ICONE E RELIGIONE > Louis Réau, La pittura di icone in Russia, 1917 (1)

 

Il francese Louis Réau (1881-1961) era iconografo, storico dell’arte, professore alla Sorbona e al Louvre, e, all’inizio del XX secolo, direttore dell’Istituto francese di San Pietroburgo (allora Pietrogrado). Durante il suo lungo soggiorno in Russia ebbe modo di conoscere in modo tutt’altro che superficiale l’arte locale e su questo argomento scrisse il celebre libro L’Art russe (1921-1922), diviso in due volumi: il primo dalle origini a Pietro il Grande, il secondo da Pietro all’attualità, con circa duecento immagini e un lessico archeologico-artistico russo-francese. All’epoca fu un’opera fondamentale perché architettura, pittura, scultura e altri artigianati artistici russi non erano mai stati approfonditi con competenza e imparzialità. Prima delle sue ricerche, in Occidente erano stati pubblicati libri di viaggi e di storia politica, romanzi e biografie. Sull’arte, però, esisteva solo L’Art russe, ses origines, ses éléments, son apogée, son avenir (1877) di Eugène Viollet le Duc che gli fu commissionato dagli stessi Russi per sostenere le tesi slavofile che, avversando la cultura dall’Europa occidentale, volevano trovare i caratteri distintivi nella propria cultura autoctona e, semmai, nell’antico Oriente. L’opera di Viollet le Duc, concentrata sull’architettura, non era soltanto tendenziosa, in quanto scritta sulla base di documenti inviatigli dai Russi e non verificati di persona, ma era anche molto imprecisa: Viollet le Duc fece soltanto una breve visita in Russia e nulla imparò di usi, costumi e religione ortodossa, cadendo in grossolani errori di interpretazione. Al contrario, Louis Réau visse a lungo in Russia, imparò bene la lingua, conobbe storici e iconografi locali; non aveva interessi personali nei campi delle costruzioni o del restauro – si ricorderà che Viollet le Duc, architetto, fu il sostenitore del restauro dei monumenti in forme medioevali – né si fece missionario del cattolicesimo (che praticava): era uno studioso che, dopo L’Art russe scrisse importanti libri sugli artisti occidentali e sull’iconografia dell’arte cristiana. Tuttavia, prima dei due tomi de L’Art russe, Réau pubblicò alcuni saggi sull’arte antica russa, tra cui, nel 1917, Russie art ancien, come numero speciale del periodico “L’Art e les Artistes” di Parigi. In esso Réau ha tracciato un breve profilo sia dell’architettura che della pittura dalle origini, illustrandole con una sessantina di immagini tra «fotografie di monumenti, chiese, monasteri e riproduzioni di mosaici, affreschi, icone, bassorilievi e medaglioni». Oggi la parte riguardante l’architettura è la meno interessante anche se dimostra come la sua evoluzione la portò a essere in breve tempo sostanzialmente diversa dall’architettura bizantina, affrancamento che tuttora alcuni mettono in dubbio. Più lunga e documentata è la trattazione della pittura, sia affreschi che icone, che qui viene tradotta per intero e illustrata con le principali opere di riferimento.

 

