ICONE E RELIGIONE > Adalberto Piovano, Il ruolo del monachesimo nella storia del popolo e della chiesa russa, 1988 (1)

 

Alle soglie del XX secolo, quasi alla vigilia del crollo della monolitica struttura dell’impero zarista, emerse un appassionato dibattito sul ruolo del monachesimo all’interno della società e della chiesa russa. V. Arminjon, nel suo interessante libro La Russie Monastique, riporta i momenti più significativi di questo “processo ai monaci” che vide coinvolti soprattutto alcuni laici, attenti sia al processo storico e all’incidenza del monachesimo russo, sia alla situazione politica e sociale in cui si trovava la Russia all’inizio del secolo XX (2). Tuttavia l’opposizione tra impegno attivo e dimensione contemplativa della vita monastica, l’accusa ai monaci di un “egoismo spirituale” e di aver abbandonato il “servizio al mondo” rischiavano di falsare e irrigidire l’armonica tensione tra due poli della “diakonia” del monaco.
«È già da lungo tempo che delle voci si fanno udire per invitare i monasteri a mettersi a servizio del mondo. Questo non è contrario al loro impegno fondamentale, perché l’obbligo di servire il mondo riposa sull’amore del prossimo, base dell’insegnamento cristiano. Se qualunque cristiano ha il dovere di amare, a maggior ragione il monaco, che è il cristiano per eccellenza. La preghiera eroica, impegno di una nobiltà incontestabile, non esclude il servizio al mondo» (3).
È vera questa constatazione di A. V. Kruglov, uno dei laici che prese parte attiva a questa dibattito “letterario”, ma anche ambigua. Qual è l’autentica “diakonia” del monaco verso il mondo? Quali sono i valori essenziali dell’esperienza monastica che rendono autentico questo rapporto monaco-mondo? O, per essere più attenti al problema del nostro breve studio, qual è stato il ruolo più significativo del monachesimo nella storia del popolo e della chiesa russa? F. Dostoevskij, nel suo romanzo I fratelli Karamazov, presenta un ipotetico manoscritto compilato dal giovane Aleksej Fiodorovic Karamazov e in cui sono raccolte le ultime parole dello starec Zosima, il più profondo e completo esempio di padre spirituale presente nella letteratura russa (4). Nel cuore della confessione di questo starec, scopriamo un’entusiastica apologia del monachesimo, che in sintesi coglie gli aspetti fondamentali di questo mondo interiore e che è utile per comprendere quei tratti tipici che hanno formato le grandi figure del monachesimo russo. Riportiamo alcuni passi di queste pagine di Dostoevskij. Rivolgendosi ai suoi fratelli, lo starec Zosima svela in tutta la sua profondità l’essenza del monachesimo e il messaggio che tale realtà può dare al mondo moderno:
«Che cos’è un monaco? Questa parola, ai nostri giorni, tra gli ambienti colti, viene pronunziata da taluni con ironia, da altri anche come ingiuria. E ogni giorno di più».
Lo starec non chiude gli occhi di fronte a una realtà di peccato che affiora nella vita concreta di molti monasteri; riconosce l’esistenza di monaci “fannulloni, sensuali, lussuriosi e sfrontati vagabondi” (5). Ma lo starec Zosima supera questa lettura troppo “storica” e superficiale. Il suo sguardo da padre “spirituale” riesce a fissare il punto fondamentale che costituisce la natura del monachesimo e prosegue:
«Quanti sono fra i monaci gli umili e i miti, che hanno sete di solitudine e di ardente e silenziosa preghiera! Non li si vede; allora li passano sotto silenzio. E quanti si meraviglierebbero se dicessi che da questi umili, assetati di solitaria preghiera verrà forse ancora una volta la salvezza della terra russa! (…) Nel loro isolamento, custodiscono ancora, stupenda e intatta nella purezza della verità divina, l’immagine di Cristo, ricevuta dagli antichi padri apostoli e martiri, e quando occorrerà la riveleranno al mondo scosso nella sua fede. È questa un’idea sublime. È dall’oriente che questa stella rifulgerà».
Alla nevrotica ricerca della libertà attraverso i modelli materialistici imposti dal mondo, ricerca che deforma il volto umano, lo starec Zosima oppone il lento e duro cammino indicato dai monaci, che conduce alla “libertà dello spirito” e alla “allegrezza spirituale”:
«Altra cosa è il cammino monastico. Si ride magari dell’obbedienza, del digiuno e della preghiera, ma qui intanto sta la sola via che conduce alla vera, schietta libertà».
E alla solitudine angosciosa degli uomini in preda a questa libertà impazzita, Zosima oppone la solitudine consapevole e ricca del monaco:
«Si rimprovera al monaco il suo isolamento (…). Ma chi mostra più zelo per l’amore fraterno? L’isolamento infatti non è dalla nostra parte, bensì dalla loro, ma non lo vedono (…). Dal popolo verrà la salvezza della Russia. Il monastero russo fu sempre con il popolo. E se il popolo è nell’isolamento, anche noi siamo nell’isolamento. il popolo ha la nostra fede (…)».
E concludendo, Zosima ricorda ai fratelli la missione che essi hanno, come monaci, di fronte al popolo:
«Custodite dunque il popolo e salvaguardate il suo cuore. Educatelo nel silenzio. Ecco la vostra missione di monaci, giacché questo popolo porta in sé Dio» (6).
Forse questa riflessione sul ruolo del monachesimo russo può apparire eccessivamente utopica, troppo sfumata entro un orizzonte messianico-escatologico; senz’altro non tiene sempre conto della realtà storica in cui è coinvolta ogni esperienza spirituale. Anche nella storia del monachesimo russo emergono elementi di crisi, conflitto, decadenza. Certamente, scrive V. Arminjon, i cristiani della Russia
«pregando con i monaci, durante lunghe ore, durante generazioni e secoli, hanno subito una qualche rassomiglianza spirituale, per osmosi. Sono rimasti impregnati di spirito e di mentalità monastica. I monaci, d’altra parte, li spingevano sufficientemente a occuparsi del loro prossimo, a dare un valore religioso alla vita ordinaria, alla vita di tutti i giorni? Ci si può, naturalmente, fare questa domanda. La pietà acquisita al monastero poteva apparire troppo “verticale” e, nello stesso tempo, troppo “formalista”. Andando in un monastero, si andava a ciò che era più sicuro, più spiccio, più accessibile, cioè agli inchini, alle candele, alle estenuanti fatiche dei lunghi uffici in lingua incomprensibile (il vecchio slavo), alle elemosine (…). E ritornando a casa che cosa si riportava dell’insegnamento del Cristo salvatore? Si continuava ad accordare la priorità a un ritualismo commovente e volubile, vuotato della sua sostanza?» (7).
Tuttavia, V. Arminjon, pur lasciando sospesa questa domanda, non può fare a meno di cogliere uno stretto e profondo legame tra monachesimo e popolo russo:
«Il popolo russo non si è mai rappresentato i suoi monaci unicamente dediti al loro impegno fondamentale, l’ufficio divino; li ha sempre sentiti vicini, a condividere le sue sofferenze e le sue inquietudini, a portare il loro piccolo contributo per alleviare le loro preoccupazioni materiali e il loro infinito affetto fraterno».
«Il monaco russo, nei suoi migliori rappresentanti (…) – scrive E. Behr Sigel – dopo essersi distaccato dal mondo, ha sempre saputo ritrovarlo, curvandosi con amore su di lui quando andava dall’orante a chiedergli aiuto spirituale». È quanto dice san Serafino di Sarov quando afferma:
«Non fuggiamo dagli uomini, che hanno la nostra stessa natura e come noi portano impresso il nome di Cristo, ma solamente dai peccati che commettono» (Istruzioni, 41) (8).
Ci pare che si possano riscontrare nella storia della chiesa e del mondo russo quattro ambiti in cui emerge un ruolo incisivo del monachesimo:
a) sociale-caritativo;
b) politico-nazionale;
c) culturale;
d) ecclesiale e spirituale.
Daremo un breve sguardo all’incidenza del monachesimo nei primi tre ambiti, soffermandoci più a lungo sull’incidenza spirituale del monachesimo nell’insieme della vita civile e religiosa del popolo russo. Crediamo infatti che in questa dimensione emerga la “diakonia” caratteristica del monachesimo russo.

