ICONE E RELIGIONE > Calogera Di Miceli Muscarella, Pancreator: immagine estetica della concezione aristotelica di Dio, 2002 (1)

 

Con il trasferimento della capitale a Bisanzio nel 330 d.C. e, poi, con la suddivisione politica in Impero d’Oriente e Impero d’Occidente, si apre un nuovo capitolo della storia: nasce l’Impero Bizantino che durerà sino al 1453, anno in cui cadde Costantinopoli.
In esso affluiscono diverse esperienze culturali: dalle scuole artistiche locali a quelle dell’Asia minore, dalla Siria all’Egitto nonché l’arte e filosofia cristiana che si andavano diffondendo sia in Oriente che in Occidente. A sua volta la civiltà Bizantina fu talmente potente da influire notevolmente sulla religione ed arte del vicino Oriente, dei Balcani, della Russia, della Sicilia, di Venezia, di Firenze e perfino di Roma.
La civiltà orientale riuscì a mantenere in vita una cultura incredibilmente superiore a quella della decadente romanità. Il gusto orientale che esalta l’eleganza della linea e il valore del colore e della luce, gradualmente finisce per predominare sull’antico substrato romano in tutte le arti. All’indebolimento di Roma corrisponde quindi, un forte incremento economico e culturale di Bisanzio e lo sviluppo e nascita della Patristica. Quest’ultima, in Oriente consolidatasi nel clima della tradizione ellenistica, continua l’opera di fusione tra il mondo ellenistico e cristiano. Clemente (2), uno dei maggiori rappresentanti del pensiero orientale, considera la verità attuatasi gradualmente attraverso la storia. Dio che ha dato agli ebrei la legge divina e ai greci la filosofia, ha concesso ai cristiani la fede e la filosofia. Tra fede e filosofia non può esistere il disaccordo; anzi, Clemente assegna alla ricerca filosofica una funzione coadiutrice nei confronti della fede, anzi «dimostra come la dottrina cristiana sintetizzi il meglio della sapienza greca» (3).
Il tutto trova una sua resa visiva nell’arte, appunto, bizantina.
La pittura bizantina tenta di esplicare e sintetizzare gli stretti e controversi rapporti tra teologia e filosofia. La pittura, pur rielaborando la pittura impressionistica, si allontana, inizialmente, dalla tradizione romana per il suo carattere pratico e dalla pittura siriaca perché rozza e semplicistica, per aderire all’arte classicistica alessandrina, pura espressione dell’ellenismo. Costantinopoli, splendida per i suoi palazzi lussuosi, le sue chiese magnifiche e le sue operose botteghe di artisti, risulta attratta dall’estetica che esprime gli ideali neoplatonici, la città è ora così fiorente da poter essere paragonata ad Atene periclea o alla Firenze rinascimentale, controlla e sottomette tutta la vita spirituale e tutta l’arte che ne è espressione; l’artista è considerato il portavoce di una coscienza individuale, egli è esecutore di una volontà divina. La Chiesa e lo stato chiedono all’arte di istruire i fedeli sui fatti religiosi, per cui essa acquista una funzione importantissima: diventa ausiliare alla funzione religiosa. L’iconografia è legata a racconti del Nuovo e Vecchio Testamento.