La pittura russa presenta la particolarità curiosa e probabilmente unica di sdoppiarsi in due generi radicalmente diversi: la pittura di icone (ikonopis), che prevalse dall’XI secolo fino al tempo di Pietro il Grande, e la pittura secondo il modello attuale (zivopis’/zhivopis’), che apparve in Russia alla fine del XVII secolo. La pittura di icone, comprendente la decorazione murale e il pannello mobile, si oppone alla pittura occidentale: per le sue origini che sono bizantine, per i soggetti esclusivamente religiosi, per la tecnica che conosce i procedimenti dell’affresco e della tempera ma ignora la pittura a olio e, infine, per il suo stesso oggetto in quanto riproduce, secondo gli stereotipi bizantini, tipologie e sistemazioni tradizionali senza mai rinnovarsi con lo studio diretto della natura.
Quest’arte caratteristica dell’antica Russia è stata a lungo trascurata dagli storici e non è ancora apprezzata che da uno sparuto gruppo di amatori. Siccome la civiltà russa nel suo complesso è meno familiare di quanto lo siano alcune civiltà orientali, così l’icona russa è certamente meno conosciuta rispetto alla miniatura persiana o alle stampe giapponesi. Mentre, dal 1893, il Louvre possiede una Sezione delle arti dell’Estremo Oriente che completa molte collezioni pubbliche come quelle dei musei Cernuschi, Guimet, di Ennery, l’arte russa antica non ha acquisito in Occidente diritto di cittadinanza.
È giustificato tale ostracismo? Si è costretti ad ammettere che non c’è niente di più uniforme, di più rigido, di più cupo delle icone russe e che queste copie di archetipi bizantini non interessano altri che gli archeologi? È vero che quest’arte, asservita alle tradizioni religiose, non ha mai raggiunto la bellezza? I critici che hanno pronunciato questa condanna hanno visto soltanto le icone moderne realizzate all’ingrosso nei laboratori monastici. Sarebbe come giudicare la mirabile scultura francese del Medioevo dai santini dipinti col gesso nel quartiere di Saint Sulpice o l’arte giapponese del periodo migliore dalla spazzatura dei bazar.
È vero che l’antica pittura russa si è a lungo nascosta alle indagini. Il cattivo stato di conservazione dei monumenti, unito alla carenza di documenti, sembrava vietare qualunque studio serio. Gli affreschi sfuggiti per caso alla distruzione erano pietosamente degradati dal tempo o, peggio ancora, rimessi a nuovo dai restauratori, ma i più dormivano sotto un sudario di calce. Le icone sono state quasi tutte nascoste sotto i rivestimenti di metallo prezioso e, così fasciate, erano segrete come quelle Madonne spagnole che una pietà di cattivo gusto copre di vesti di broccato, gioielli ed ex-voto. Inoltre, erano generalmente sotto sporchi strati di vernice o sfigurate dalle ridipinture, cosicché, dopo aver levato il guscio metallico, era necessaria una paziente e minuziosa raschiatura per avere un’idea del loro stato primitivo.
Per quanto sembri paradossale, è alla rivoluzione del 1905 che, per una reazione inattesa, si deve la risurrezione della pittura di icone.
L’editto di tolleranza dell’aprile 1905, che concedeva ai Vecchi Credenti (Staroobrjadcy/Staroobriadtsy) libertà di coscienza e di culto, ha portato a Mosca, infatti, oltre alla riapertura delle antiche chiese dismesse dei cimiteri Rogozskij/Rogozhsky e Preobrazenskij/Preobrazhensky, la fondazione di nuove chiese per il loro rito (in particolare la bella chiesa della Dormizione costruita dai fratelli Novikov vicino al Passaz/Passazh Pokrovskij). Per decorarle, i donatori cercarono le grandi icone di Novgorod, che fino ad allora non avevano tentato i collezionisti, e le fecero liberare delle ridipinture che le snaturavano. Fu una rivelazione. Immediatamente, i ricchi mercanti di Mosca cominciarono a fare incetta di antiche icone. Il più fortunato fu Ostrouchov/Ostroukhov che nelle sue acquisizioni, rompendo risolutamente con le pratiche dei collezionisti del passato, privilegiò non la curiosità, ma il valore dell’arte. I musei ne seguirono l’esempio: il Museo Alessandro III di Pietrogrado si pose immediatamente in prima fila, davanti alla Galleria Tret’jakov di Mosca, acquistando in blocco l’impareggiabile collezione di Lichacëv/Likhachëv (2). Oltre alle due capitali, si devono ricordare il museo eparchiale di Novgorod, la collezione Khanenko a Kiev e quella della principessa Teniseva/Tenisheva a Smolensk.
La Esposizione di pittura russa antica che si aprì a Mosca nel 1913, con la partecipazione di tutti i collezionisti, contribuì notevolmente a familiarizzare il vasto pubblico a quest’arte misconosciuta. Fu un tale successo che un critico russo, temendo un esodo di icone verso i musei europei e americani, lanciò un grido d’allarme e propose di adottare rapidamente una legge sul modello dei regolamenti draconiani che vietavano in Grecia e in Italia l’esportazione di opere d’arte, ma era troppo presto per allarmarsi perché l’entusiasmo per l’icona non era ancora giunto in Occidente.
Il disvelamento degli affreschi nascosti sotto la calce trasformò radicalmente le concezioni comuni sull’antica pittura russa. I primi studiosi che, come Dmitrij Rovinskij, avevano cercato di svelare la storia delle scuole russe di pittura non erano preparati dal punto di vista iconografico: ignoravano le opere del periodo d’oro. I recenti lavori di Nikodim Kondakov e di Nikolaj Lichacëv/Likhachëv, le ricerche del professore Dmitrij Ajnalov e i suoi studenti sugli affreschi di Novgorod, le pubblicazioni di Vasilij Georgievskij e di Pavel Muratov hanno mostrato l’icona sotto una nuova luce, rivelando il suo alto valore artistico. Una scienza così giovane non è infallibile, ma, alla luce delle scoperte e delle ricerche emerse negli ultimi dieci anni, è già possibile individuare sia le caratteristiche generali che l’evoluzione della pittura religiosa in Russia.

 

 

Note:
1. In L. Réau, Russie art ancien, Paris 1917, pp. 18-47. Traduzione dal francese e note: © associazione culturale Larici, 2014. Dei nomi russi si è data la traslitterazione italiana senza accenti pipa e, quando molto diversa, la corrispondente trascrizione inglese.
2. La collezione del pittore paesaggista Il’ja Ostrouchov (1858-1929) rimase nella sua casa-museo a Mosca fino alla morte, poi fu trasferita alla Galleria Tret’jakov. La collezione di 1500 icone dello storico Nikolaj Lichacëv/Likhachëv (1862-1936) fu acquistata nel 1913 dallo zar Nicola II e sistemata nel Museo Alessandro III (ora Museo Russo) di San Pietroburgo, ma in seguito divisa tra questo, l’Ermitage e altri musei. (N.d.T.)

 

 

 

 

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