai Rerich, è convinto che la Siberia sia il nuovo centro spirituale del mondo, la nuova Gerusalemme, dal momento che l’Occidente è sprofondato nell’immoralità, vittima dell’Anticristo. E in questa zona, tra l’Himalaya, gli Altaj e il Caucaso, è concentrata l’energia cosmica che potrebbe rilanciare l’Universo. Sembra anche affascinato e al tempo stesso affranto dalla certezza che l’Apocalisse inghiottirà per primo la sua valle. Ma nonostante tutte queste stranezze, aliene alla mentalità occidentale, non è possibile lasciare il Paese dei Vecchi Credenti senza rimpianto: perché per qualche giorno sei vissuto tra gente semplice, pulita, disinteressata, laboriosa e per la quale lo spirito prevale decisamente sulla materia. Tutto qui. E mentre stiamo per andarcene, ci si chiede se prendere in seria considerazione l’invito di un abitante di Verchnyi Ujmon, che dice: «La terza guerra mondiale, tra cristiani e musulmani, è alle porte. Qui starete al sicuro». L’ultima ad augurarci buon viaggio e a dirci addio è Ludmilla degli Altaj. Ci affida anche due sacchi di patate da consegnare al figlio che studia architettura a Novosibirsk: «È povero, è giovane, e ha sempre fame», dice.

La valle di Ujmon nella Repubblica dell’Altaj (Federazione Russa)

 

Nota:
*. In “Corriere della Sera”, 12 ottobre 2003. Ettore Mo (1932) è giornalista, ex corrispondente di guerra e inviato speciale del “Corriere della Sera”.

 

 

 

 

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