In Oriente come in Occidente lo scopo delle immagini sacre è quello di educare i fedeli in senso religioso e morale, ma mentre in Occidente si utilizzano immagini vicine alla realtà quotidiana, quali il “Cristo buon pastore”, in Oriente Cristo viene rappresentato attraverso gli attributi della regalità. Forme significative della pittura bizantina sono le icone: immagini della Madonna, di Cristo o di santi dipinte a mezzo busto su tavole di legno e mosaico parietali. Le icone testimoniano non solo la grandezza della Divinità, ma anche l’autorità religiosa, civile e politica sul popolo di Dio, in primo luogo il romano pontefice e l’imperatore. L’artista non viene considerato creatore di valori individuali ma, portatore di una coscienza superindividuale e, quindi, egli occupa nell’organismo statale il posto di un semplice esecutore della volontà divina, come qualsiasi altro suddito dell’impero. Chiesa e Stato gli chiedono semplicemente di istruire secondo una tematica fissa, rigorosamente prestabilita, rendendo accessibile ai fedeli certi aspetti del dogma e della liturgia. Ma è proprio entro certi limiti che l’arte bizantina coglie il suo valore espressivo più alto, ossia il significato metafisico: essa è la rappresentazione visiva di una realtà che trascende le categorie del sensibile. Spazio e forma, infatti, sono annullati dalle ampie stesure di colore.
Fin dalla nascita del cristianesimo sorsero numerose lotte tra gli iconoclasti che consideravano le immagini espressione di religiosità ma anche della vita ufficiale di corte oltre che della Chiesa, e coloro i quali ritenevano le immagini sacre idolatria e Dio doveva essere adorato come puro spirito. Solo verso il IV secolo quando il cristianesimo divenne religione ufficiale dello stato, la Chiesa trionfante iniziò a utilizzare la pittura musiva come mezzo di diffusione delle proprie idee, si sviluppò il culto delle icone e verso il 730 il partito degli iconoclasti vinse. Si realizzarono nuove icone e mosaici, in cui le immagini composte come fisse nel tempo divennero immutabili. Le icone si cristallizzarono nelle forme e nella sostanza delle rappresentazione. La tradizione classica è oramai del tutto superata. L’iconografia contribuì alla vittoria degli ideali spirituali e combatté contro chi negava si potesse raffigurare la Divinità. L’immagine antropomorfa subisce una modificazione a carattere astrattivo e metafisico. L’icona si sottopone alla legge generale d’immutabilità di tutta l’arte bizantina; deve condurre il credente verso l’ascesi, lontano dalla realtà terrena.
Verso la seconda metà del VI e del VII secolo, l’icona esprime una forte spiritualità e il carattere magico dei personaggi, emana una profondità di pensiero interiore, una luce sovrumana; con essa nasce anche un nuovo linguaggio figurativo che lascerà testimonianze soprattutto architettoniche e pittoriche in Oriente. Le figure delle icone hanno la particolarità, in quanto immagini del trascendente, di essere rigide, piatte, stilizzate, quasi sempre ritratte di fronte, con una notevole fissità dello sguardo da cui non traspare nessun sentimento particolare; assenza di rilievo, di chiaroscuro, di prospettiva, quindi, figure immobili, austere, solenni. La pittura rappresenta la forma più significativa di questo gusto orientalizzante: nel mosaico ogni realtà si riduce al raffinato e astratto gioco dei colori accostati o contrapposti in una sapiente e fitta tessitura cromatica, alla quale partecipa il fondo dorato che crea un’atmosfera irreale. Ai bizantini non interessa raffigurare immagini vere, ambienti reali. Per loro Cristo, la Madonna, l’Imperatore e dignitari di corte sono solo simboli del potere spirituale e temporale, per cui non intendono portarli al livello degli uomini comuni, sono troppo in alto, astratti, semplici forme e colori che si avvicinano ben poco alla realtà.