 

 

Note:
1. In “Servitium – Quaderni di spiritualità”, Sotto il Monte (BG), n. 55, gennaio-febbraio 1988, pp. 59-92. Padre Adalberto Piovano (1954), studioso di teologia dogmatica e di patristica orientale, è priore della Comunità monastica SS. Trinità di Dumenza (VA).
2. Per una sintesi sugli sviluppi di questo dibattito, cfr. V. Arminjon, La Russie monastique, ed. Prèsence, Sisteron, 1974, pp. 167-186.
3. S. V. Kruglov, Na sluzbe miru – na sluzbe Bogu (Al servizio del mondo – al servizio di Dio), in Dusepoleznye Ctenija, ottobre 1902, pp. 186-187.
4. Per il rapporto monachesimo e letteratura, cfr. V. Arminjon, La Russie monastique, pp. 191-220; L. Zander, Le monachisme. Réalité et idéal dans l’œuvre de Dostoevskij, in Le Millenaire du Mont Athos, I, Chevetogne, 1963, pp. 353-372; N. Gorodetzky, Saint Tichon Zadonsky inspirer of Dostoevsky, London, 1950.
5. Per una presentazione di alcuni aspetti negativi del monachesimo russo, cfr. V. Arminjon, La Russie monastique, pp. 161-166.
6. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, I, ed. Garzanti, Milano, 1974, pp. 333-335.
7. V. Arminjon, La Russie monastique, pp. 91-92.
8. E. Behr Sigel, Preghiera e santità nella Chiesa russa, Ancora, Milano, 1984, p. 205.

 

 

 

 

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