Pancreator nel Duomo di Monreale

Il Cristo Pancreator, cio è colui che tutto crea e governa, è una delle principali raffigurazioni bizantine che esprime valori artistici, filosofici e religiosi. Ma il Pancreator è chiara espressione della concezione aristotelica di Dio.
Per Aristotele, tutto in natura diviene, passando dalla potenza all’atto; ma Dio essendo privo di materia non ha in sé nulla in potenza: Esso è «Atto Puro», è un essere perfetto, il quale non manca di nulla, assolutamente realizzato in sé, e in tutto è pienamente attuato. Il Pancreator esprime ciò con la sottile tensione interna che emana dagli occhi dilatati e dal pallore dei volti impassibili. È un’icona senza peso e senza materialità ma dotata di grande forza spirituale.
Aristotele considera Dio anche come «Primo Motore immobile». In natura tutto è in movimento, ma poiché tutto ciò che si muove deve avere una motore che lo muova, Aristotele distingue nel movimento un mosso e motore. Il motore è tale rispetto al mosso, a sua volta dovrà essere mosso da un altro motore, di motore in motore si procederebbe all’infinito. Ma tutto ciò, secondo Aristotele, è assurdo: il movimento, infatti, deve pur aver un inizio; ammette, quindi, un principio che deve essere considerato come motore iniziale, un principio dal quale abbia avuto origine il movimento e che non è, a sua volta, mosso da altro motore. Tale principio è per Aristotele, il Primo Motore Immobile.
Dio è così Primo Motore immobile: muove tutto e non è mosso da nulla; tutto è mosso da Dio, nel senso che ogni aspetto della natura tende a Dio nel suo movimento, così come l’amante tende all’amato. Tutto si muove verso Dio, forma pura, proprio perché il movimento è diretto verso la realizzazione della forma. Dio è quindi fermo, è la natura che si muove verso di Esso. Il mosso ha un desiderio continuo: pervenire alla forma compiuta e questo la induce a rivolgersi verso Dio, quale Atto Puro perfetto e compiuto che provoca il movimento, non come causa efficiente ma come causa finale. Alle semplici vesti e alla naturalezza dei gesti, tipici delle figure cristiane d’Occidente, si contrappongono la frontalità dell’immagine, la fissità dello sguardo, la rigidezza dell’atteggiamento, tipiche delle figure cristiane d’Oriente. Questa è, per la cultura orientale, immagine vera ed autentica della realtà divina, quindi rappresenta una realtà eterna ed immutabile, quale Dio l’ha pensata e la vede. Proprio questa immutabilità viene espressa in figure che non possono che risultare eternamente fisse, immutabili, solenni.
Dio è definito da Aristotele anche come «Pensiero del Pensiero». In Dio in quanto atto puro, si riunisce tutto il pensabile. Tutto ciò che può essere pensato, in quanto Dio non manca di nulla, si riassume in lui. Ma, poiché in Dio non esiste nulla in potenza, lo stesso pensabile che in lui si assomma si troverà allo stato attuato, allo stato cioè, di pensato: tutta la realtà, presente in Dio, viene pensata da Dio stesso. Dio è quindi pensiero che pensa se stesso, e nel pensarsi si contempla. Dio è onnisciente, per conoscere tutto non deve uscire fuori di sé ma deve solo porre se stesso come oggetto della contemplazione.
Il Cristo Pancreator ha così un forte aspetto ieratico e contemplativo proprio perché è esso stesso oggetto della sua contemplazione.
P. De Jerphansion osserva che il costume del Cristo Pancreator è quello dato in antico dai filosofi, e attribuito a Lui come al dottore per eccellenza (4).
L’estrema sontuosità di cui si riveste l’immagine religiosa potrebbe apparire una intrusione profana se, in effetti, non rappresentasse anche uno sforzo più interessante di rappresentare un mondo di realtà invisibile, offerto, più che alla meditazione, alla pura gioia della contemplazione.

Bibliografia:
C.G. Argan, Storia dell’arte italiana, Sansoni, Firenze 1981
Atti del V Congresso internazionale di studi bizantini, Roma 1940
Aristotele, Il Motore Immobile, tr. it. Brescia 1963
S. Bettini, La pittura bizantina, Firenze 1937
Ch. Diehl, La civiltà bizantina dal VII al XV secolo, Roma 1964
G.E.R. Lloyd, Aristotele, Roma 1985
C. Mango, La civiltà bizantina, Bari 1992
A. Plebe, Storia della filosofia, Roma 1989
E. Kitzger, I mosaici di Monreale, Palermo 1960
P. Verzonese, Da Bisanzio a Carlomagno, Milano 1968.

 

Note:
1. In “BTA – Bollettino Telematico dell’Arte” (ISSN 1127-4883), 14 ottobre 2002, n. 30, http://www.bta.it/txt/a0/03/bta00310.html
2. Clemente Alessandrino, vissuto tra il II e il III secolo, fu uno dei fondatori della Patristica di Alessandria, la cosidetta Didascaleion.
3. A. Plebe, Storia della filosofia, Roma 1989, p. 220.
4. A. Grabar, Le Pantocrator vetu à l’antique et les archanges en costume imperial, in Atti del V Congresso internazionale di studi bizantini, Roma 1940, p. 147.

 

 

 

 

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